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Art. 32 L. 183/2010

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86 provvedimenti

Contratti a termine: calcolo dei 36 mesi
Un lavoratore ha agito contro un ente pubblico per ottenere il riconoscimento di un rapporto di lavoro subordinato e il risarcimento per l'abuso di contratti a termine. Mentre la Cassazione ha confermato l'autonomia dei primi rapporti a progetto, ha accolto il ricorso sulla successione dei contratti a tempo determinato. La Corte ha stabilito che il limite massimo di 36 mesi previsto dalla legge deve essere calcolato sommando tutti i periodi di lavoro, indipendentemente dalla presenza di interruzioni temporali tra un contratto e l'altro.
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Lavoro somministrato: illegittimità e risarcimento
La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità di diversi contratti di lavoro somministrato stipulati da un ente locale a causa della genericità delle causali. Nonostante nel pubblico impiego non sia possibile la stabilizzazione automatica, la Corte ha ribadito il diritto della lavoratrice al risarcimento del danno presunto. La decisione sottolinea come l'onere di provare la temporaneità delle esigenze gravi esclusivamente sull'utilizzatore.
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Trasferimento d’azienda bancaria: tutele e limiti
La Corte di Cassazione ha confermato che il passaggio di un compendio di attività e passività tra due istituti bancari integra un trasferimento d'azienda ai sensi dell'art. 2112 c.c., indipendentemente dal fatto che la banca cedente sia in liquidazione coatta amministrativa e priva di autorizzazione all'esercizio dell'attività creditizia. La Corte ha ribadito l'inefficacia degli accordi individuali di cessione del contratto sottoscritti dai lavoratori, poiché volti a eludere le tutele inderogabili previste dalla legge in caso di trasferimento d'azienda. La decisione sottolinea che l'autorizzazione bancaria è un requisito soggettivo e non un bene aziendale, pertanto la sua assenza non impedisce la configurazione del trasferimento di un'entità economica organizzata.
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Trasferimento di azienda: no alla decadenza breve
La Corte di Cassazione ha confermato che, in caso di trasferimento di azienda, l'azione del lavoratore volta ad accertare la prosecuzione del rapporto di lavoro con il cessionario non è soggetta ai termini di decadenza previsti dall'art. 32 della Legge 183/2010. La controversia nasceva dal rifiuto di una società subentrante di riconoscere il rapporto di lavoro di due dipendenti. Dopo un primo annullamento con rinvio, la società ha tentato nuovamente di invocare la decadenza, ma la Suprema Corte ha ribadito l'irretrattabilità del principio di diritto già espresso, dichiarando inammissibile il ricorso e confermando la tutela dei lavoratori ex art. 2112 c.c.
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Contratto a termine: risarcimento per proroga illegittima
La Corte di Cassazione ha confermato il diritto al risarcimento per una lavoratrice del settore sanitario pubblico a causa dell'illegittima proroga del suo contratto a termine. Nonostante il tribunale di primo grado avesse negato il danno ipotizzando un beneficio per la dipendente, la Suprema Corte ha chiarito che l'illegittimità delle proroghe protratte per anni genera un danno presunto. La decisione ribadisce che, in assenza di un accertamento esplicito sulla legittimità in primo grado, non si forma il giudicato interno, consentendo la riforma della sentenza in appello a favore della lavoratrice.
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Stabilizzazione e risarcimento nel pubblico impiego
Una lavoratrice ha contestato l'abuso di contratti a termine presso un'Amministrazione Centrale. La Corte d'Appello aveva negato il risarcimento ritenendo che la successiva stabilizzazione avesse sanato l'illecito. La Cassazione ha invece stabilito che la stabilizzazione esclude il danno solo se esiste un nesso causale diretto tra l'abuso e l'assunzione, non bastando una generica procedura concorsuale.
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Danno comunitario e stabilizzazione nel lavoro pubblico
La Corte di Cassazione ha confermato che l'immissione in ruolo di un dipendente pubblico, avvenuta a seguito di una procedura di stabilizzazione, esclude il diritto al risarcimento per il **danno comunitario**. Il caso riguardava una lavoratrice che aveva prestato servizio con molteplici contratti a termine presso una Prefettura. Sebbene il tribunale di primo grado avesse riconosciuto un indennizzo, la Corte d'Appello ha ribaltato la decisione poiché l'assunzione a tempo indeterminato, avvenuta in corso di causa, è stata ritenuta una misura sanzionatoria sufficiente a riparare l'abuso del precariato. La Suprema Corte ha ribadito che la stabilizzazione opera come fatto estintivo del diritto al risarcimento monetario.
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Danno comunitario e precariato: le novità 2024
Una lavoratrice del settore pubblico ha agito contro un ente locale per ottenere il risarcimento del danno comunitario derivante dalla reiterazione abusiva di contratti a termine per oltre diciotto anni. Nonostante l'avvenuta stabilizzazione nel 2019, la ricorrente ha contestato la mancata liquidazione dell'indennità risarcitoria. La Corte di Cassazione, con ordinanza interlocutoria, ha rilevato la necessità di chiarire l'impatto delle recenti novità normative introdotte dal D.L. 131/2024, che ha modificato il regime sanzionatorio per l'abuso dei contratti a termine nella Pubblica Amministrazione, fissando un'indennità tra 4 e 24 mensilità. Il caso è stato rinviato a pubblica udienza per stabilire se la nuova norma si applichi ai processi pendenti e se la stabilizzazione escluda ancora automaticamente il diritto al risarcimento.
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Abuso contratti a termine: risarcimento forestali
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un'Amministrazione Regionale al risarcimento per l'abuso contratti a termine nei confronti di un operaio forestale. Nonostante la nullità dei contratti per mancanza di forma scritta, la Corte ha stabilito che tale carenza impedisce la verifica dei requisiti di stagionalità, configurando un'abusiva reiterazione. In applicazione dello ius superveniens, l'indennità risarcitoria è stata quantificata secondo i nuovi parametri legislativi che prevedono un ristoro tra le 4 e le 24 mensilità, respingendo le eccezioni sulla specificità del settore forestale siciliano.
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Decadenza contratto a termine: i tempi per il ricorso
La Corte di Cassazione ha affrontato il tema della decadenza contratto a termine in un caso riguardante una lavoratrice del settore pubblico. Nonostante l'illegittimità della reiterazione dei contratti fosse stata riconosciuta nei gradi di merito, la Suprema Corte ha ribaltato la decisione. Il punto centrale riguarda l'efficacia dell'impugnazione stragiudiziale: sebbene la lavoratrice avesse contestato i contratti nel 2011, l'azione giudiziale è stata intrapresa solo nel 2015, ben oltre i 180 giorni dalla cessazione effettiva del rapporto avvenuta nel 2014. La Corte ha chiarito che il termine per agire in giudizio è perentorio e la sua inosservanza determina l'inammissibilità della domanda risarcitoria.
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Abuso contratti a termine: risarcimento forestali
La Corte di Cassazione ha confermato il diritto al risarcimento per un lavoratore forestale vittima di un abuso contratti a termine. Nonostante i contratti fossero nulli per mancanza di forma scritta, la loro reiterazione illegittima configura un danno risarcibile. La decisione applica le nuove soglie indennitarie del D.L. 131/2024, rigettando il ricorso dell'amministrazione regionale.
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Abuso contratto a termine: nuove regole risarcitorie
La Corte di Cassazione affronta il tema dell'abuso contratto a termine nel settore pubblico, analizzando se la stabilizzazione tardiva del lavoratore escluda il risarcimento del danno. La questione è stata rimessa alla pubblica udienza per valutare l'applicabilità retroattiva del D.L. 131/2024, che introduce nuove indennità forfettarie per i lavoratori precari.
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Abuso contratti a termine: risarcimento per docenti
Il Tribunale di Trieste ha condannato il Ministero dell'Istruzione per l'abuso contratti a termine ai danni di un docente di religione. Nonostante la partecipazione a procedure concorsuali, il giudice ha stabilito che la reiterazione di contratti oltre i 36 mesi senza una stabilizzazione certa costituisce un illecito. Il ricorrente ha ottenuto un'indennità risarcitoria di tre mensilità e il rimborso delle spese sostenute per i corsi di abilitazione.
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Contratto a progetto: appello inammissibile
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di un lavoratore che chiedeva la conversione del suo contratto a progetto in un rapporto di lavoro subordinato. La decisione non entra nel merito della questione, ma si basa su vizi procedurali del ricorso, tra cui la mancanza di specificità dei motivi e l'ostacolo della cosiddetta "doppia conforme", ovvero la conferma in appello della sentenza di primo grado. L'ordinanza sottolinea l'importanza di formulare correttamente gli atti di impugnazione.
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Contratti a termine e stagionalità: i limiti per gli enti
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 22413/2024, ha stabilito che un ente pubblico agricolo non può essere considerato un imprenditore agricolo e, pertanto, non può beneficiare delle deroghe sui contratti a termine previste per il settore. La nozione di "stagionalità" deve essere interpretata in senso restrittivo, limitandola a esigenze temporanee e non a mansioni continuative. L'onere di provare la natura esclusivamente stagionale del rapporto di lavoro ricade interamente sul datore di lavoro.
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Dirigente pubblico a termine: sì al risarcimento danni
La Corte di Cassazione ha stabilito che anche un dirigente pubblico a termine ha diritto alla tutela contro l'abuso di contratti a tempo determinato, in conformità con la normativa europea. La sentenza cassa la decisione della Corte d'Appello che negava il risarcimento a una dirigente sanitaria, la cui posizione era stata reiteratamente rinnovata per anni da un'agenzia pubblica per coprire esigenze stabili. La Suprema Corte ha chiarito che il carattere fiduciario del rapporto dirigenziale pubblico non giustifica la precarizzazione e ha affermato il diritto della lavoratrice al risarcimento del cosiddetto 'danno comunitario'.
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Contratto a progetto pubblico: niente conversione
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di un lavoratore con un contratto a progetto illegittimo stipulato con un ente pubblico non economico. La Corte ha confermato che, nonostante l'illegittimità del contratto, il rapporto di lavoro non può essere convertito in uno a tempo indeterminato a causa delle specifiche norme che regolano l'accesso al pubblico impiego. Al lavoratore spetta unicamente una tutela risarcitoria, escludendo la possibilità di stabilizzazione.
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Decadenza impugnazione: la comunicazione deve essere chiara
Una lavoratrice ha impugnato una serie di contratti a termine, ma la Corte di Cassazione ha dichiarato il suo ricorso inammissibile. La questione centrale era la decadenza impugnazione. La Corte ha stabilito che la comunicazione della lavoratrice era non solo tardiva, ma anche inadeguata nel contenuto, poiché si limitava a una generica 'riserva' di agire senza esprimere una chiara volontà di contestare la validità dei contratti. Il ricorso è stato respinto perché non ha contestato questa seconda, autonoma ragione della decisione d'appello.
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Somministrazione illegittima: danno e prescrizione
Un ente pubblico ha utilizzato una serie di contratti di somministrazione a termine (somministrazione illegittima) per impiegare lavoratrici per anni sulle stesse mansioni. La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità di tale pratica, riconoscendo il diritto delle lavoratrici a un risarcimento forfettario ("danno comunitario") senza necessità di provare un danno specifico. Tuttavia, ha chiarito che il termine di prescrizione per i crediti retributivi (come i premi di produzione) decorre in costanza di rapporto e non dalla sua cessazione, accogliendo parzialmente su questo punto il ricorso dell'ente e rinviando la causa per un nuovo esame.
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Frode alla legge somministrazione: tutela oltre la decadenza
Un lavoratore ha contestato centinaia di contratti di somministrazione a termine, sostenendo fossero un meccanismo per mascherare un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato. I tribunali di merito avevano respinto la domanda per la scadenza dei termini di impugnazione (decadenza). La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione, affermando che, nonostante la decadenza per i singoli contratti, il giudice deve comunque valutare se la reiterazione sistematica costituisca una "frode alla legge", finalizzata a eludere le norme a tutela del lavoratore.
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