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Art. 299 Codice di Procedura Penale — Anno 2026

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145 provvedimenti

Altri anni per Art. 299 Codice di Procedura Penale

Incompatibilità con il regime carcerario e ritardi sanitari
Un detenuto ha richiesto la sostituzione della custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari, sostenendo la presenza di un complesso quadro patologico e i ritardi nell'esecuzione di un intervento chirurgico specialistico esterno. Il Tribunale del riesame ha respinto l'istanza e la Corte di Cassazione ha confermato la decisione, escludendo l'incompatibilità con il regime carcerario. I giudici hanno chiarito che i ritardi nelle liste di attesa degli ospedali pubblici non dipendono dall'amministrazione penitenziaria e colpirebbero il paziente anche in stato di libertà. Inoltre, il presidio carcerario assicura un costante monitoraggio clinico e le necessarie terapie riabilitative, senza rischi di aggravamento.
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Sostituzione della misura cautelare: dal carcere ai domiciliari
La Procura ha impugnato l'ordinanza con cui il Tribunale del Riesame ha concesso a un imputato, accusato di tentata estorsione, la sostituzione della misura cautelare dalla custodia in carcere agli arresti domiciliari. Il Pubblico Ministero sosteneva che i giudici avessero errato nel ritenere caduta l'aggravante mafiosa. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della Procura. Il ricorso era privo di autosufficienza e non contestava l'ulteriore motivazione del Tribunale, fondata sulla concessione delle attenuanti generiche e sul ridotto disvalore del fatto. L'imputato rimane quindi agli arresti domiciliari.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non cancella il pericolo
Un imputato condannato in primo grado a tredici anni di reclusione per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti ha chiesto la revoca o la sostituzione della custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari. La difesa ha sostenuto l'attenuazione delle esigenze cautelari a causa del lungo tempo trascorso dai fatti contestati e ha eccepito l'incompatibilità del giudice. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che la mancata ricusazione formale rende inammissibile l'eccezione di incompatibilità. Inoltre, per i reati associativi opera la presunzione di adeguatezza del carcere, che il semplice decorso del tempo non basta a superare, specie a fronte di una pesante condanna sopravvenuta e del concreto pericolo di fuga non arginabile con il braccialetto elettronico.
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Sostituzione della custodia cautelare negata: resta il carcere
Un uomo condannato in primo grado per maltrattamenti in famiglia, violenza sessuale e lesioni aggravate contro l'allora convivente ha richiesto la sostituzione della custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari. Il Tribunale della Libertà ha respinto la richiesta, rilevando l'assenza di elementi nuovi e l'inadeguatezza dei domiciliari, considerando che l'imputato aveva iniziato la relazione con la vittima mentre si trovava già ai domiciliari per altra causa. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato. I giudici hanno confermato che per il reato di violenza sessuale vige la presunzione di adeguatezza del solo carcere. Il semplice decorso del tempo non attenua le esigenze di cautela se non emergono fatti nuovi o un reale percorso di revisione critica della condotta. L'imputato resta in carcere con condanna alle spese e alla Cassa delle ammende.
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Sostituzione misura cautelare: risarcimento non evita il carcere
Un giovane indagato per estorsione e usura aggravate dal metodo mafioso ha richiesto la sostituzione della misura cautelare dal carcere agli arresti domiciliari con braccialetto elettronico in un'altra regione. A sostegno della richiesta, la difesa ha evidenziato l'integrale risarcimento del danno, l'adesione delle vittime a percorsi di giustizia riparativa, la giovane età e lo stato di incensurato. Il Tribunale ha respinto l'istanza e la Corte di Cassazione ha confermato il diniego, dichiarando inammissibile il ricorso. I giudici hanno stabilito che le condotte risarcitorie postume e il trasferimento geografico non superano la presunzione di pericolosità sociale quando il soggetto ha continuato a delinquere violando precedenti prescrizioni giudiziarie.
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Revoca della misura cautelare: stop a spese e ricorso
Un indagato per cessione di stupefacenti ha subito la misura cautelare dell'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria, confermata in sede di riesame. La difesa ha impugnato il provvedimento in Cassazione sostenendo l'ipotesi del consumo di gruppo e l'assenza dei gravi indizi di colpevolezza. Prima dell'udienza di legittimità, il giudice competente ha disposto la revoca della misura cautelare per l'emersione di nuovi fatti. Di conseguenza, la difesa ha presentato formale rinuncia al ricorso. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per sopravvenuta carenza di interesse, stabilendo che la revoca della misura cautelare esonera l'indagato dal pagamento delle spese di giustizia e della sanzione alla cassa delle ammende.
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Custodia cautelare in carcere confermata per narcotraffico
Un imputato, condannato in primo grado a 12 anni di reclusione per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e plurimi episodi di spaccio di ingenti quantitativi di cocaina, ha richiesto la sostituzione della misura restrittiva con gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico. La difesa sosteneva la caduta dell'aggravante mafiosa e il trascorrere di quasi tre anni di detenzione preventiva. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. Per i delitti associativi di narcotraffico opera la presunzione di pericolosità e di adeguatezza della custodia in carcere. L'uso abituale di cellulari con comunicazioni criptate e la mancata rescissione dei legami con il sodalizio rendono inidonei i domiciliari. La Suprema Corte ha confermato la custodia cautelare in carcere.
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Violazione del divieto di avvicinamento: scattano i domiciliari
Un imputato condannato in primo grado per violenza sessuale beneficiava della misura del divieto di dimora e di avvicinamento alla persona offesa con limite di 500 metri. L'uomo ha ripetutamente violato tale prescrizione, facendosi notare e fissando insistentemente la vittima nei pressi della scuola guida da lei frequentata. I giudici di merito hanno quindi disposto il ripristino degli arresti domiciliari. La Corte di Cassazione ha confermato tale decisione e ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato. La Suprema Corte ha ribadito che la reiterata violazione del divieto di avvicinamento palesa l'inadeguatezza della misura meno afflittiva e giustifica pienamente il ripristino di una custodia cautelare più rigorosa.
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Sostituzione della misura cautelare tra evasione e presunzioni
Un'indagata per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti chiedeva la sostituzione della misura cautelare degli arresti domiciliari con una misura meno restrittiva. La difesa richiamava motivi di salute, il tempo trascorso dai fatti e la disparità di trattamento rispetto a una coindagata. Il Tribunale del Riesame e la Corte di Cassazione hanno respinto l'istanza. I giudici hanno chiarito che i reati associativi prevedono una presunzione legale di pericolosità. Il semplice trascorrere del tempo non costituisce un fatto nuovo idoneo a superare tale presunzione. Inoltre, l'indagata aveva violato le prescrizioni domiciliari ed era stata arrestata per evasione. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso e ha condannato la ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere e mafia: no ai domiciliari
Un soggetto condannato in primo grado per associazione mafiosa e detenzione di armi ha richiesto la sostituzione della custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari. La difesa ha proposto il trasferimento dell'imputato in una regione lontana oltre 1.500 chilometri dal luogo dei reati per affievolire il pericolo di reiterazione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che per i reati di mafia opera una presunzione assoluta di adeguatezza del carcere. Il semplice allontanamento geografico non garantisce l'effettiva recisione dei legami con l'organizzazione criminale, specialmente per chi ha svolto compiti fiduciari di rilievo. Di conseguenza, l'imputato rimane ristretto in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Legittimazione della vittima: niente ricorso sui benefici al reo
Un uomo condannato per atti persecutori verso la moglie ha ottenuto la detenzione domiciliare. La vittima ha chiesto la revoca del beneficio, denunciando violazioni. Il Magistrato di sorveglianza ha rigettato la richiesta e la donna ha ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile l'atto. Sentenza e legge escludono la legittimazione della vittima a richiedere la revoca di misure alternative o a impugnare i relativi provvedimenti. Le norme sull'informazione tutelano la sicurezza, ma non attribuiscono poteri processuali diretti durante l'esecuzione della pena. La ricorrente paga le spese e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Custodia cautelare in carcere: no ai domiciliari per chi evade
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro il ripristino della custodia cautelare in carcere. L'indagato, accusato di spaccio sistematico di cocaina, aveva ottenuto dal GIP la sostituzione del carcere con l'obbligo di firma. Tuttavia, il Tribunale del Riesame ha ripristinato la misura massima a causa della sua elevata pericolosita, avendo egli continuato a delinquere ed evaso i domiciliari. La Suprema Corte ha confermato questa decisione, rilevando che i motivi di ricorso erano del tutto generici e privi di un reale confronto con le dettagliate motivazioni dei giudici di merito. L'indagato perde la causa e viene condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Sostituzione misura cautelare: il buon comportamento non basta
Un commercialista, condannato in primo grado per truffa aggravata legata a crediti d'imposta inesistenti, ha ottenuto la sostituzione misura cautelare dagli arresti domiciliari all'obbligo di firma. Il Tribunale aveva giustificato l'attenuazione con il buon comportamento, il decorso del tempo e la revoca del visto di conformità. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Procuratore della Repubblica, annullando il provvedimento. I giudici hanno chiarito che il rispetto degli obblighi domiciliari e il mero scorrere del tempo non dimostrano una riduzione del pericolo di reiterazione. Inoltre, la perdita del visto fiscale non impedisce al professionista di commettere reati simili, mantenendo egli l'accesso alla professione. Il caso torna al Tribunale per una nuova decisione.
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Revoca delle misure cautelari: la difesa dimentica la vittima
La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità della richiesta di revoca delle misure cautelari per un indagato accusato di rapina aggravata con violenza. La difesa non aveva notificato l'istanza alla persona offesa, la quale aveva regolarmente eletto domicilio al momento della denuncia. La Suprema Corte ha ribadito che, nei procedimenti per reati commessi con violenza alla persona, la notifica alla vittima è un requisito obbligatorio a pena di inammissibilità, rilevabile d'ufficio in ogni stato e grado del procedimento. Di conseguenza, il ricorso dell'indagato è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non cancella il pericolo
Il Detenuto, condannato in primo grado per associazione finalizzata al traffico di droga ed estorsione, ha chiesto la sostituzione della custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari. La difesa sosteneva che il lungo tempo trascorso dai fatti (il cosiddetto "tempo silente") e la condotta regolare avessero attenuato la sua pericolosità sociale. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il mero decorso del tempo non basta a superare la presunzione di pericolosità per reati così gravi. Il "tempo silente" rileva solo al momento della prima applicazione della misura, mentre per la sostituzione servono elementi di novità concreti che dimostrino un effettivo cambiamento della personalità del detenuto. Di conseguenza, l'imputato resta in carcere.
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Giudicato cautelare: negati i domiciliari alla madre in carcere
L'Indagata, accusata di tentato omicidio, ha chiesto la sostituzione della custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari, evidenziando la sua condizione di madre di figli minori di sei anni e la fine delle indagini. Il Tribunale ha respinto la richiesta e la Corte di Cassazione ha confermato la decisione. I giudici hanno stabilito che, in assenza di fatti nuovi o sopravvenuti, si applica il principio del giudicato cautelare. Questo principio impedisce di rivalutare elementi già esaminati e confermati in precedenza, rendendo legittimo il mantenimento della misura carceraria.
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Custodia cautelare in carcere: no ai domiciliari per il corriere
Un corriere ovulatore, arrestato a Firenze con 1,5 kg di eroina, ha impugnato il ripristino della custodia cautelare in carcere disposto dal Tribunale del riesame, che aveva annullato i domiciliari precedentemente concessi. La difesa sosteneva che l'incensuratezza, il regolare soggiorno e il tempo trascorso senza violazioni attenuassero le esigenze cautelari. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il semplice decorso del tempo ha valore neutro e che la gravità del reato, unita all'opacità della condotta di vita del ricorrente, rende la custodia cautelare in carcere l'unica misura idonea a prevenire il concreto pericolo di recidiva. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Aggravamento della misura cautelare: dal dentista al carcere
L'Imputato, sottoposto alla misura degli arresti domiciliari, riceveva l'autorizzazione a recarsi presso un dentista per cure urgenti. Tuttavia, le Forze dell'ordine lo fermavano nove ore dopo l'appuntamento mentre guidava ad alta velocità e zigzagava nel traffico. Il Tribunale disponeva quindi l'aggravamento della misura cautelare, sostituendo i domiciliari con la custodia in carcere. L'Imputato proponeva ricorso in Cassazione, sostenendo l'assenza di un orario preciso di rientro e il ritardo della visita medica. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che la grave violazione delle prescrizioni e la pericolosità sociale dimostrata giustificano pienamente l'aggravamento della misura cautelare in custodia in carcere.
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Incompatibilità con il regime carcerario: salute contro cella
Il Tribunale di Catanzaro aveva respinto la richiesta di un detenuto, accusato di estorsione aggravata, volto a ottenere gli arresti domiciliari per gravi motivi di salute. L'uomo soffriva di gravi patologie cardiache e respiratorie. La Cassazione ha annullato questa decisione. I giudici di legittimità hanno stabilito che, di fronte a un serio dubbio sulla salute del detenuto, il giudice non può decidere da solo. Se esiste un indizio di incompatibilità con il regime carcerario, il tribunale deve obbligatoriamente nominare un medico esperto per una perizia d'ufficio. La Cassazione ha quindi accolto il ricorso del detenuto e ha ordinato un nuovo esame del caso.
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Misure cautelari cumulative: sì al divieto, no alla dimora
Un imprenditore, indagato per associazione a delinquere, si è visto sostituire la custodia domiciliare con due misure cautelari cumulative: il divieto annuale di esercitare attività d'impresa e l'obbligo di dimora nel proprio comune. L'indagato ha fatto ricorso contestando la proporzionalità del cumulo e l'attualità del pericolo. La Corte di Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso, annullando senza rinvio l'obbligo di dimora. I giudici hanno stabilito che l'applicazione di misure cautelari cumulative è legittima, ma deve rispettare il principio del minor sacrificio possibile. Nel caso specifico, imporre l'obbligo di dimora nello stesso comune identificato come l'epicentro degli affari illeciti dell'associazione rappresenta una misura illogica e inutilmente afflittiva, che non risponde a reali esigenze di tutela.
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