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Art. 366 Codice di Procedura Civile — Anno 2026

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778 provvedimenti

Altri anni per Art. 366 Codice di Procedura Civile

Calcolo della NASpI: lavoratrice vince contro il ricorso INPS
Una lavoratrice ha chiesto il ricalcolo della NASpI anticipata, pretendendo che nella retribuzione imponibile venisse conteggiata anche la retribuzione teorica persa durante la Cassa Integrazione (CIGS). L'INPS si è opposto, sostenendo che rilevasse solo il reddito effettivamente percepito. La Corte d'Appello ha dato ragione alla lavoratrice. L'INPS ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per difetto di specificità, non avendo l'ente previdenziale esposto chiaramente i fatti e i conteggi specifici, e avendo mutato la propria linea difensiva rispetto ai gradi di merito. Di conseguenza, la decisione favorevole alla lavoratrice sul calcolo della NASpI è stata confermata e l'INPS è stato condannato alle spese.
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Prescrizione del rimborso d’imposta: il Fisco batte la banca inerte
Una banca ha richiesto il rimborso di un credito IRPEG del 1987. Dopo un lungo contenzioso terminato nel 2005 con l'annullamento degli accertamenti fiscali, la banca è rimasta inerte fino al 2018, confidando in una legge del 2003 che vietava al Fisco di opporre la prescrizione per le dichiarazioni precedenti al 1997. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della banca, stabilendo che la prescrizione del rimborso d'imposta decennale si applica comunque. Il divieto per l'Amministrazione Finanziaria di eccepire la prescrizione ha infatti un limite temporale di dieci anni, decorrenti dall'entrata in vigore della legge o dal passaggio in giudicato della sentenza favorevole. Non avendo la banca compiuto atti interruttivi tra il 2005 e il 2018, il suo diritto al rimborso si è definitivamente estinto.
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Principio di autosufficienza: ko in Cassazione per il lavoratore
Il Lavoratore ha chiesto il risarcimento del danno per la mancata stipula di un contratto di apprendistato e la successiva assunzione a tempo indeterminato da parte dell'Azienda. Dopo il rigetto nei primi due gradi di giudizio, il dipendente ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per la violazione del principio di autosufficienza. Il ricorrente non ha infatti trascritto né riassunto gli atti essenziali su cui si fondavano le sue accuse, impedendo ai giudici di valutare la fondatezza del ricorso. Inoltre, ha sollevato questioni nuove sulla natura pubblica dell'Azienda, mai discusse in precedenza. Di conseguenza, il lavoratore è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Prescrizione dei contributi previdenziali: la proroga salva l’INPS
L'INPS ha richiesto a un professionista il pagamento dei contributi per la Gestione Separata degli anni 2008 e 2009. Il professionista ha eccepito la prescrizione dei contributi previdenziali. La Corte d'Appello ha accolto l'eccezione, ritenendo che la proroga dei termini di versamento prevista dal D.P.C.M. del giugno 2009 non si applicasse in mancanza di prove specifiche. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'INPS per l'anno 2008. I giudici hanno chiarito che il differimento dei termini di pagamento opera oggettivamente per tutti i contribuenti che esercitano attività per cui sono previsti gli studi di settore. Di conseguenza, il termine di prescrizione quinquennale inizia a decorrere dalla data prorogata (6 luglio 2009). Poiché l'atto interruttivo dell'INPS è avvenuto il 30 giugno 2014, la richiesta è tempestiva. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Risoluzione del contratto di appalto: l’impresa perde 1,8 milioni
Un'impresa edile ha impugnato la decisione del Comune di interrompere i lavori per la costruzione di una piscina comunale. Il Comune aveva deliberato la risoluzione del contratto di appalto a causa dei continui ritardi e dell'abbandono del cantiere da parte dell'impresa. Quest'ultima ha chiesto il pagamento di oltre 1,8 milioni di euro per presunti lavori extracontrattuali. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'impresa. I giudici hanno stabilito che la risoluzione del contratto di appalto è legittima se l'assenza dei documenti preparatori è causata dall'ostruzionismo dell'appaltatore stesso. Inoltre, i lavori aggiuntivi non possono essere pagati senza un ordine scritto della direzione dei lavori e senza la tempestiva iscrizione delle riserve nei registri contabili. L'impresa perde la causa e deve pagare le spese legali.
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Base pensionabile: il dipendente perde il ricalcolo
Un dipendente pubblico, dopo aver ottenuto in un precedente giudizio le differenze retributive per un incarico dirigenziale temporaneo svolto prima del pensionamento, ha chiesto la riliquidazione della propria pensione. Il lavoratore pretendeva che tali somme fossero inserite direttamente nella base pensionabile della Quota A (trattamento fondamentale). L'Ente Previdenziale si è opposto, sostenendo di aver già ricalcolato correttamente la pensione inserendo le somme nella Quota B (trattamento accessorio). La Corte d'Appello ha dato ragione all'Ente Previdenziale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del lavoratore, confermando che le maggiorazioni per mansioni superiori non rientrano nella base pensionabile strutturale ma vanno calcolate secondo le regole della quota accessoria, condannando il ricorrente al pagamento delle spese.
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Azione revocatoria: il creditore perde la casa e paga la multa
Un creditore ha promosso un'azione revocatoria per rendere inefficace la vendita della casa del suo debitore a un terzo acquirente. Il creditore sosteneva che la vendita servisse a sottrarre il bene al pignoramento. La Corte d'Appello ha rigettato la domanda per mancanza di prove sulla consapevolezza del danno da parte dell'acquirente. Il creditore ha fatto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Il ricorrente si è limitato a riproporre la propria versione dei fatti senza contestare le specifiche motivazioni della sentenza d'appello. Di conseguenza, il creditore ha perso la causa ed è stato condannato a pagare le spese legali e una sanzione per lite temeraria.
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Stabilizzazione dei precari: la forma batte la sostanza
Una lavoratrice ha richiesto la stabilizzazione dei precari a tempo indeterminato presso un'azienda, basandosi su accordi sindacali del 2012, 2018 e 2022. I giudici di merito hanno respinto la domanda perché la donna non aveva inviato la richiesta del 2012 tramite raccomandata con ricevuta di ritorno entro la scadenza, come espressamente richiesto dall'accordo. Inoltre, non possedeva i requisiti per gli accordi successivi. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, stabilendo che le procedure di stabilizzazione previste dagli accordi sindacali richiedono il rispetto rigoroso delle modalità di presentazione stabilite dai contratti stessi. Chi non rispetta le forme e i tempi concordati perde il diritto all'assunzione, e i giudici non possono modificare le regole decise dai sindacati.
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Rapporto di lavoro subordinato: no alle pulizie senza prove
Una collaboratrice domestica ha chiesto il riconoscimento di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato come pulitrice, pretendendo differenze retributive. Sia il Tribunale che la Corte d'Appello hanno respinto la domanda, rilevando l'assenza di prove di un legame diretto con il proprietario dell'immobile e ravvisando invece un mero contratto d'opera tra quest'ultimo e il fratello della donna. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso principale della lavoratrice e dichiarato inammissibile quello del terzo. I giudici hanno chiarito che l'udienza a trattazione scritta disposta durante la pandemia era legittima e non violava il diritto di difesa. Inoltre, la Cassazione ha ribadito che la valutazione delle prove spetta esclusivamente ai giudici di merito e non può essere riesaminata in sede di legittimità. La ricorrente perde la causa e deve pagare le spese legali.
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Rimborso IVA: il fisco perde se contesta in ritardo il credito
L'Amministrazione Finanziaria ha emesso una cartella di pagamento contro la Curatela Fallimentare di una società per un presunto omesso versamento d'imposta. La Curatela ha contestato l'atto, sostenendo di avere un credito d'imposta maturato negli anni precedenti, per il quale aveva già chiesto il Rimborso IVA. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'ufficio tributario. I giudici hanno chiarito che l'onere di provare i fatti costitutivi del credito grava sul contribuente solo se l'ufficio contesta specificamente tale credito fin dal primo grado. Poiché l'ente impositore non ha sollevato tempestivamente contestazioni specifiche sull'esistenza del credito, limitandosi a rilievi formali sulla mancata presentazione di alcune dichiarazioni annuali, il diritto al Rimborso IVA del contribuente deve considerarsi definitivamente confermato.
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Risoluzione per grave inadempimento: il Comune vince sulla ditta
Una società acquista dal Comune due lotti di terreno per realizzare un inceneritore di rifiuti, impegnandosi a iniziare i lavori entro un anno. A causa di ritardi e documenti incompleti imputabili alla società, i lavori non iniziano. Successivamente, il Comune vieta gli inceneritori sul territorio. La società chiede i danni, ma il Comune ottiene la risoluzione del contratto per inadempimento della ditta. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso della società. La Suprema Corte conferma che il ritardo colpevole della ditta giustifica la risoluzione per grave inadempimento, escludendo che il successivo divieto comunale costituisca un evento imprevedibile idoneo a liberare l'acquirente dalle sue responsabilità contrattuali.
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Ricorso per revocazione: l’avvocato perde e paga i danni
Un avvocato ha proposto un ricorso per revocazione contro un'ordinanza della Corte di Cassazione che aveva dichiarato inammissibile il suo precedente ricorso. La vicenda originaria riguardava un appello presentato dal professionista per conto di una società già cancellata dal registro delle imprese, con conseguente condanna personale alle spese per mancanza di procura. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso per revocazione, poiché il ricorrente non ha denunciato un vero errore di fatto, ma ha contestato una valutazione giuridica della Corte. Di conseguenza, l'avvocato è stato condannato al pagamento delle spese legali, al risarcimento per lite temeraria e a una sanzione pecuniaria.
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Contributi e inammissibilità del ricorso per cassazione
Una società di ristorazione ha proposto opposizione contro alcune intimazioni di pagamento per crediti previdenziali richiesti dagli enti pubblici, eccependo l'avvenuta prescrizione dei debiti. La Corte d'Appello ha respinto l'opposizione, accertando la regolarità delle notifiche degli atti interruttivi. La società ha quindi presentato ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione poiché la difesa ha mescolato e sovrapposto motivi di impugnazione incompatibili tra loro, come la violazione di legge e il vizio di motivazione. Inoltre, il ricorso mancava di specificità, non riportando i documenti fondamentali a supporto delle contestazioni. Di conseguenza, la società ha perso la causa ed è stata condannata a pagare le spese di giudizio a favore degli enti previdenziali e dell'agente della riscossione.
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Responsabilità della Pubblica Amministrazione: limiti ai danni
Una società privata ha richiesto il risarcimento dei danni subiti a causa dei lavori eseguiti da una cooperativa terza, a cui un Comune aveva affidato in concessione la realizzazione di alcune opere pubbliche. La Corte d'Appello ha escluso la responsabilità del Comune, rilevando l'assenza di poteri di controllo diretto o di vigilanza sull'esecuzione materiale dei lavori. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della società, confermando che non sussiste alcuna **responsabilità della Pubblica Amministrazione** per i danni causati dall'attività materiale del concessionario, qualora l'ente pubblico sia privo di poteri di controllo diretto e di ingerenza nell'esecuzione delle opere. La società è stata condannata a pagare le spese di giudizio.
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Errore di fatto revocatorio: la svista che non salva la società
La Società Balneare ha proposto ricorso per revocazione contro una precedente ordinanza della Cassazione favorevole al Comune, lamentando un errore di fatto revocatorio. Secondo la ricorrente, i giudici non si erano accorti che l'ente pubblico non aveva depositato la copia notificata della sentenza d'appello sulla TARI, violando le regole procedurali. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'omesso rilievo di una questione processuale non costituisce un errore di fatto revocatorio (cioè una svista percettiva), ma un eventuale errore di giudizio o di diritto, non impugnabile con la revocazione. Di conseguenza, la decisione precedente resta valida e la società perde il ricorso.
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Ripetizione di indebito bancario: senza estratti conto si perde
Una società in liquidazione ha citato in giudizio un istituto di credito per far dichiarare la nullità di alcune clausole di due contratti di conto corrente e ottenere la restituzione delle somme pagate in eccedenza. Sia il Tribunale che la Corte d'Appello hanno respinto la domanda di restituzione a causa dell'incompletezza degli estratti conto presentati. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della società. I giudici hanno chiarito che, nell'azione di ripetizione di indebito bancario, l'onere della prova grava interamente sul cliente, il quale deve produrre la serie completa degli estratti conto. Inoltre, il ricorso è stato giudicato confuso e privo del requisito di autosufficienza, poiché mescolava diverse censure senza distinguerle chiaramente. La società è stata condannata al pagamento delle spese processuali.
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Contratti derivati nulli ma niente rimborsi senza prove chiare
Una società immobiliare ha richiesto la nullità di due contratti derivati e la restituzione delle somme pagate a una banca. Sebbene i contratti fossero nulli, i giudici di merito hanno negato il rimborso totale per mancanza di prove dei pagamenti effettuati, ritenendo non applicabile il principio di non contestazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso principale della società per difetto di specificità e per la presenza di una doppia decisione conforme sui fatti. Di conseguenza, anche il ricorso incidentale tardivo della banca è stato dichiarato inefficace. La società immobiliare perde definitivamente la causa e viene condannata al pagamento delle spese processuali.
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Prescrizione dei contributi previdenziali: stop alle pretese INPS
Un ingegnere riceveva dall'INPS un avviso di addebito per contributi omessi alla Gestione Separata per l'anno 2010. La Corte d'Appello riteneva dovuti i contributi poiché il professionista aveva versato alla propria cassa solo il contributo integrativo. Tuttavia, i giudici d'appello omettevano di pronunciarsi sull'eccezione di prescrizione sollevata dal professionista. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'ingegnere, sancendo che l'omesso esame di tale eccezione costituisce un vizio di nullità della sentenza. Di conseguenza, la Suprema Corte ha cassato la decisione e rinviato la causa alla Corte d'Appello per valutare se fosse effettivamente maturata la prescrizione dei contributi previdenziali, dato che il primo atto interruttivo dell'INPS era giunto oltre il termine di cinque anni.
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Responsabilità solidale negli appalti: lavoratore perde la causa
Un lavoratore, dipendente di una società appaltatrice, ha richiesto il pagamento di differenze retributive e del trattamento di fine rapporto (TFR). Il lavoratore ha invocato la responsabilità solidale negli appalti nei confronti dell'impresa committente. La Corte d'Appello ha condannato solo la società appaltatrice per le differenze retributive, escludendo il TFR poiché il rapporto di lavoro risultava ancora in corso a seguito di una precedente reintegra. Il lavoratore ha proposto ricorso in Cassazione per ottenere la condanna in solido dell'impresa committente. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Il ricorrente non ha rispettato il principio di autosufficienza, omettendo di allegare i documenti necessari a dimostrare di aver formulato correttamente le domande nei precedenti gradi di giudizio. Di conseguenza, l'impresa committente ha vinto la causa e il lavoratore è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Giudizio secondo equità: il passeggero perde il risarcimento
Un passeggero ha citato in giudizio una compagnia aerea chiedendo il risarcimento per la cancellazione del volo. Il Giudice di pace ha rigettato la domanda ravvisando uno sciopero come causa esimente. Il Tribunale ha dichiarato inammissibile l'appello del passeggero, ritenendo che la causa, di valore inferiore a 1.100 euro, fosse soggetta al giudizio secondo equità e quindi non appellabile se non per motivi limitati. La Cassazione ha confermato tale decisione: sebbene i contratti di trasporto aereo online escludano il giudizio secondo equità, il passeggero non ha dimostrato nei gradi di merito che il contratto fosse stato concluso tramite moduli standard. Il ricorso è stato rigettato, confermando la perdita del diritto al risarcimento per il passeggero.
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