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Art. 339 Codice Penale

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264 provvedimenti

Concorso in rapina: basta l’intimidazione per la condanna
L'Imputato ha proposto ricorso alla Corte di Cassazione contro la condanna per concorso in rapina e violenza privata aggravata dalla presenza di più persone riunite. Il caso riguarda l'aggressione ai danni della Vittima, alla quale il Coimputato ha sottratto il telefono cellulare grazie al supporto intimidatorio dell'Imputato. La Difesa ha sostenuto l'assenza di un profitto economico e ha chiesto di riaprire l'istruttoria per effettuare confronti somatici, contestando anche la misura della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il concorso in rapina sussiste anche quando il contributo consiste nell'intimidire la vittima e che il profitto del reato può essere meramente morale o non patrimoniale. L'Imputato è stato quindi condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Resistenza a pubblico ufficiale: sconto illegittimo annullato
Un uomo, insieme a un complice, ha lanciato un bidone della spazzatura contro due agenti di polizia. Il Tribunale lo ha condannato per il reato di resistenza a pubblico ufficiale a soli due mesi e dieci giorni di reclusione, concedendogli le attenuanti generiche unicamente per aver scelto il giudizio abbreviato. La Procura Generale ha proposto ricorso per Cassazione, contestando l'illegalità del calcolo della sanzione. La Suprema Corte ha accolto l'impugnazione, evidenziando che il giudizio abbreviato offre già uno sconto per legge e non giustifica ulteriori attenuanti. Inoltre, l'opposizione a due agenti richiede l'applicazione del concorso formale di reati. La sentenza è stata annullata con rinvio al Tribunale per rideterminare la pena.
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Minaccia grave con uso di armi: confermata la condanna penale
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la sentenza che lo condannava per il reato di minaccia grave con uso di armi. La difesa contestava sia l'esistenza del reato sia l'applicazione dell'aggravante legata all'uso dell'arma. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. I giudici hanno chiarito che la difesa si è limitata a ripetere le stesse argomentazioni già respinte dalla Corte di Appello. I giudici di merito avevano accertato l'uso dell'arma e la chiara percezione della minaccia da parte della vittima. L'Imputato perde la causa ed è condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Violazione del DASPO: la firma a metà partita costa la condanna
Un uomo sottoposto alla misura di prevenzione sportiva ha omesso di presentarsi presso il commissariato di polizia all'inizio del secondo tempo di una partita di calcio, adempiendo solo alla firma prescritta per il primo tempo. I giudici di merito lo hanno condannato a un anno di reclusione e a diecimila euro di multa per violazione del DASPO, applicando l'aggravante della recidiva specifica a causa dei suoi precedenti per resistenza a pubblico ufficiale e porto di armi. L'interessato ha proposto ricorso sostenendo l'assenza del reato e contestando il calcolo della pena. La Corte di Cassazione ha respinto le doglianze, giudicando l'impugnazione inammissibile e condannando il ricorrente al pagamento delle spese legali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Minaccia e bilanciamento delle circostanze: pena da ricalcolare
L'Imputato è stato condannato per minaccia grave e aggravata ai danni della Persona Offesa. La Corte territoriale ha bilanciato le attenuanti generiche soltanto con la recidiva, escludendo l'aggravante a effetto speciale dal calcolo comparativo. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'imputato, ribadendo che il bilanciamento delle circostanze possiede una natura rigorosamente unitaria. Il giudice di merito deve valutare simultaneamente tutte le circostanze contestate, sia comuni sia ad effetto speciale, senza selezionarne solo alcune. I giudici di legittimità hanno pertanto annullato la sentenza con rinvio per una nuova determinazione della pena.
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Violenza privata: minacce accertate ma condanna annullata
Tre individui entravano in un negozio minacciando il titolare per ottenere l'attivazione irregolare di schede telefoniche. Il Tribunale condannava gli imputati per il reato semplice di violenza privata. Nelle more dell'appello, la Riforma Cartabia introduceva la procedibilità a querela per tale ipotesi. La Corte d'Appello riteneva sussistente l'aggravante delle più persone riunite procedendo d'ufficio, pur senza impugnazione del Pubblico Ministero. Gli imputati ricorrevano per Cassazione lamentando la violazione del divieto di reformatio in peius. La Suprema Corte ha accolto il ricorso: il giudice d'appello non può recuperare un'aggravante non riconosciuta in primo grado per superare la mancanza di querela. I giudici hanno annullato senza rinvio le sentenze di condanna per difetto di procedibilità.
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Dallo schiaffo alla violenza privata: confermata la condanna
L'Imputato è stato condannato per il reato di violenza privata, aggravato dal metodo mafioso e dalla presenza di più persone riunite. La vicenda riguarda le pressioni e le minacce esercitate nei confronti di una vittima per costringerla ad abbandonare un alloggio di edilizia popolare controllato dalla criminalità organizzata. L'Imputato ha partecipato all'incontro d'intimidazione e ha colpito la vittima con uno schiaffo. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la violazione del principio di immutabilità del giudice a causa del mutamento della composizione del collegio prima della decisione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che il cambio del collegio non annulla la sentenza se le parti, dopo essere state interpellate, non chiedono espressamente di ripetere la discussione.
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Minaccia aggravata tra vicini: confermata la condanna
Tre membri di un nucleo familiare hanno subito la condanna per il reato di minaccia aggravata ai danni di una vicina di casa. Gli imputati hanno aggredito verbalmente la donna pronunciando frasi intimidatorie e brandendo un'asta di legno nel contesto di una profonda conflittualità tra le famiglie. La difesa ha sostenuto l'irrilevanza del gesto, qualificando l'oggetto come una semplice cannuccia per piantine e riducendo le frasi a un'intenzione di denuncia. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la responsabilità penale. I giudici hanno stabilito che l'astio pregresso e l'uso di un bastone in legno aumentano la forza intimidatoria del fatto. Gli imputati dovranno pagare le spese processuali e risarcire la vittima.
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Concorso morale nel reato: no alla colpa di posizione
Durante una manifestazione pubblica sono scoppiati violenti scontri con le forze dell'ordine. I giudici di merito hanno condannato il leader del corteo ritenendo configurabile il concorso morale nel reato per la sua presenza inerte alla testa dei manifestanti e per un discorso successivo. I giudici hanno inoltre applicato a un secondo imputato la detenzione domiciliare sostitutiva, sebbene avesse acconsentito solo al lavoro di pubblica utilità. La Corte di Cassazione ha accolto i ricorsi. I giudici di legittimità hanno escluso automatismi di colpevolezza per la sola posizione di vertice, imponendo di provare l'efficacia causale dell'inerzia sui singoli reati. La Corte ha altresì eliminato la detenzione domiciliare inflitta senza il consenso esplicito dell'interessato.
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Danneggiamento seguito da incendio: fiamme e minaccia
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna penale nei confronti di un soggetto accusato di minaccia aggravata e danneggiamento seguito da incendio. L'imputato aveva appiccato il fuoco a beni della vittima per conto di terzi, compiendo un chiaro atto intimidatorio collegato a una precedente aggressione verso il coniuge della persona offesa. Il ricorrente sosteneva che le fiamme fossero limitate e che mancasse l'intento minaccioso. I giudici hanno invece ribadito la sussistenza di entrambi i reati. Poiché l'impugnazione riproponeva argomenti generici già respinti in appello, la Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, condannando l'imputato al pagamento delle spese legali e a tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Minaccia aggravata da arma impropria: no alla particolare tenuità
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a carico di un individuo per il reato di minaccia aggravata da arma impropria e porto abusivo di oggetti atti a offendere. L'imputato aveva impugnato la pronuncia di secondo grado lamentando il mancato riconoscimento della particolare tenuità del fatto e dell'attenuante della lieve entità. I giudici di legittimità hanno respinto le doglianze dichiarando il ricorso inammissibile. La Corte ha chiarito che l'elevata potenzialità lesiva dello strumento utilizzato, la gravità oggettiva della condotta e la spiccata propensione a delinquere dell'autore impediscono qualsiasi beneficio di lieve entità. Il ricorrente deve quindi scontare la condanna penale e versare tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Violenza o minaccia per costringere a un reato: ricorso respinto
Un imputato ha subito una condanna per il delitto di violenza o minaccia per costringere a un reato aggravato. La Corte di Appello ha confermato la decisione sfavorevole del giudice di primo grado. L'uomo ha proposto ricorso davanti alla Corte di Cassazione, contestando la motivazione della sentenza riguardo all'accertamento della propria responsabilità penale. I giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. L'atto difensivo conteneva esclusivamente censure di fatto e sollecitava una nuova valutazione delle prove, operazione vietata nel giudizio di legittimità. Di conseguenza, la condanna penale è divenuta definitiva. Il ricorrente ha subito l'obbligo di pagare le spese del procedimento e di versare tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Minaccia senza querela: la Cassazione annulla la condanna
L'imputato subiva una condanna per il reato di minaccia semplice. La difesa contestava la totale assenza dell'atto di denuncia della persona offesa nel fascicolo processuale. Gli accertamenti eseguiti presso il tribunale e le forze dell'ordine hanno confermato la mancata presentazione della formale richiesta punitiva. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, evidenziando un insanabile vizio procedurale. I giudici di legittimità hanno dunque annullato la condanna senza rinvio, sancendo l'impossibilità di proseguire l'azione penale per difetto di querela.
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Minaccia aggravata in gruppo: la querela ritirata non basta
La vicenda nasce dall'accusa contro due soggetti per intimidazioni rivolte alla stessa vittima. In una prima occasione i due imputati hanno agito insieme, mentre nel secondo episodio ha agito una sola persona. Il Giudice di Pace ha dichiarato estinti entrambi i reati per intervenuta remissione di querela. La Procura Generale ha impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione, sostenendo che il primo episodio integrasse il reato di minaccia aggravata da più persone riunite, circostanza che impone la procedibilità d'ufficio e la competenza del Tribunale. I Supremi Giudici hanno accolto il ricorso sul primo reato, annullando il proscioglimento e trasferendo gli atti alla Procura competente.
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Ricorso per cassazione: pena confermata e sanzione pecuniaria
L'Imputato ha proposto un ricorso per cassazione contro la condanna emessa dal Tribunale per reati di resistenza a pubblico ufficiale, detenzione di sostanze stupefacenti di lieve entità e porto di oggetti atti ad offendere. Il ricorrente lamentava vizi di motivazione in merito alla quantificazione della pena base e agli aumenti legati alla continuazione dei reati. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile attraverso una procedura semplificata. I giudici hanno chiarito che il vizio di motivazione sul calcolo della pena non è deducibile quando la sanzione rispetta i limiti ed è priva di illegalità oggettiva. L'Imputato perde la causa ed è condannato a pagare le spese processuali insieme a tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Colpi d’arma da fuoco: scatta la minaccia a pubblico ufficiale
L'Indagato è stato sottoposto a custodia cautelare in carcere per aver esploso colpi di pistola contro l'autovettura di un ispettore di polizia. La difesa sosteneva che l'atto integrasse un semplice danneggiamento per ritorsione e non il delitto di minaccia a pubblico ufficiale. Inoltre, eccepiva il divieto di doppio giudizio per il possesso dell'arma e contestava l'attendibilità dei collaboratori di giustizia. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dell'Indagato, chiarendo che sparare contro l'auto di un agente per condizionarne l'attività investigativa integra una minaccia a pubblico ufficiale idonea a piegarne la libertà d'azione. I giudici hanno confermato la piena validità delle dichiarazioni accusatorie e la legittimità della misura cautelare.
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Lesioni e minacce di gruppo: querela ritirata ma processo aperto
La Corte di Cassazione ha affrontato la validità della remissione di querela per reati aggravati in una vicenda di lesioni personali e minacce. Alcuni individui avevano aggredito e minacciato congiuntamente una persona. Il Giudice di Pace aveva dichiarato estinti i reati a seguito del ritiro della denuncia da parte della vittima. Tuttavia, il Procuratore Generale ha impugnato la sentenza rilevando che l'azione era avvenuta ad opera di più persone riunite. Questo elemento fattuale rende i reati aggravati e, di conseguenza, perseguibili d'ufficio per legge. I Supremi Giudici hanno confermato che la presenza di più aggressori impedisce la chiusura del processo tramite accordo privato. La Cassazione ha annullato il proscioglimento e ha trasmesso gli atti al pubblico ministero presso il Tribunale, autorità competente a giudicare le fattispecie aggravate.
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Minaccia aggravata con fucile subacqueo e querela inutile
Un uomo ha minacciato un'altra persona brandendo un fucile da caccia subacqueo con arpione. I giudici di merito lo hanno condannato a otto mesi di reclusione per il reato di minaccia aggravata e per porto ingiustificato di oggetti atti ad offendere. L'imputato ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo l'inefficacia della condanna a seguito di una successiva remissione di querela da parte della vittima e contestando la qualificazione del fucile come arma. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'impiego del fucile subacqueo costituisce uso di arma ai sensi dell'art. 339 del codice penale, rendendo il reato procedibile d'ufficio e privando di effetti il ritiro della querela.
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Minaccia aggravata: la condanna resta anche senza querela
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un imputato per il reato di minaccia aggravata. La difesa sosteneva che il processo non potesse proseguire per assenza di una formale querela da parte della persona offesa, la quale aveva presentato una semplice denuncia. I giudici supremi hanno chiarito che le recenti riforme hanno reso la minaccia grave perseguibile a querela, ma hanno introdotto un'eccezione fondamentale. Quando all'imputato viene contestata un'aggravante a effetto speciale, come la recidiva reiterata e infraquinquennale, il reato resta perseguibile d'ufficio. Di conseguenza, la mancanza di querela non blocca la condanna penale e il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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Remissione di querela: quando cancella la minaccia ma non le lesioni
Un uomo, condannato per minaccia grave e lesioni personali aggravate da futili motivi, ricorre in Cassazione. Il ricorrente chiede l'estinzione dei reati per intervenuta remissione di querela e l'applicazione della particolare tenuità del fatto per le lesioni. La Suprema Corte accoglie parzialmente il ricorso: dichiara estinto il reato di minaccia proprio grazie alla remissione di querela, riducendo la pena di quindici giorni di reclusione. Tuttavia, dichiara inammissibile il ricorso per il reato di lesioni. L'aggravante dei futili motivi non era stata contestata in appello, diventando definitiva; tale aggravante impedisce l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto.
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