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Art. 299 Codice di Procedura Penale — Anno 2026

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145 provvedimenti

Altri anni per Art. 299 Codice di Procedura Penale

Custodia cautelare in carcere: l’errore non evita la cella
Il Tribunale del Riesame ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di porto e detenzione illegale di armi con l'aggravante mafiosa. L'imputato ha presentato ricorso in Cassazione, lamentando il tempo trascorso dai fatti, la mancanza di attualità del pericolo di reato e un errore del giudice che gli aveva attribuito la pianificazione di una rapina non contestata. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la difesa si è limitata a ripetere le stesse obiezioni già respinte, senza confrontarsi con le motivazioni del Tribunale. Inoltre, l'errore sulla rapina supera la "prova di resistenza", poiché gli altri elementi sulle armi bastano a giustificare la misura restrittiva. L'imputato resta in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: domiciliari senza spese
L'Imputata, in custodia cautelare in carcere per reati di droga, ha proposto ricorso in Cassazione contro il diniego dei domiciliari. Nelle more del giudizio, l'imputata ha ottenuto la misura meno restrittiva dei domiciliari tramite un altro provvedimento. Il suo difensore ha quindi presentato una formale rinuncia al ricorso per cassazione per sopravvenuta carenza di interesse. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che l'imputata non deve pagare le spese processuali né la sanzione pecuniaria, poiché il venir meno dell'interesse non equivale a una sconfitta processuale imputabile alla parte.
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Custodia cautelare in carcere: il braccialetto non salva il boss
Il Tribunale del Riesame ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo condannato in primo grado per associazione mafiosa. La difesa contestava la mancanza di motivazione del primo giudice e chiedeva la sostituzione della misura con gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che, in sede di appello cautelare, il Tribunale del Riesame può integrare la motivazione mancante del primo provvedimento. Inoltre, per il reato di associazione mafiosa opera una presunzione di adeguatezza della custodia cautelare in carcere. Questa presunzione può essere superata solo dimostrando l'uscita dall'associazione o la sua fine. Il braccialetto elettronico non è sufficiente a impedire contatti telefonici o telematici con l'esterno.
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Custodia cautelare in carcere: negati i domiciliari al boss
Il caso riguarda un indagato accusato di far parte di un'associazione criminale dedita al riciclaggio e a frodi fiscali. La difesa ha impugnato l'ordinanza che confermava la custodia cautelare in carcere, sostenendo la mancanza di un pericolo attuale di recidiva e chiedendo la sostituzione con gli arresti domiciliari. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato la custodia cautelare in carcere poiché l'indagato ricopriva un ruolo organizzativo di rilievo nel sodalizio. Inoltre, la complessità della rete criminale, caratterizzata dall'uso di prestanome, comunicazioni criptate e schede telefoniche fittizie, rende gli arresti domiciliari del tutto inadeguati a prevenire il rischio che l'indagato riprenda i contatti con i complici e continui l'attività illecita.
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Ricusazione del giudice: no se rigetta la revoca cautelare
L'Imputato ha proposto ricorso per cassazione contro la decisione della Corte d'appello che aveva respinto la sua dichiarazione di ricusazione del giudice. Secondo l'imputato, il giudice per le indagini preliminari, avendo rigettato la sua richiesta di revoca della misura cautelare, aveva manifestato in anticipo il proprio convincimento, condizionando la scelta del rito abbreviato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la valutazione sulle misure cautelari rientra nei normali poteri del giudice e non costituisce un'anticipazione del giudizio finale. Di conseguenza, non sussistono i presupposti per la ricusazione del giudice. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Sostituzione della misura cautelare negata: decide il caso singolo
Il Tribunale di Catanzaro rigettava l'appello de L'Indagato contro il diniego di revoca o sostituzione della custodia in carcere per associazione finalizzata allo spaccio. L'Indagato ricorreva in Cassazione lamentando, tra l'altro, il decorso del tempo, la propria paternità e la disparità di trattamento rispetto a una coindagata, ammessa ai domiciliari. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. Ha chiarito che, per ottenere la sostituzione della misura cautelare, non si possono contestare vizi originari del provvedimento (riservati al riesame), ma occorre dimostrare elementi di novità o fattori sopravvenuti. La disparità con la coindagata non rileva in automatico, poiché ogni posizione richiede una valutazione personalizzata. L'Indagato perde il ricorso e viene condannato alle spese.
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Termini massimi di custodia cautelare: il no della Cassazione
L'Indagato, latitante a Dubai, era destinatario di una misura di custodia in carcere in Italia per reati tributari e autoriciclaggio. Arrestato all'estero ai fini dell'estradizione, veniva subito liberato dalle autorità locali con il solo divieto di espatrio e ritiro del passaporto. La difesa chiedeva la revoca della misura italiana, sostenendo che il periodo all'estero equivalesse alla carcerazione e che fossero decorsi i termini massimi di custodia cautelare. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che le misure restrittive diverse dalla reale privazione della libertà sofferte all'estero non possono essere computate per il calcolo della durata massima della custodia cautelare in Italia.
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Misure cautelari personali: no al carcere se il PM cambia richiesta
L'Indagato, accusato di rapina aggravata, vede respinta dal GIP la richiesta di arresti domiciliari avanzata dal Pubblico Ministero per mancanza di gravi indizi. Il Pubblico Ministero propone appello, ma modifica la richiesta originaria pretendendo la custodia in carcere. Il Tribunale del Riesame accoglie l'appello applicando la misura più grave. La Corte di Cassazione annulla l'ordinanza, stabilendo che in tema di misure cautelari personali il Pubblico Ministero non può mutare la domanda originaria in sede di appello chiedendo una misura più afflittiva. Tale variazione viola il principio devolutivo e determina una nullità insanabile. Il caso viene rinviato per un nuovo giudizio.
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Intestazione fittizia: da semplice impiegato a gestore di fatto
La Corte di Cassazione ha confermato la misura cautelare dell'obbligo di firma a carico di un soggetto accusato di concorso in intestazione fittizia. Il ricorrente sosteneva di essere un semplice impiegato assunto dopo la costituzione della società. Tuttavia, le intercettazioni hanno dimostrato che egli operava come amministratore di fatto, gestendo l'azienda per conto del reale proprietario detenuto in carcere. I giudici hanno stabilito che risponde del reato anche il soggetto terzo che, d'accordo con il titolare effettivo, assume la gestione aziendale agevolando l'operazione di trasferimento fraudolento. Il ricorso è stato rigettato.
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Misure cautelari personali: la latitanza non cancella il carcere
L'Indagato, accusato di associazione a delinquere e reati fiscali, ha richiesto la revoca della custodia in carcere. Il Tribunale del Riesame ha respinto la richiesta, evidenziando la pericolosità del soggetto e la pendenza di altri procedimenti penali. L'Indagato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando l'ingiustizia del provvedimento e sostenendo che il decorso del tempo avesse affievolito le esigenze cautelari. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il tempo trascorso in stato di latitanza non attenua la necessità delle misure cautelari personali. Chi si sottrae volontariamente alla giustizia non può beneficiare del passare del tempo per ottenere la revoca del carcere, poiché la sua condotta cristallizza la pericolosità sociale.
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Giudicato cautelare: il tempo passa ma il carcere resta
L'Imputato, condannato per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, ha chiesto la sostituzione della custodia in carcere con gli arresti domiciliari. Il Tribunale ha respinto la richiesta per assenza di novità rispetto alle precedenti decisioni. L'Imputato ha proposto ricorso denunciando vizi di motivazione, valorizzando la propria incensuratezza e il decorso del tempo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che il principio del giudicato cautelare impedisce di riproporre le stesse questioni di fatto o di diritto già decise, in assenza di elementi nuovi e significativi. Il semplice decorso del tempo o la condotta regolare non bastano ad attenuare le esigenze cautelari. Di conseguenza, l'Imputato resta in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Doppia presunzione di pericolosità: lettera generica o carcere?
L'Indagato, accusato di associazione mafiosa, ha chiesto la revoca della custodia in carcere presentando una lettera in cui dichiarava di volersi allontanare dal clan. Il Tribunale ha respinto la richiesta e la Cassazione ha confermato la decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. La Suprema Corte ha chiarito che una generica missiva non basta a superare la doppia presunzione di pericolosità prevista per i reati di mafia. Per vincere questa presunzione servono elementi concreti e fattuali, come la collaborazione con la giustizia o la confessione, e non semplici dichiarazioni d'intenti non formalizzate. Di conseguenza, l'indagato resta in carcere e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Giudicato cautelare e carcere: niente domiciliari per l’indagato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato che chiedeva la sostituzione della custodia in carcere con gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico. L'indagato, accusato di intestazione fittizia e violazioni fiscali aggravate dall'agevolazione mafiosa, sosteneva che il quadro indiziario si fosse ridimensionato durante il processo. La Suprema Corte ha chiarito che, essendosi già formato il giudicato cautelare sulla misura, questa non può essere modificata in assenza di effettivi elementi di novità. Le dichiarazioni dei testimoni e il decorso di un anno dall'arresto non costituiscono fatti nuovi idonei ad attenuare le esigenze cautelari, soprattutto considerando che i reati contestati possono essere commessi anche a distanza tramite strumenti telematici. L'indagato rimane quindi in carcere.
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Arresti domiciliari: salute negata, ricorso inammissibile
Un individuo, rinviato a giudizio per reati gravi come associazione per delinquere e truffa aggravata, aveva richiesto la revoca o sostituzione degli arresti domiciliari. La richiesta si basava su presunte gravi condizioni di salute, il lungo tempo trascorso, la condotta irreprensibile e il risarcimento del danno. Il Tribunale di Roma aveva respinto la richiesta, ritenendo le condizioni di salute compatibili con gli arresti domiciliari e non ravvisando elementi nuovi per modificare la misura. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che le condizioni di salute non rendevano gli arresti domiciliari incompatibili e che le censure erano volte a una diversa valutazione dei fatti, non consentita in sede di legittimità. Il ricorrente è stato condannato alle spese processuali e a una sanzione.
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Custodia Cautelare: Resta in Carcere se la Vittima Ritratta
Un uomo in custodia cautelare in carcere per estorsione e lesioni aggravate ha chiesto la revoca della misura. La sua richiesta è stata respinta. La vittima, infatti, pur avendo ripreso i contatti con lui e ritrattato le accuse, mostrava una chiara sottomissione psicologica. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. Secondo i giudici, la ritrattazione della vittima non è un elemento a favore dell'imputato, ma al contrario una prova della sua persistente pericolosità e della sua capacità di manipolazione. Di conseguenza, la custodia cautelare in carcere è stata ritenuta l'unica misura idonea a proteggere la vittima e la collettività.
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Doppio Appello Cautelare: Stop della Cassazione per Preclusione
Un indagato, già in custodia cautelare, presenta una seconda istanza di scarcerazione mentre era ancora pendente l'appello contro il rigetto della prima. La Corte di Cassazione ha dichiarato il secondo ricorso inammissibile per il principio di preclusione processuale cautelare. I giudici hanno stabilito che non è possibile avviare un nuovo procedimento sulla stessa questione (medesimo 'thema decidendum') quando un altro è già in corso. Questa regola, legata al principio del 'ne bis in idem' (non due volte per la stessa cosa), serve a evitare decisioni contraddittorie e a garantire l'efficienza del sistema giudiziario. Di conseguenza, il ricorso dell'indagato è stato respinto.
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Mafia: no ai domiciliari, vince la presunzione di custodia in carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la detenzione in prigione per un individuo indagato per estorsione aggravata dal metodo mafioso. La sua richiesta di arresti domiciliari è stata respinta perché non ha fornito prove concrete per superare la presunzione di adeguatezza della custodia in carcere. Secondo i giudici, per reati così gravi, il carcere è considerato l'unica misura idonea a prevenire la reiterazione del reato, data l'elevata pericolosità sociale del soggetto e i suoi legami con ambienti criminali. La Corte ha ritenuto che la difesa non abbia offerto elementi specifici capaci di dimostrare che le esigenze cautelari potessero essere soddisfatte con una misura meno afflittiva. L'appello è stato quindi dichiarato inammissibile.
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Aggravamento misura cautelare: GIF offensiva, misura inasprita
Un uomo, già sottoposto all'obbligo di firma, si vede inasprire la misura dopo aver condiviso sui social una GIF offensiva verso le Forze dell'Ordine. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, stabilendo un principio importante: per l'aggravamento della misura cautelare non serve un nuovo reato. È sufficiente una qualsiasi condotta che dimostri un aumento della pericolosità sociale e renda la misura originaria inadeguata. La valutazione complessiva della personalità dell'indagato diventa quindi cruciale. L'appello dell'uomo è stato respinto, confermando la stretta sui suoi obblighi.
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Sostituzione Misura Cautelare: Condanna aggrava, no domiciliari
Una persona indagata per usura e associazione di stampo mafioso ha richiesto la sostituzione della misura cautelare dal carcere agli arresti domiciliari. La difesa sosteneva che il lungo tempo trascorso in detenzione e la disponibilità di un alloggio lontano dal suo ambiente avessero ridotto la sua pericolosità. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, confermando la decisione precedente. I giudici hanno stabilito che non erano emersi elementi nuovi a favore dell'indagata. Anzi, una recente condanna in primo grado aveva rafforzato il quadro di pericolosità. Per reati così gravi, il carcere resta la misura presunta più idonea, e la richiesta di sostituzione della misura cautelare è stata quindi negata.
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Rinuncia al ricorso penale: ritirare l’appello costa 500 euro
Un imputato, sottoposto a una misura cautelare, presenta ricorso in Cassazione. Successivamente, però, decide di ritirare l'impugnazione. La Corte Suprema, prendendo atto della scelta, dichiara il ricorso inammissibile. La sentenza stabilisce un principio importante sulla rinuncia al ricorso penale: anche se volontaria, essa comporta automaticamente la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di 500 euro a favore della Cassa delle ammende. La legge, infatti, non fa distinzioni tra le varie cause di inammissibilità.
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