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Art. 360 Codice di Procedura Civile — Anno 2026

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5809 provvedimenti

Altri anni per Art. 360 Codice di Procedura Civile

Esigibilità del credito negli appalti: acconto o saldo
Un'impresa appaltatrice ottiene un decreto ingiuntivo contro un ente pubblico per il pagamento di una fattura relativa al quarto stato di avanzamento lavori. L'ente pubblico si oppone al pagamento sostenendo la non esigibilità del credito negli appalti senza il collaudo finale dell'opera. Inoltre, l'ente richiede i danni per un'alluvione che ha colpito la strada interessata dai lavori. La Corte di Cassazione respinge le pretese dell'ente pubblico. Il giudice stabilisce che i pagamenti in acconto sono sempre dovuti entro trenta giorni dall'emissione del certificato, rendendo immediata la esigibilità del credito negli appalti. Il collaudo finale riguarda solo il saldo definitivo. Inoltre, la richiesta risarcitoria dell'ente viene respinta poiché la strada appartiene alla Provincia.
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Revoca dei finanziamenti pubblici: la crescita non evita il taglio
L'Azienda ha ottenuto oltre un milione di euro per la costruzione di un nuovo impianto produttivo. A seguito di controlli ispettivi, il Ministero ha disposto la Revoca dei finanziamenti pubblici integrali per la violazione del vincolo di destinazione quinquennale. L'Azienda aveva infatti esternalizzato gran parte della produzione, spostato i magazzini e adibito lo stabilimento a vendita al dettaglio e uffici, lasciando in sede solo la prototipia. L'Azienda ha impugnato il provvedimento, sostenendo di aver comunque superato gli obiettivi economici e occupazionali del piano. La Corte di Cassazione ha rigettato le tesi dell'impresa, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato la legittimità del recupero dei contributi statali, poiché il progetto vincolava l'impresa ad accentrare tutte le fasi produttive nell'unità finanziata. L'Azienda perde la causa e deve pagare anche le spese di giudizio.
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Revocazione cartella di pagamento: il Fisco perde in Cassazione
L'Agenzia delle Entrate ha notificato una cartella per imposte non versate a Il Contribuente, senza considerare gli acconti già corrisposti. Il Contribuente ha impugnato l'atto ottenendo il ricalcolo delle somme. Il Fisco ha quindi proposto un ricorso per la revocazione cartella di pagamento, sostenendo che il giudice avesse commesso un errore di fatto nel conteggio dei versamenti IVA. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'amministrazione finanziaria. La Suprema Corte ha chiarito che l'errore di fatto revocatorio è escluso quando la questione dei calcoli ha formato un punto controverso espressamente dibattuto tra le parti. L'Agenzia delle Entrate è stata condannata al pagamento delle spese di giudizio.
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Credito in prededuzione: niente priorità senza un nuovo contratto
Una Società finanziaria ha chiesto l'ammissione allo stato passivo di una Società in amministrazione straordinaria per un importo di 11 milioni di euro. Tale somma derivava da un accordo transattivo legato a un precedente contratto di factoring. La Società finanziaria pretendeva il riconoscimento del credito in prededuzione, sostenendo che la transazione avesse creato un'obbligazione del tutto nuova e funzionale alla procedura concorsuale. Il Tribunale ha respinto la richiesta, rilevando che la transazione non aveva natura novativa e che il credito affondava le radici nel contratto originario. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, dichiarando il ricorso inammissibile: l'interpretazione dei contratti spetta unicamente ai giudici di merito. Di conseguenza, la Società finanziaria ha perso la causa ed è stata condannata al pagamento delle spese di giudizio.
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Riconoscimento sentenza straniera tra Ente Locale e Banca
Un Ente Locale ha contestato in Italia l'efficacia di pronunce rese da un giudice britannico in favore di un Istituto di Credito estero. Le decisioni straniere riguardavano la validità di contratti finanziari derivati e una transazione. L'Ente Locale ha sostenuto la mancanza dei presupposti per il riconoscimento sentenza straniera, evidenziando la pendenza di una causa preventiva in Italia e la violazione dell'ordine pubblico finanziario. La Corte d'Appello ha accolto la richiesta dell'Istituto di Credito. La Corte di Cassazione, evidenziando la grande importanza delle questioni relative all'ordine pubblico e alla giurisdizione sui derivati, ha rinviato la decisione finale all'udienza pubblica.
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Usura nei contratti di leasing e potere di controllo del giudice
Un utilizzatore di un immobile in leasing ha agito in giudizio contro la società concedente lamentando tassi usurari nei canoni e negli interessi di mora. In appello, il giudice ha ritenuto inammissibili le contestazioni relative all'inclusione della clausola penale nel calcolo del tasso soglia, qualificandole come domande nuove. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'utilizzatore, affermando un principio chiave in tema di usura nei contratti di leasing: la nullità per tassi usurari è rilevabile d'ufficio dal giudice in ogni stato del processo se il contratto è stato ritualmente depositato. I magistrati hanno annullato la sentenza d'appello, rinviando la causa per una nuova e completa valutazione delle clausole contrattuali.
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Usura nei finanziamenti: la penale finisce in Cassazione
Un'azienda in liquidazione e i propri garanti si sono opposti a un decreto ingiuntivo richiesto da un istituto bancario per il recupero di canoni di leasing non pagati. I debitori hanno lamentato la presenza di usura nei finanziamenti, sostenendo che nel calcolo del tasso soglia usura dovesse essere inclusa anche la penale prevista per l'estinzione anticipata del contratto. I giudici di merito hanno respinto l'opposizione conformandosi alle istruzioni della Banca d'Italia, le quali escludono tale penale dal conteggio del costo globale del credito. La Corte di Cassazione, rilevando la preminenza della legge penale sulle disposizioni amministrative, ha disposto il rinvio della causa in pubblica udienza per stabilire se le penali di estinzione debbano concorrere alla verifica dell'usurarietà del tasso.
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Pagamento compensi avvocato tra gestore ed ente pubblico
Un legale ha agito in giudizio per ottenere il pagamento compensi avvocato derivanti da numerosi incarichi svolti per conto di una società gestrice di servizi pubblici. Il Tribunale ha condannato la società al pagamento degli onorari e l'ente pubblico al solo rimborso delle spese vive esenti. La società ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che la responsabilità fosse dell'ente pubblico e lamentando la mancanza di motivazione sulla quantificazione del credito. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della società riguardo alla motivazione carente e alla scorretta interpretazione del contratto tra ente e gestore. La Suprema Corte ha tuttavia confermato che l'obbligo di saldare il professionista grava primariamente su chi conferisce l'incarico, rinviando la causa al Tribunale di Roma per una nuova e adeguata valutazione delle somme spettanti al legale.
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Plusvalenza vendita terreno agricolo: quando scatta la tassa
Un contribuente riceve un avviso di accertamento dall'Amministrazione Finanziaria per non aver dichiarato la plusvalenza derivante dalla vendita di un terreno agricolo. Il proprietario sostiene che il suolo sia inedificabile a causa delle ridotte dimensioni delle particelle e di specifici vincoli urbanistici. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso del Fisco e stabilisce che la plusvalenza vendita terreno agricolo è assoggettata a tassazione anche quando l'edificabilità è minima o soltanto strumentale all'attività agricola, come per la costruzione di stalle o depositi. Non basta una generale classificazione agricola per escludere il prelievo fiscale, specialmente se il prezzo di vendita risulta superiore al valore dei terreni agricoli di zona. La causa viene rinviata per una verifica analitica delle singole particelle.
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Risoluzione del contratto e fallimento: l’appello prosegue
Una società venditrice chiede la risoluzione del contratto e fallimento della società acquirente inadempiente, con restituzione degli immobili e risarcimento danni. Il Tribunale respinge le domande e la venditrice propone appello. Durante la fase d'appello sopravviene il fallimento della società acquirente. La Corte d'Appello dichiara il giudizio improcedibile, ritenendo che ogni pretesa debba essere trasferita davanti al giudice delegato al fallimento. La Corte di Cassazione ribalta la decisione e accoglie il ricorso della società venditrice. I giudici chiariscono che, se il Tribunale si è già pronunciato prima della dichiarazione di fallimento con una sentenza non ancora definitiva, l'appello in sede ordinaria può proseguire contro la curatela. Questo evita che la prima pronuncia sfavorevole diventi definitiva. La causa torna quindi in Corte d'Appello per la decisione nel merito.
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Acquisizione sanante: le regole su indennizzo e prescrizione
Un Proprietario ha contestato l'indennizzo riconosciuto dal Comune per un'opera pubblica realizzata su terreni privati tramite acquisizione sanante. La Corte d'Appello aveva stabilito un valore inferiore rispetto a quello indicato dal consulente d'ufficio, applicando criteri generici ed escludendo indennizzi per i terreni rimasti inutilizzati. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del privato, stabilendo che il giudice non può ignorare le osservazioni tecniche di parte né scostarsi dalla perizia senza adeguata motivazione. La Suprema Corte ha inoltre chiarito che la somma dovuta per l'occupazione illegittima all'interno dell'acquisizione sanante ha natura indennitaria, concorre al ristoro complessivo e si prescrive nel termine ordinario di dieci anni, e non di cinque. La causa è stata quindi rinviata per un nuovo calcolo dell'indennità.
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Opposizione a precetto nel lavoro: la svolta della sentenza
Il Lavoratore ha intimato un pagamento all'Azienda dopo un licenziamento dichiarato illegittimo. L'Azienda ha presentato opposizione a precetto nel lavoro, contestando la somma pretesa e la mancata detrazione del ricavo da altri impieghi (aliunde perceptum). Dopo che i giudici di appello hanno ridotto parzialmente l'importo dovuto, l'Azienda si è rivolta alla Corte di Cassazione. Nel frattempo, una nuova sentenza di appello ha ribaltato completamente il merito della causa, accertando la legittimità del licenziamento e rigettando le domande del dipendente. Di fronte a questo mutamento del quadro giuridico, la Corte di Cassazione ha sospeso la decisione e rinviato la causa a nuovo ruolo per consentire la discussione tra le parti sulla perdita di efficacia del titolo esecutivo originario.
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Responsabilità solidale nel subappalto: limiti e rinuncia
Un'impresa subappaltatrice ha svolto servizi informatici per conto di una società partner di un Raggruppamento Temporaneo di Imprese. A seguito dell'insolvenza della società committente diretta, il subappaltatore ha chiesto il pagamento del credito alle altre aziende mandanti, invocando la responsabilità solidale nel subappalto. I giudici di merito hanno escluso la garanzia solidale delle altre mandanti, qualificando l'unione come raggruppamento di tipo verticale. Il subappaltatore ha proposto ricorso in Cassazione ma ha successivamente depositato atto di rinuncia. La Suprema Corte ha dichiarato l'estinzione del giudizio e condannato il subappaltatore al pagamento delle spese legali in favore delle parti controricorrenti, a causa della mancata adesione consensuale alla rinuncia delle spese.
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Impugnazione delibere condominiali: limiti e decoro dell’edificio
Un condomino ha promosso l'impugnazione delibere condominiali per chiedere l'annullamento di diverse decisioni assembleari relative a lavori e riparto spese. Il ricorrente ha lamentato la mancata convocazione di un altro comproprietario, l'assenza temporanea delle tabelle millesimali e la violazione del decoro architettonico dell'edificio dovuta all'installazione di tubazioni esterne. La Corte di Cassazione ha rigettato integralmente il ricorso. I giudici hanno stabilito che soltanto il condomino non convocato può far valere la propria assenza. La mancanza delle tabelle non invalida automaticamente le decisioni se i quorum sono rispettati. Infine, la valutazione sull'impatto estetico delle opere spetta al giudice di merito. Il condomino soccombente deve pagare le spese legali.
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Definizione agevolata: stop al ricorso del Fisco in Cassazione
L'Agenzia delle Entrate ha notificato avvisi di accertamento a una società di persone e alle sue due socie per il recupero di imposte IRAP e IRPEF. La società e le socie hanno contestato gli atti, ottenendo ragione nei primi due gradi di giudizio. Successivamente, il Fisco ha proposto ricorso in Cassazione. Nelle more del giudizio di legittimità, i contribuenti hanno presentato domanda di definizione agevolata delle liti tributarie, versando l'importo dovuto ed esibendo la prova del pagamento. L'Ufficio non ha notificato alcun diniego. Di conseguenza, la Corte di Cassazione ha dichiarato estinto il processo per cessazione della materia del contendere, ponendo le spese a carico delle parti che le hanno anticipate.
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Frode fiscale cessione azienda: nessuna tutela con la mala fede
L'Amministrazione Finanziaria ha notificato avvisi di accertamento a un'azienda per indebiti vantaggi fiscali derivanti dall'uso di fatture inesistenti. La vicenda coinvolgeva il trasferimento di quote a società con sede in Paesi compresi nella black list e la vendita dell'attività tra soggetti legati da vincoli familiari per sottrarsi ai debiti tributari. L'azienda ha impugnato gli atti chiedendo la protezione prevista per il cessionario in buona fede. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso confermando che la frode fiscale cessione azienda annulla ogni tutela derivante dal certificato dei carichi pendenti. La decisione stabilisce che chi partecipa a un disegno fraudolento risponde illimitatamente dei debiti fiscali, indipendentemente dall'assoluzione penale dei singoli soci o dalle irregolarità istruttorie non tempestivamente contestate.
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Occupazione abusiva di terreno: la costruzione va al proprietario
Un ente pubblico immobiliare ha citato in giudizio una cittadina per ottenere il rilascio di un'area di sua proprietà e un indennizzo, contestando l'occupazione abusiva di terreno su cui la donna aveva costruito un prefabbricato adibito a farmacia. La cittadina sosteneva di possedere un'autorizzazione comunale e giustificava l'interruzione delle trattative d'acquisto con presunte incertezze sulla titolarità del bene. La Corte d'Appello ha confermato l'assenza di un titolo valido, condannando l'occupante al rilascio dell'area e al pagamento dell'indennizzo, stabilendo che il manufatto appartiene all'ente per accessione. L'erede dell'occupante ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che l'occupazione abusiva di terreno comporta l'obbligo di restituzione e che le censure miravano a riesaminare i fatti già accertati nei precedenti gradi di giudizio.
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Cessione del credito in blocco: chi deve provare il debito
Un garante impugna un decreto ingiuntivo contestando che la società di recupero crediti abbia realmente acquistato il debito derivante da un leasing. La Corte d'Appello respinge l'impugnazione ritenendo impossibile verificare i documenti a causa della mancata costituzione della società. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso stabilendo un principio fondamentale in materia di cessione del credito in blocco: di fronte a una contestazione specifica del debitore, spetta alla società cessionaria dimostrare con prove certe l'inclusione di quel singolo credito nell'operazione di vendita. Non basta l'avviso in Gazzetta Ufficiale se manca la prova analitica del credito trasferito. La sentenza impugnata viene quindi annullata e la causa rinviata per un nuovo giudizio.
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Part-time verticale e Fondo EST: contributi dovuti tutto l’anno
L'Azienda ha sospeso i versamenti dei contributi per l'assistenza sanitaria integrativa al Fondo EST nei confronti di un Lavoratore assunto con contratto a tempo indeterminato in part-time verticale e misto durante i mesi di inattività lavorativa. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione dei giudici di merito, stabilendo l'obbligo del datore di lavoro di versare la quota mensile al Fondo EST per tutte le dodici mensilità dell'anno. La decisione sul rapporto tra Part-time verticale e Fondo EST chiarisce che la tutela sanitaria integrativa costituisce un diritto irrinunciabile e indivisibile del dipendente. L'obbligo contributivo datoriale ha misura fissa e non può essere ridotto o sospeso nei periodi di pausa lavorativa, prescindendo dall'effettiva erogazione della retribuzione ordinaria nei singoli mesi.
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Impugnazione contratto a termine: no a nuove accuse in Cassazione
Un operatore ecologico ha contestato la legittimità di due contratti a tempo determinato stipulati con l'Azienda datrice di lavoro, chiedendone la nullità e lamentando la violazione del diritto di precedenza. Dopo il rigetto nei gradi di merito, il lavoratore ha proposto ricorso in Cassazione. In sede di legittimità, la difesa del dipendente ha introdotto un nuovo argomento relativo all'abusiva reiterazione di contratti per far fronte a carenze strutturali dell'organico. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso per violazione del divieto di presentare motivi nuovi. L'impugnazione contratto a termine non può fondarsi su argomenti e fatti mai introdotti all'inizio della causa. La Suprema Corte ha confermato la vittoria dell'Azienda e condannato il lavoratore al pagamento delle spese di lite e del doppio contributo unificato.
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