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Art. 360 Codice di Procedura Civile — Anno 2026

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5809 provvedimenti

Altri anni per Art. 360 Codice di Procedura Civile

Abusiva reiterazione contratti a termine: negato il risarcimento
Una lavoratrice ha chiesto il risarcimento dei danni per l'abusiva reiterazione contratti a termine nei confronti di un Comune. La ricorrente sosteneva che tre contratti di collaborazione coordinata e continuativa fossero, in realtà, rapporti di lavoro subordinato. Sommando questi periodi ai successivi contratti a termine, si sarebbe superato il limite dei trentasei mesi. Sia il Tribunale che la Corte d'Appello hanno respinto la domanda per mancanza di prove sulla reale subordinazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità hanno chiarito che la valutazione delle prove spetta esclusivamente ai giudici di merito e non può essere riesaminata in Cassazione. La lavoratrice è stata condannata a pagare le spese di giudizio.
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Stabilizzazione del personale precario: ricorso respinto
Due lavoratrici assunte a termine dal Ministero dell'Ambiente chiedevano la costituzione di un rapporto a tempo indeterminato tramite una procedura di stabilizzazione del personale precario. Inserite inizialmente in graduatoria, ne erano uscite dopo un annullamento in autotutela. La Corte d'Appello, in sede di rinvio dopo una prima pronuncia di Cassazione, accertava che le lavoratrici occupavano le posizioni numero 103 e 109, ben oltre i 42 posti autorizzati per la stabilizzazione. Le lavoratrici ricorrevano nuovamente in Cassazione, lamentando il mancato rilievo dello scorrimento della graduatoria negli anni successivi. La Suprema Corte rigetta il ricorso: il giudice del rinvio è strettamente vincolato ai limiti della precedente decisione rescindente, che imponeva di verificare solo la collocazione nella graduatoria originaria del 2008. Le lavoratrici perdono la causa e sono condannate alle spese.
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Assorbimento del superminimo: quando l’aumento cancella il bonus
Il Lavoratore ha fatto causa all'Azienda contestando l'assorbimento del superminimo individuale, riconosciuto al momento dell'assunzione, nei successivi aumenti previsti dal contratto collettivo. La Corte d'Appello ha respinto la domanda, ritenendo applicabile il principio generale dell'assorbimento in assenza di prova contraria. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso del dipendente. I giudici hanno chiarito che l'assorbimento del superminimo costituisce la regola generale. Spetta interamente al lavoratore dimostrare l'esistenza di un accordo scritto o di una clausola specifica che escluda tale meccanismo. Nel caso in esame, i contratti collettivi successivi non avevano efficacia retroattiva e non salvaguardavano i vecchi superminimi. Di conseguenza, il lavoratore perde la causa e deve pagare le spese legali.
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Riclassamento catastale: nullo l’aumento senza motivi specifici
I Contribuenti hanno impugnato l'avviso di accertamento con cui l'Agenzia delle Entrate ha disposto il riclassamento catastale della loro abitazione a Roma, elevandone la rendita. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dei proprietari, stabilendo che l'amministrazione non può limitarsi a giustificare la rivalutazione basandosi solo sul valore medio della microzona. L'atto deve indicare in modo chiaro e specifico le caratteristiche concrete del singolo immobile che giustificano il passaggio a una categoria superiore. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato l'atto impositivo.
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Omessa pronuncia: professionista batte il silenzio dei giudici
Un professionista ha ottenuto un decreto ingiuntivo contro una società in concordato preventivo per prestazioni professionali non pagate. La società e il suo liquidatore hanno opposto il decreto, ottenendo una forte riduzione del debito. Il professionista ha chiesto di chiamare in causa il liquidatore come persona fisica per il pagamento subordinato delle attività svolte nel suo interesse personale. Nonostante la regolare costituzione del terzo in uno dei giudizi poi riuniti, i giudici di merito hanno ignorato la domanda subordinata e la contestazione sulla riduzione dei compensi. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del professionista, rilevando il vizio di omessa pronuncia sia sulla domanda contro il terzo sia sulla riduzione ingiustificata delle tariffe professionali, rinviando la causa alla Corte d'appello.
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Valore aree edificabili IMU: la perizia batte la stima del Comune
Un Comune ha emesso avvisi di accertamento per il pagamento dell'IMU 2011, calcolando l'imposta sulla base dei valori minimi delle aree edificabili stabiliti dalla giunta comunale. I Contribuenti hanno impugnato gli atti, presentando una perizia tecnica che attestava un valore di mercato inferiore a causa della crisi immobiliare e delle caratteristiche fisiche del terreno. La Commissione Tributaria Regionale ha accolto la tesi dei Contribuenti, riducendo la tassazione. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso del Comune. I giudici hanno stabilito che le delibere comunali sul valore aree edificabili IMU costituiscono solo presunzioni semplici. Il contribuente può superarle dimostrando il reale e minore valore del terreno tramite elementi oggettivi, come una perizia di parte dettagliata. Vince il Contribuente.
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Liquidazione delle spese giudiziali: stop a 2500€ per soli 30€
Una contribuente ha impugnato l'invito al pagamento del contributo unificato tributario per l'anno 2017. Dopo il rigetto nei gradi di merito, ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il primo motivo riguardante il merito della pretesa tributaria. Ha invece accolto il secondo motivo relativo alla liquidazione delle spese giudiziali. Il giudice di merito aveva infatti condannato la contribuente a pagare ben 2.500 euro di spese legali per una causa di valore pari a soli 30 euro, superando irragionevolmente i limiti tariffari e la stessa nota spese presentata dall'Amministrazione Finanziaria pari a 454,40 euro. La Cassazione ha quindi cassato la sentenza sul punto, rideterminando le spese in 454 euro.
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Contratto di factoring: il garante perde se contesta in modo generico
Un garante si oppone al decreto ingiuntivo richiesto da una banca per il recupero di un credito derivante da un contratto di factoring stipulato con una cooperativa. Il garante contesta l'esistenza del debito, lamentando la mancata contabilizzazione di un saldo attivo e la genericità dei registri contabili prodotti dall'istituto di credito. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso del garante. I giudici chiariscono che, una volta dimostrata l'esistenza del contratto di factoring, spetta al debitore o al garante contestare in modo specifico i conteggi, non potendosi limitare a contestazioni generiche. Inoltre, la presenza di una doppia decisione conforme nei precedenti gradi di giudizio impedisce il riesame dei fatti in sede di legittimità. Vince la società cessionaria del credito.
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Autotutela possessoria: Comune perde contro il privato
Un proprietario terriero ha contestato l'ordinanza del Sindaco che imponeva la rimozione di barriere su una strada vicinale, esercitando il potere di autotutela possessoria. Il TAR e il Consiglio di Stato hanno annullato l'ordinanza, rilevando l'assenza di uso pubblico della via. Una società di servizi ha impugnato la decisione davanti alle Sezioni Unite della Cassazione, sostenendo che il giudice amministrativo avesse invaso la giurisdizione del giudice ordinario accertando la proprietà della strada. La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. La Corte ha chiarito che il giudice amministrativo può accertare in via incidentale la sussistenza dell'uso pubblico per valutare la legittimità dell'ordinanza. Eventuali errori in questo accertamento costituiscono semplici errori di giudizio e non un difetto di giurisdizione.
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Usi civici e giurisdizione: scontro tra vecchio accordo e demanio
Gli eredi di un privato si oppongono alla dichiarazione di demanialità di alcuni terreni da loro occupati, sostenendo che un precedente giudizio del 1989 avesse già risolto la questione. Essi eccepiscono il difetto di giurisdizione del Commissario per gli usi civici, ritenendo il suo potere consumato dal precedente giudicato. Le Sezioni Unite della Cassazione rigettano il ricorso sul punto specifico. La Corte chiarisce che la violazione del principio del ne bis in idem non configura un problema di giurisdizione, bensì un errore di diritto (errore in iudicando). Di conseguenza, la questione di usi civici e giurisdizione viene risolta confermando il potere decisionale del Commissario, mentre gli altri motivi di merito vengono rimessi alla Seconda Sezione civile per la decisione finale.
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Regime del margine: la sostanza vince sulla forma in fattura
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a una concessionaria di auto usate l'applicazione del regime del margine per gli anni 2003 e 2004, sostenendo che la mancata indicazione di tale dicitura sulle fatture d'acquisto ne impedisse l'utilizzo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del fisco, confermando la decisione d'appello. I giudici hanno stabilito che l'omissione formale in fattura non esclude il regime del margine se il contribuente dimostra, anche tramite la carta di circolazione, di aver agito con la massima diligenza per verificare che l'IVA fosse già stata assolta a monte da soggetti non rivenditori.
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Insider trading: sanzionato sia chi parla sia chi compra
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della Consob contro la riduzione della sanzione inflitta a un investitore accusato di insider trading. L'investitore aveva trasmesso informazioni riservate su un'acquisizione societaria a un terzo e, in concorso con questi, aveva acquistato azioni sfruttando la notizia. La Corte d'appello aveva annullato la sanzione per la sola comunicazione, ritenendola non distinguibile dall'acquisto. La Cassazione ha invece stabilito che la trasmissione di notizie riservate e il successivo acquisto di titoli costituiscono due illeciti autonomi e distinti. Pertanto, la condotta di comunicazione è punibile autonomamente rispetto allo sfruttamento economico della notizia stessa. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Responsabilità civile dei magistrati: risarcimento negato e multa
Un proprietario di un'imbarcazione ha promosso un'azione per la responsabilità civile dei magistrati contro lo Stato, lamentando presunti errori commessi dai giudici di merito in una precedente causa riguardante i canoni di un posto barca. Sia il Tribunale che la Corte d'appello hanno rigettato la domanda, condannando il ricorrente anche per responsabilità aggravata per aver abusato dello strumento processuale. La Corte di Cassazione ha confermato queste decisioni, rigettando definitivamente il ricorso. La Suprema Corte ha chiarito che l'attività di interpretazione delle norme e di valutazione delle prove non può fondare una richiesta di risarcimento, salvo nei casi eccezionali di colpa grave o dolo, qui del tutto assenti. Il ricorrente è stato condannato a pagare le spese del giudizio di legittimità.
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Demansionamento dei medici: legittimo riorganizzare i reparti
Cinque medici ospedalieri hanno fatto causa all'Azienda Ospedaliera chiedendo il risarcimento dei danni per un presunto demansionamento dei medici e mobbing. I professionisti lamentavano la riduzione degli interventi chirurgici e il trasferimento in un reparto non pienamente equivalente a seguito della riorganizzazione dei reparti. La Corte d'Appello, in sede di rinvio, ha rigettato la domanda per mancanza di prove. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, stabilendo che i dirigenti medici non hanno un diritto assoluto a svolgere lo stesso numero o tipo di interventi del passato. L'unico limite per l'azienda è non lasciare il medico in totale inattività o assegnargli compiti estranei alla sua specializzazione, rispettando sempre la correttezza. Il ricorso dei medici è stato quindi rigettato.
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Carenza di motivazione: il Fisco batte la Società in Cassazione
L'Amministrazione Finanziaria ha contestato a una Società l'indebita deduzione di canoni di leasing per oltre tre milioni di euro relativi a quattro immobili. La Commissione Tributaria Regionale ha dato ragione alla Società, ma senza motivare la decisione per due dei quattro immobili in contestazione. L'Amministrazione Finanziaria ha quindi fatto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso per carenza di motivazione, rilevando che i giudici d'appello hanno completamente omesso di esaminare i presupposti di fatto e di diritto di due operazioni immobiliari. La Cassazione ha inoltre respinto la richiesta della Società di applicare retroattivamente le sanzioni più favorevoli introdotte nel 2024, confermando la legittimità della deroga temporale voluta dal legislatore. La sentenza è stata cassata con rinvio per un nuovo esame.
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Contributo unificato: ricorso unico ma nessun risparmio
Il Ministero dell'Economia e delle Finanze ha contestato il calcolo del contributo unificato effettuato da una contribuente, la quale aveva impugnato trentaquattro ruoli esattoriali con un unico ricorso cumulativo. La contribuente aveva calcolato la tassa sommando il valore complessivo delle liti, anziche pagare la quota dovuta per ogni singolo atto. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Ministero, stabilendo che, in caso di ricorso cumulativo, il contributo unificato si calcola sommando i contributi dovuti per ciascun atto impugnato. La facolta di raggruppare piu contestazioni in un solo atto non puo tradursi in uno sconto fiscale per il cittadino. Di conseguenza, la decisione precedente e stata cassata e la contribuente e stata condannata a versare l'importo corretto.
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Notifica contributo unificato: valida anche presso l’avvocato
Una società ha contestato la validità della richiesta di pagamento della tassa giudiziaria, poiché l'atto era stato inviato al suo avvocato anziché alla sede aziendale. La Corte di Cassazione ha invece stabilito che la notifica contributo unificato eseguita presso il difensore domiciliatario è pienamente valida. Secondo i giudici, l'elezione di domicilio presso il legale crea una presunzione di conoscenza effettiva degli atti da parte del cliente, il quale ha l'onere di informarsi diligentemente tramite il proprio professionista di fiducia. La sentenza impugnata è stata quindi cassata con rinvio alla Corte di giustizia tributaria di secondo grado.
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Contributo unificato tributario: ricorso unico ma tassa multipla
Un contribuente ha impugnato un'intimazione di pagamento e le sette sottostanti cartelle esattoriali con un unico atto. Per determinare il contributo unificato tributario, ha calcolato l'importo sul valore complessivo dell'intimazione. L'Amministrazione finanziaria ha invece preteso il pagamento del tributo calcolato singolarmente su ciascun atto impugnato. La Corte di Cassazione ha dato ragione all'Amministrazione, stabilendo che in caso di ricorso cumulativo il contributo unificato tributario deve essere calcolato separatamente per ogni singolo atto impugnato e poi sommato. La scelta di raggruppare più impugnazioni in un solo ricorso non può tradursi in un risparmio fiscale per il cittadino. Di conseguenza, la Suprema Corte ha accolto il ricorso del Ministero, rigettando le ragioni del contribuente che è stato condannato anche al pagamento delle spese di lite.
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Notifica del ricorso per cassazione: il web non salva il Fisco
L'Agenzia delle Entrate ha impugnato la decisione d'appello favorevole a una contribuente in merito a un accertamento fiscale. Tuttavia, la Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. L'amministrazione finanziaria non ha depositato l'avviso di ricevimento cartaceo della raccomandata, ma solo la stampa del tracciamento online del sito di Poste Italiane. I giudici hanno stabilito che la regolare notifica del ricorso per cassazione può essere provata esclusivamente tramite l'avviso di ricevimento ufficiale munito di timbro postale. La semplice stampa web non ha valore legale sostitutivo, determinando così la sconfitta del fisco.
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Cessata materia del contendere: accordo chiude la lite di lavoro
Una lavoratrice ha chiesto il riconoscimento del rapporto di lavoro subordinato come domestica e cuoca, pretendendo differenze retributive e contributi. Dopo alterne decisioni nei primi gradi di giudizio, il datore di lavoro ha proposto ricorso in Cassazione. Durante il giudizio di legittimità, le parti hanno firmato un accordo amichevole presso una sede sindacale per risolvere ogni pendenza. La Corte di Cassazione ha preso atto dell'accordo e ha dichiarato la cessata materia del contendere, ponendo fine al processo senza decidere sul merito e senza addebitare ulteriori spese giudiziarie alle parti.
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