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Art. 309 Codice di Procedura Penale — Sezione Quinta Penale

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282 provvedimenti

Altri anni per Art. 309 Codice di Procedura Penale

Sequestro Preventivo e Bancarotta: Ricorsi Inammissibili in Cassazione
La Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di tre soggetti contro un decreto di sequestro preventivo di un immobile. L'immobile era legato a fatti di bancarotta fraudolenta di una società. I ricorrenti contestavano la motivazione del sequestro e la sua applicabilità. La Corte ha ritenuto le loro argomentazioni generiche e prive di legittimazione, confermando la validità del sequestro preventivo. I ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali.
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Inammissibilità ricorso penale: revoca misure cautelari ribalta il caso
Due indagati, un Lavoratore e un Commercialista, avevano ricevuto misure cautelari (arresti domiciliari e obbligo di dimora) per reati di falso e favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Hanno presentato ricorso contro queste misure. Tuttavia, durante il processo, le misure cautelari sono state revocate. Il Lavoratore ha rinunciato al ricorso, mentre per il Commercialista la revoca ha fatto venire meno l'interesse a impugnare. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità ricorso penale per entrambi, a causa della sopravvenuta mancanza di interesse o della rinuncia, condannandoli al pagamento delle spese processuali.
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Contestata la Partecipazione ad Associazione Mafiosa: Cassazione Conferma
Un individuo ha contestato la sua custodia cautelare, negando la Partecipazione ad associazione mafiosa e l'estorsione, sostenendo si trattasse di prestiti. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha confermato la corretta valutazione dei gravi indizi di colpevolezza da parte del tribunale del riesame. La Corte ha ribadito che la sua funzione è verificare la logicità della motivazione, non riesaminare i fatti. La semplice "messa a disposizione" a favore di una cosca mafiosa è sufficiente per integrare il reato associativo, anche senza atti esecutivi specifici. L'Indagato è stato condannato alle spese.
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Appalti e fondi neri: confermata l’aggravante mafiosa
L'Indagato, partecipe della gestione di diverse società operative negli appalti di manutenzione ferroviaria, ha subito la custodia cautelare in carcere per reati tributari e fallimentari. Secondo l'accusa, il sistema di false fatturazioni generava fondi neri destinati a sostenere economicamente affiliati detenuti e famiglie legate alla criminalità organizzata. La difesa ha contestato la sussistenza della circostanza dell'aggravante mafiosa per agevolazione dell'associazione criminale e ha chiesto i domiciliari. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'Indagato, confermando la misura in carcere e condannandolo al pagamento delle spese legali.
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Partecipazione mafiosa: Cassazione conferma custodia per leader ‘ndrangheta
La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un individuo accusato di **partecipazione mafiosa** alla 'ndrangheta e di reati connessi, tra cui traffico illecito di rifiuti. L'indagato contestava la gravità indiziaria e la sussistenza delle esigenze cautelari, sostenendo una precedente assoluzione per fatti simili e l'insufficienza delle prove. La Corte ha confermato la decisione del Tribunale del Riesame, ritenendo il quadro indiziario solido, basato su intercettazioni e dichiarazioni di collaboratori di giustizia. Ha inoltre ribadito la validità delle esigenze cautelari, data la spiccata pericolosità criminale dell'individuo e la continuità delle condotte illecite.
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Sequestro probatorio inammissibile: l’accusa vince, il ricorso perde
Un'Indagata ha contestato il sequestro probatorio di una stampante, un computer e una chiavetta USB, disposti per un'indagine su presunte minacce. Il Tribunale del riesame aveva parzialmente accolto la sua richiesta, ma la Suprema Corte ha dichiarato il suo ricorso inammissibile. La Corte ha confermato la legittimità del sequestro, ritenendo corrette le motivazioni del Pubblico Ministero e del Tribunale. L'Indagata è stata condannata al pagamento delle spese processuali e di una sanzione. Il sequestro probatorio inammissibile ha quindi avuto conseguenze economiche per l'accusata.
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Misure cautelari: ricorso inammissibile senza prova decisiva
Due indagati avevano presentato ricorso contro l'ordinanza del Tribunale del riesame che aveva sostituito gli arresti domiciliari per uno di loro con l'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria, e rigettato la richiesta di revoca della misura per l'altro. I reati contestati erano sequestro di persona e lesioni personali. I ricorrenti lamentavano la mancata trasmissione di intercettazioni e tabulati al Tribunale del riesame, sostenendo l'inefficacia delle misure cautelari e vizi di motivazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato i ricorsi inammissibili. Ha ribadito che il pubblico ministero non deve trasmettere tutti gli atti, ma quelli rilevanti. Gli indagati non hanno dimostrato che gli elementi omessi fossero decisivi per la valutazione indiziaria. La Corte ha ritenuto che i ricorsi contestassero una diversa ricostruzione dei fatti, non un vizio di legge.
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Custodia cautelare per narcotraffico: affiliazione non salva dall’arresto
Un soggetto è stato sottoposto a custodia cautelare per narcotraffico a causa della sua partecipazione a un'associazione transnazionale dedita al traffico di cocaina, legata alla 'ndrangheta. L'imputato ha impugnato l'ordinanza, sostenendo la mancanza di gravi indizi di colpevolezza. Ha argomentato di non essere "affiliato" alla 'ndrangheta e di aver avuto solo un ruolo marginale. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ribadito che la mancata affiliazione formale non esclude la partecipazione all'organizzazione di narcotraffico, soprattutto se un capo dell'organizzazione lo voleva coinvolto. La Corte ha confermato che non può riesaminare il merito delle prove, ma solo la logicità della motivazione. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Partecipazione ad associazione mafiosa: imprenditore tra affari e cosca
Un imprenditore, accusato di Partecipazione ad associazione mafiosa (Cosa Nostra, famiglia di Torretta), ha impugnato l'ordinanza che confermava la sua custodia in carcere. Il Ricorrente contestava la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ritenuto che il Tribunale del riesame avesse correttamente valutato gli elementi indiziari, come intercettazioni e condotte economiche, che dimostravano l'inserimento dell'imprenditore nel sodalizio criminale e la sua "messa a disposizione" per rafforzare il potere mafioso sul territorio. Per le misure cautelari, basta una qualificata probabilità di colpevolezza, non la prova definitiva.
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Associazione mafiosa: ricorso inammissibile per il capo della ‘ndrangheta
Il Ricorrente ha impugnato un'ordinanza che confermava la misura cautelare per la sua presunta partecipazione a un'organizzazione di tipo mafioso ('ndrangheta) e al traffico di stupefacenti. Il Tribunale del Riesame aveva ravvisato gravi indizi di colpevolezza, basandosi su intercettazioni e sul ruolo di capo assunto dal Ricorrente. La difesa ha contestato la mancanza di prove concrete e la qualifica di capo. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che la valutazione delle prove e del ruolo nell'associazione mafiosa era stata adeguatamente motivata dal giudice di merito. Il Ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una somma alla Cassa delle Ammende.
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Custodia cautelare in carcere: confermata per estorsione aggravata
Un individuo, accusato di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso, ha visto respingere il suo ricorso contro la decisione del Tribunale del Riesame che aveva confermato la custodia cautelare in carcere. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Il Tribunale aveva adeguatamente motivato la scelta della misura, basandosi sulla personalità criminale dell'imputato e sulla sua vicinanza ad ambienti mafiosi, pur non essendo partecipe di un'associazione. La Corte ha ribadito l'impossibilità di rimettere in discussione l'aggravante mafiosa.
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Differimento dell’udienza di riesame: il no non è impugnabile
L'Indagato ha proposto ricorso per cassazione contro il rigetto dell'istanza di differimento dell'udienza di riesame. Il difensore ha motivato la richiesta con la complessità del procedimento e con le difficoltà logistiche nei contatti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il provvedimento di diniego al differimento dell'udienza di riesame non si può impugnare autonomamente. La legge non prevede sanzioni per l'eventuale rifiuto della richiesta. L'Indagato ha presentato motivi meramente organizzativi e non esigenze difensive sostanziali. Inoltre, la motivazione del Tribunale era analitica e priva di vizi radicali. La Corte ha condannato L'Indagato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Custodia Cautelare: Rinuncia al Ricorso Penale e Inammissibilità
Un Indagato aveva ricevuto una misura di custodia cautelare in carcere per gravi violazioni legate agli stupefacenti e alle armi. Ha presentato ricorso al Tribunale, che ha confermato la misura. L'Indagato ha poi proposto un ulteriore ricorso in Cassazione, contestando la motivazione. Tuttavia, prima dell'esame, l'Indagato ha rinunciato al ricorso penale, poiché la misura cautelare originaria era stata sostituita con una meno restrittiva. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile per mancanza di interesse, escludendo la condanna alle spese processuali.
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Misure Cautelari: Allontanamento non basta per l’associazione mafiosa
Un individuo, accusato di far parte di un'associazione mafiosa, ha impugnato l'ordinanza che confermava la sua custodia cautelare in carcere. La difesa sosteneva che il suo ruolo era superato e che la sua assenza dal territorio per anni escludeva il bisogno di misure cautelari. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso. Ha ribadito che la presunzione di attualità delle esigenze cautelari per i reati di associazione mafiosa può essere superata solo con prove concrete di un distacco definitivo dall'organizzazione criminale. L'allontanamento temporaneo o il "tempo silente" non bastano a dimostrare l'assenza del pericolo di reiterazione.
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Condotta riparatoria: valido il risarcimento tramite avvocato
Due persone indagate per il furto di prodotti in un esercizio commerciale hanno ricevuto la misura del divieto di dimora. Il loro difensore di fiducia ha versato centocinquanta euro alla persona offesa, la quale ha accettato il risarcimento. Il Tribunale del Riesame ha escluso che il pagamento potesse valere come condotta riparatoria, sostenendo che l'atto compiuto dall'avvocato non dimostrasse la provenienza personale del denaro dalle indagate. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso delle indagate, stabilendo che la condotta riparatoria effettuata dal difensore mediante mandato si considera direttamente riferibile agli indagati. Inoltre, sebbene la misura cautelare non possa dichiarare l'estinzione del reato, il giudice deve valutare il risarcimento per verificare l'attenuazione del pericolo di reiterazione del reato. L'ordinanza è stata annullata con rinvio.
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Inammissibilità del ricorso: deposito errato e carcere fermo
L'Indagato, sottoposto alla custodia cautelare in carcere per detenzione di ingenti quantitativi di stupefacenti (due chili di marijuana e due etti di hashish) e contraffazione di banconote tramite stamperia clandestina, propone impugnazione contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame. Il ricorso sostiene la lieve entità dello spaccio, la mancanza di perizia sulle banconote false e contestazioni sulle esigenze cautelari. La Corte di Cassazione dichiara l'inammissibilità del ricorso. Il deposito è avvenuto presso la cancelleria del giudice per le indagini preliminari errato e non del Tribunale del Riesame. Inoltre, le doglianze sono generiche: l'ingente droga esclude la lieve entità, la contestazione sulle banconote è del tutto nuova e le attività illecite svolte in casa rendono inidonei gli arresti domiciliari. L'Indagato perde la causa e viene condannato alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Eccezionali esigenze cautelari: la Cassazione sui reati mafiosi
Un indagato accusato di associazione mafiosa ed estorsioni subisce la perdita di efficacia della custodia cautelare per decorso dei termini di deposito. Successivamente, il giudice dispone nuovamente la misura degli arresti domiciliari con braccialetto elettronico. La difesa ricorre in Cassazione lamentando la mancanza di motivazione autonoma e specifica sulle eccezionali esigenze cautelari necessarie per la rinnovazione. La Suprema Corte rigetta il ricorso e conferma la legittimità del provvedimento. I giudici chiariscono che le eccezionali esigenze cautelari corrispondono a un elevato e concreto pericolo per la collettività, desumibile dalla gravità dei reati di mafia, dal ruolo ricoperto nel sodalizio e dal rischio di reiterazione. Pertanto, l'integrazione motivazionale fornita in sede di riesame risulta pienamente valida.
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Banche dati violate: sì alla misura cautelare contro l’agente
Un appartenente alle forze dell'ordine ha subito la misura cautelare della sospensione dal servizio perché gravemente indiziato di corruzione e accesso abusivo a sistemi informatici. L'indagato consultava illecitamente i database della Motorizzazione Civile per fornire dati riservati a un imprenditore in cambio di sconti commerciali e promesse di assunzioni lavorative per un parente. La difesa ha contestato la validità della misura, lamentando l'omesso interrogatorio preventivo, l'inutilizzabilità dei dati estratti dallo smartphone dell'imprenditore e la mancata trasmissione dell'intera copia forense al riesame. La Corte di Cassazione ha rigettato integralmente il ricorso, confermando la piena validità del quadro probatorio, la legittima circolazione dei documenti informatici tra procedimenti connessi e la sussistenza del pericolo di inquinamento delle prove.
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Sequestro preventivo: immobile confiscabile anche a incensurati
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del sequestro preventivo disposto su un immobile commerciale e sulla relativa attività di lounge bar, intestati formalmente a due coniugi incensurati. Gli inquirenti hanno accertato che il locale fungeva da base operativa ed economica per un'associazione mafiosa di stampo locale. La presunta proprietaria ha contestato la decisione, sostenendo l'acquisto mediante mutuo, la propria totale estraneità alle vicende criminali e il difetto di motivazione autonoma dei giudici di merito. La Suprema Corte ha rigettato integralmente il ricorso, stabilendo che la titolarità formale e l'incensuratezza non escludono il ruolo di prestanome consapevole. La misura cautelare resta pienamente valida poiché sussistono gravi indizi di interposizione fittizia e il pericolo concreto di dispersione dei beni nelle more del processo.
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Custodia cautelare e tempo silente: la mafia impone il carcere
La Corte di Cassazione ha esaminato la correlazione tra custodia cautelare e tempo silente nel caso di un indagato per associazione di tipo mafioso e reati connessi alle armi. La difesa contestava la sussistenza delle esigenze cautelari, sostenendo che il decorso del tempo e la presunta interruzione dei rapporti con il clan escludessero l'attualità del pericolo sociale. I giudici hanno respinto il ricorso. La Suprema Corte ha ribadito che l'accusa di mafia attiva una presunzione legale di pericolosità sociale e di idoneità esclusiva del carcere. Il semplice tempo trascorso dai fatti non è sufficiente, da solo, a dimostrare l'interruzione del vincolo associativo, soprattutto in assenza di un recesso formale o di elementi oggettivi di dissociazione. L'indagato resta in custodia carceraria.
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