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Art. 339 Codice Penale

264 provvedimenti

Minaccia aggravata con coltello: ricorso inammissibile in Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato condannato per minaccia aggravata. L'uomo aveva minacciato una persona dicendo "ti ammazzo" e mostrando un coltello. I motivi del ricorso sono stati ritenuti generici, poiché non contestavano in modo specifico i fatti accertati dalla Corte d'Appello né la decisività delle prove. La Suprema Corte ha confermato la condanna, obbligando l'imputato a pagare le spese processuali e una somma alla Cassa delle ammende.
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Protesta e “Bookblock”: la Cassazione conferma resistenza a pubblico ufficiale aggravata
Un gruppo di manifestanti ha avanzato in formazione a testuggine contro la polizia, usando "bookblock" (cartelloni di plastica dura) e lanciando oggetti per impedire l'accesso a una stazione ferroviaria. Questo ha causato lesioni a tre agenti. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per resistenza a pubblico ufficiale aggravata, ritenendo i "bookblock" come corpi contundenti e l'azione collettiva come aggravante. I ricorsi degli imputati sono stati dichiarati inammissibili, confermando le pene e le spese processuali. La sentenza ha ribadito che la condotta violenta, anche con oggetti non convenzionali, integra il reato di resistenza a pubblico ufficiale aggravata.
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Resistenza a pubblico ufficiale: l’uso di armi aggrava la pena
L'Imputato ha presentato ricorso per contestare la sentenza di condanna per resistenza a pubblico ufficiale e altri reati collegati. La difesa sosteneva che i fatti dovessero rientrare in un unico episodio privo di specifiche aggravanti e contestava il calcolo degli aumenti di pena per la continuazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'aggravante applicata riguardava specificamente l'uso di armi e non le lesioni personali. Inoltre, le diverse condotte criminose mantengono la loro autonoma gravità e giustificano pienamente la quantificazione della pena. L'Imputato perde il giudizio, subisce la conferma della condanna e deve pagare le spese legali oltre a una sanzione pecuniaria.
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Procedibilità a querela per minaccia: condanna annullata
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di un imputato condannato nei precedenti gradi di giudizio per il reato di minaccia grave. La difesa ha contestato la sussistenza delle aggravanti e la corretta procedibilità del reato. I giudici supremi hanno rilevato che il fatto contestato rientra nel regime di procedibilità a querela per minaccia, non ricorrendo le specifiche ipotesi aggravate previste dalla legge penale per l'avvio d'ufficio. Poiché la persona offesa non aveva mai formalizzato la querela, l'azione penale non poteva essere legittimamente proseguita. Di conseguenza, la Corte ha annullato la sentenza di condanna senza rinvio per difetto di querela, cancellando integralmente la pena inflitta.
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Minaccia aggravata con armi: il ritiro della querela non basta
L'Imputato viene rinviato a giudizio per il reato di minaccia aggravata con armi, per aver minacciato una persona brandendo un'accetta. Il Tribunale proscioglie L'Imputato perché La Persona Offesa decide di ritirare la denuncia tramite remissione di querela. La Procura Generale impugna la decisione in Cassazione. La Suprema Corte accoglie il ricorso e stabilisce che la minaccia aggravata con armi rimane un reato procedibile d'ufficio, anche dopo la riforma del 2018. Di conseguenza, il ritiro della querela non estingue il reato e il processo contro L'Imputato deve proseguire.
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Violenza privata: illegittimo identificare i reporter
Durante una protesta pubblica, due manifestanti hanno circondato una giornalista intenta a documentare i fatti. Gli imputati hanno intimato alla professionista di esibire il tesserino professionale e di mostrare quale fosse la propria automobile, impedendole di allontanarsi liberamente con toni minacciosi e impugnando un bastone. I giudici di merito hanno condannato gli autori per il reato di violenza privata aggravata. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente la condanna e ha dichiarato inammissibili i ricorsi dei manifestanti. I giudici hanno chiarito che i cittadini non hanno alcun potere di identificare i giornalisti che operano legittimamente in pubblico. Inoltre, la presenza evidente di un bastone integra l'aggravante dell'arma per il suo potenziale intimidatorio.
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Minaccia Aggravata: Condanna Annullata per Mancanza di Querela
Un individuo è stato condannato per minaccia aggravata. La Corte di Cassazione ha esaminato la questione della **procedibilità del reato di minaccia**. Ha stabilito che il reato di minaccia (Art. 612 c.p.) è procedibile d'ufficio solo se sussiste una specifica aggravante (Art. 339 c.p.). Nel caso specifico, tale aggravante non era presente. Pertanto, il reato richiedeva una querela da parte della vittima per poter procedere. Poiché la querela mancava, l'azione penale non poteva essere proseguita. La sentenza precedente è stata annullata. Il reato era anche prescritto.
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Minaccia aggravata dall’uso di armi: motosega e condanna finale
Un uomo è stato condannato per il reato di minaccia aggravata dall'uso di armi per aver impugnato una motosega accesa contro la vittima, intimandole di scendere e prospettando violenze fisiche. L'imputato ha proposto ricorso per cassazione lamentando vizi di motivazione, l'errata valutazione della credibilità della persona offesa e l'avvenuta prescrizione del reato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che non è possibile richiedere una nuova valutazione delle prove in sede di legittimità. Inoltre, l'inammissibilità dell'impugnazione impedisce la declaratoria di prescrizione maturata dopo la sentenza d'appello, confermando in via definitiva la condanna e disponendo una sanzione di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Violenza privata: vietato bloccare l’accesso allo stabile
Durante un presidio di protesta per bloccare uno sfratto esecutivo, una manifestante ha sbarrato fisicamente il cancello d'ingresso di un immobile. La donna ha trattenuto la cancellata con le mani e si è posizionata a mo' di barriera umana per impedire all'avvocato del proprietario di entrare e raggiungere il proprio assistito. La difesa ha sostenuto che l'ostacolo fosse solo momentaneo ed elettronicamente superabile, escludendo il reato e chiedendo comunque la particolare tenuità del fatto. La Corte di Cassazione ha respinto la tesi difensiva, confermando che l'impedimento fisico e l'intimidazione integrano pienamente il reato di violenza privata. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, con conseguente condanna della manifestante al pagamento delle spese legali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Minaccia Grave: Cassazione Conferma Condanne e Aggravanti
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di due persone per il reato continuato di minaccia grave. Le imputate avevano contestato la ricostruzione dei fatti e l'applicazione dell'aggravante. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi inammissibili, ritenendo adeguata la motivazione dei giudici precedenti. La sentenza ha ribadito che la partecipazione congiunta al delitto implica la gravità della minaccia. Le ricorrenti sono state condannate al pagamento delle spese processuali e di una somma in favore della Cassa delle ammende.
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Minaccia grave: basta il gesto della pistola per la condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un individuo per il reato di minaccia grave. L'autore del reato aveva pronunciato la frase «sei morto» mimando contemporaneamente con la mano il gesto di una pistola puntata alla tempia della persona offesa. La Suprema Corte ha ritenuto il ricorso manifestamente infondato, ribadendo che la minaccia attuata in forma simbolica presenta i caratteri dell'intimidazione qualificata e grave ai sensi del codice penale. I giudici di legittimità hanno respinto integralmente l'impugnazione, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento di una sanzione pecuniaria pari a tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Violenza e Prescrizione del reato: la Cassazione annulla la condanna
La Corte di Cassazione ha annullato una condanna per violenza privata aggravata, dichiarando l'estinzione del reato per prescrizione. L'Imputato era stato condannato per aver costretto dei giornalisti, con minacce e percosse, a consegnare oggetti e documenti durante una protesta. La Corte d'Appello aveva negato la prescrizione, considerando la recidiva reiterata. La Cassazione ha invece chiarito che la semplice valorizzazione dei precedenti penali per negare le attenuanti non equivale al riconoscimento della recidiva ai fini del calcolo della Prescrizione del reato, portando all'annullamento della sentenza.
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Minaccia con Ascia: Procedibilità d’Ufficio Ribaltata dalla Cassazione
Un Lavoratore è stato accusato di minaccia aggravata per aver puntato un'ascia contro un collega. Il Tribunale aveva archiviato il caso, ritenendo il reato procedibile solo a querela di parte e in assenza di questa. La Corte di Cassazione ha invece stabilito che la minaccia aggravata, se commessa con un'arma (anche impropria come un'ascia), è sempre procedibile d'ufficio. Questo significa che il processo può e deve proseguire anche senza la denuncia della vittima. La sentenza del Tribunale è stata annullata per un nuovo esame, riaffermando l'importanza della procedibilità d'ufficio in questi casi.
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Resistenza a pubblico ufficiale: ricorso inammissibile in Cassazione
Un individuo ha spintonato agenti di polizia per impedire l'identificazione di due persone durante una manifestazione. È stato condannato per **resistenza a pubblico ufficiale**, aggravata dall'aver agito in un contesto di folla per favorire la fuga. L'imputato ha presentato ricorso in Cassazione, contestando la sussistenza del reato e dell'aggravante. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I motivi erano generici e infondati, riproponendo argomentazioni già respinte in appello. La sentenza ha confermato che l'azione dell'imputato mirava a far confondere i soggetti nella folla, avvantaggiandosi della presenza di altri manifestanti.
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Minaccia aggravata dall’uso di armi: la querela non serve
Il Tribunale dichiarava il non doversi procedere contro due imputati accusati del reato di minaccia. Il giudice considerava il fatto perseguibile a querela di parte, ritenendo valida la remissione di querela per l'Imputato A e il difetto di querela per l'Imputato B. Il Procuratore Generale proponeva ricorso per cassazione per violazione di legge. La Corte di Cassazione ha evidenziato l'errore del giudice di merito: la minaccia aggravata dall'uso di armi resta procedibile d'ufficio. La volontà della vittima non può quindi estinguere il procedimento. Contestualmente la Corte ha accertato il decesso dell'Imputato B, dichiarando l'estinzione del reato a suo carico. Per l'Imputato A, la Suprema Corte ha annullato la sentenza con rinvio al Tribunale di origine per la celebrazione del nuovo giudizio.
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Violenza privata aggravata: inammissibile il ricorso
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a carico dell'imputato per il delitto di violenza privata aggravata commesso in concorso con altre persone ai danni della persona offesa. L'imputato ha presentato ricorso lamentando vizi di motivazione e contestando l'attendibilità delle dichiarazioni rese dalla vittima e da un testimone. I giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso totalmente inammissibile. La valutazione sull'attendibilità dei testimoni costituisce infatti un giudizio di fatto riservato ai giudici di merito, non censurabile in sede di legittimità in assenza di manifeste contraddizioni. Il ricorrente si è limitato a riproporre le medesime doglianze già respinte in secondo grado. La Suprema Corte ha condannato l'imputato alle spese del giudizio e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Resistenza a Pubblico Ufficiale: Condanna OK, Recidiva da Rivedere
Durante un'operazione di polizia per il contrasto a illeciti legati all'energia, un Uomo e una Donna hanno ostacolato gli Agenti. L'Uomo ha impedito a un soggetto di salire sull'auto di polizia, mentre la Donna ha minacciato gli operatori che effettuavano riprese video. La Corte d'Appello aveva confermato la loro condanna per Resistenza a pubblico ufficiale aggravata. La Cassazione ha rigettato i ricorsi relativi ai fatti e alla condotta, ma ha accolto il motivo riguardante la recidiva, annullando la sentenza solo per questa parte e rinviando per una nuova valutazione.
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Minaccia aggravata: pistola a gas in lite stradale, ricorso inammissibile
Un automobilista è stato condannato per minaccia aggravata dopo aver mostrato una pistola a gas, priva del tappo rosso, durante un diverbio stradale. La Corte d'Appello ha confermato la condanna. Il Ricorrente ha impugnato la decisione, contestando il mancato riconoscimento della legittima difesa putativa e delle attenuanti generiche. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, ritenendo le argomentazioni già valutate e prive di specificità. L'automobilista deve ora pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Minaccia aggravata dall’uso di armi: Cassazione condanna il datore
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un uomo accusato del reato di minaccia aggravata dall'uso di armi ai danni di lavoratori stranieri. L'imputato impugnava la sentenza di secondo grado contestando l'attendibilità delle vittime, la mancata nomina di un interprete e l'errata valutazione delle prove testimoniali. I Supremi Giudici hanno dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. La Corte ha ribadito che la valutazione sull'attendibilità delle persone offese appartiene esclusivamente ai giudici di merito e che l'assenza di un interprete non comporta nullità automatica. L'imputato deve pagare le spese del processo, una sanzione di tremila euro alla Cassa delle ammende e rifondere le spese legali sostenute dalla vittima.
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Minaccia aggravata: la parola della vittima basta per la condanna
Due imputati impugnano la condanna per minaccia aggravata, sostenendo l'inattendibilità della persona offesa in assenza di prove esterne di conferma. I ricorrenti lamentano inoltre il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche da parte della corte territoriale. La Corte di Cassazione respinge le censure e conferma la piena validità probatoria delle sole dichiarazioni della vittima, purché ritenute credibili dal giudice di merito. La Suprema Corte dichiara i ricorsi inammissibili e condanna entrambi i ricorrenti alle spese processuali e al pagamento di tremila euro ciascuno alla Cassa delle ammende.
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