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Art. 348-bis Codice di Procedura Civile — Anno 2022

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67 provvedimenti

Altri anni per Art. 348-bis Codice di Procedura Civile

Ordinanza di inammissibilità dell’appello: ko per il lavoro nero
Un'ispezione dell'Ispettorato del Lavoro in un centro estetico rivela la presenza di lavoratori non registrati. La titolare riceve cinque ordinanze-ingiunzioni e fa opposizione. Il Tribunale respinge il ricorso e la Corte d'Appello dichiara inammissibile l'impugnazione per manifesta infondatezza. La proprietaria propone ricorso in Cassazione. La Suprema Corte dichiara inammissibile il ricorso. I giudici chiariscono che l'ordinanza di inammissibilità dell'appello, emessa per mancanza di ragionevoli probabilità di accoglimento, non può essere impugnata direttamente in Cassazione, salvo vizi procedurali specifici qui non sussistenti. La ricorrente avrebbe dovuto impugnare la sentenza di primo grado.
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Rimessione alla pubblica udienza: stop al filtro in Cassazione
Il Cittadino ha proposto ricorso in Cassazione contro la Prefettura per contestare un provvedimento del Tribunale. La sesta sezione civile, incaricata di valutare in modo rapido la causa in camera di consiglio, ha ritenuto che la questione non fosse di facile soluzione. Di conseguenza, la Corte ha disposto la rimessione alla pubblica udienza presso la seconda sezione civile. Questa decisione rinvia la scelta finale a un dibattimento pubblico e approfondito, escludendo una decisione semplificata.
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Qualificazione del rapporto di lavoro: realtà contro contratto
Una cooperativa sociale ha contestato la richiesta dell'INPS di pagare i contributi previdenziali per alcuni infermieri. Sebbene i contratti fossero formalmente qualificati come collaborazioni autonome, l'ente previdenziale riteneva si trattasse di vero e proprio lavoro subordinato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della cooperativa. I giudici hanno chiarito che, per la qualificazione del rapporto di lavoro, la realtà dei fatti prevale sull'accordo scritto. Gli infermieri lavoravano infatti nei locali dell'associazione, usavano le sue attrezzature, rispettavano un orario fisso e ricevevano un compenso prestabilito, senza alcuna autonomia organizzativa. Questi elementi concreti dimostrano l'esistenza di un vincolo di subordinazione, rendendo obbligatorio il versamento dei contributi.
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Ordinanza di inammissibilità dell’appello e l’errore fatale
Un proprietario ha citato in giudizio i vicini per definire i confini dei loro terreni. Il Tribunale ha stabilito il confine basandosi su una perizia tecnica. Entrambe le parti hanno proposto appello, ma la Corte d'Appello ha dichiarato inammissibili le impugnazioni con un'apposita ordinanza. Il proprietario ha quindi proposto ricorso in Cassazione impugnando direttamente questa decisione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'ordinanza di inammissibilità dell'appello che conferma la decisione di primo grado non può essere impugnata direttamente in Cassazione. Il ricorrente avrebbe dovuto impugnare direttamente la sentenza del Tribunale. Di conseguenza, il ricorrente ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Ordinanza di inammissibilità dell’appello: no se il giudice tace
Un Professionista ha richiesto un decreto ingiuntivo contro un Comune per ottenere il pagamento di prestazioni professionali di progettazione. Il Comune si è opposto eccependo la nullità del contratto per mancanza di forma scritta. Di conseguenza, il Professionista ha proposto domande subordinate di arricchimento senza causa e responsabilità precontrattuale. Il Tribunale ha accolto l'opposizione del Comune dichiarando nullo il contratto, senza però pronunciarsi sulle domande subordinate. La Corte d'Appello ha dichiarato inammissibile l'impugnazione del Professionista tramite ordinanza di inammissibilità dell'appello, decidendo però per la prima volta sulle domande subordinate e dichiarandole inammissibili. La Cassazione ha accolto il ricorso del Professionista, stabilendo che il giudice d'appello non può usare l'ordinanza di inammissibilità per sanare un'omessa pronuncia del primo grado decidendo per la prima volta nel merito, ma deve procedere con il rito ordinario.
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Autosufficienza del ricorso: investitore perde contro la banca
Un investitore si è opposto al decreto ingiuntivo di una banca per la restituzione di somme, proponendo una domanda riconvenzionale per far dichiarare nullo il contratto d'investimento. Dopo il rigetto in primo grado e la dichiarazione di inammissibilità dell'appello, l'investitore ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso per difetto di autosufficienza del ricorso. Il ricorrente ha infatti omesso di specificare i motivi dell'appello e la motivazione dell'ordinanza di inammissibilità di secondo grado, requisiti essenziali per consentire il controllo di coerenza delle censure. Di conseguenza, l'investitore ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Usucapione di un bene immobile: perché il possesso non basta
Un istituto religioso ha richiesto la restituzione di un'area adiacente a un appartamento concesso in locazione. L'inquilino, e successivamente i suoi eredi, si sono opposti chiedendo l'accertamento dell'acquisto per usucapione di un bene immobile, sostenendo di aver posseduto l'area dal 1962 e richiamando una precedente decisione favorevole in un giudizio possessorio. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso degli eredi. I giudici hanno chiarito che la tutela temporanea ottenuta nel giudizio possessorio non ha valore di giudicato nel giudizio di usucapione. Per l'usucapione di un bene immobile occorre infatti dimostrare il possesso ininterrotto per venti anni con l'intenzione di comportarsi come proprietari, prova non fornita nel caso specifico. Gli eredi sono stati condannati a pagare le spese di giudizio.
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