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Art. 2901 Codice Civile — Anno 2023

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290 provvedimenti

Altri anni per Art. 2901 Codice Civile

Azione revocatoria ordinaria: donare ai figli non salva la casa
Un istituto di credito ha promosso un'azione revocatoria ordinaria contro un fideiussore e i suoi familiari per far dichiarare inefficace la donazione ai figli della quota di nuda proprietà di un prestigioso immobile. La banca sosteneva che l'atto pregiudicasse la garanzia del proprio ingente credito. Il Tribunale ha accolto parzialmente la domanda, revocando la donazione della quota paterna. Successivamente, sia il padre sia i figli hanno proposto separati ricorsi in Cassazione contro la decisione d'appello. La Suprema Corte, rilevando la pendenza di due impugnazioni distinte contro lo stesso provvedimento, ha disposto il rinvio della causa a nuovo ruolo per consentire la riunione obbligatoria dei ricorsi, garantendo così un unico giudizio.
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Azione revocatoria: il fondo patrimoniale non salva il garante
Un creditore, co-garante di diverse società, ha promosso un'azione revocatoria contro il socio co-garante e il coniuge. Il socio aveva costituito un fondo patrimoniale inserendovi tutti i suoi immobili, pregiudicando il potenziale diritto di regresso del co-garante. Il Tribunale e la Corte d'Appello hanno dichiarato inefficace la costituzione del fondo. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'azione revocatoria tutela anche il credito di regresso del co-fideiussore. Per l'esistenza del danno basta che l'atto renda più difficile il recupero del credito, valutando la solvibilità del singolo garante e non degli altri coobbligati.
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Azione revocatoria ordinaria: il patrimonio residuo blocca il creditore
Il Creditore ha promosso un'azione revocatoria ordinaria contro Il Debitore e La Società per rendere inefficace il conferimento di alcuni immobili in quest'ultima, ritenendo pregiudicata la propria garanzia patrimoniale per un credito di 130.000 euro. La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità del ricorso del Creditore. I giudici hanno accertato che il patrimonio residuo del Debitore, composto da altri due immobili del valore complessivo di oltre 260.000 euro (pari al doppio del debito), era ampiamente sufficiente a soddisfare il credito. Di conseguenza, mancando l'effettivo pregiudizio alle ragioni del creditore (il cosiddetto eventus damni), l'azione revocatoria non poteva essere accolta. Il Creditore è stato condannato al pagamento delle spese di giudizio.
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Rinuncia al ricorso in Cassazione: revocato il fondo
Il caso nasce dall'impugnazione di un atto costitutivo di fondo patrimoniale da parte di una società creditrice, che ne aveva ottenuto la revoca in appello. Il debitore ha proposto ricorso dinanzi alla Suprema Corte per contestare la decisione. Tuttavia, prima dell'udienza, il ricorrente ha depositato formale atto di rinuncia, accettato dalla controparte. La Corte di Cassazione ha quindi dichiarato l'estinzione del processo. La rinuncia al ricorso in Cassazione ha comportato la fine del giudizio senza alcuna decisione sui motivi di merito e senza alcuna condanna alle spese legali per le parti, confermando l'efficacia della precedente sentenza di revoca del fondo patrimoniale.
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Consulenza tecnica d’ufficio: no alle prove tardive
I Professionisti hanno richiesto il pagamento di ingenti compensi professionali alla Società Debitrice e la revoca della vendita dell'unico immobile di quest'ultima a favore dell'Acquirente. Il Tribunale e la Corte d'Appello hanno accolto le domande basandosi su una consulenza tecnica d'ufficio. L'Acquirente ha fatto ricorso in Cassazione lamentando che il consulente avesse acquisito tardivamente i documenti necessari a provare l'attività svolta dai professionisti. La Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la consulenza tecnica d'ufficio non può sanare le negligenze probatorie delle parti acquisendo documenti sui fatti principali dopo la scadenza dei termini. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Azione revocatoria ordinaria: la vendita della casa non regge
Un'azienda creditrice ha promosso un'azione revocatoria ordinaria per annullare la vendita dell'unico immobile di proprietà del debitore, effettuata a favore di un terzo acquirente con la moglie del debitore come beneficiaria. La moglie ha sostenuto che la vendita derivasse da un contratto preliminare precedente al debito, ma non è riuscita a dimostrare la data certa di tale accordo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della moglie, confermando la revoca dell'atto. I giudici hanno rilevato che sia il debitore che l'acquirente erano pienamente consapevoli delle difficoltà economiche dell'impresa e del danno arrecato al creditore. Di conseguenza, la vendita è stata dichiarata inefficace nei confronti del creditore, che potrà così rivalersi sull'immobile per recuperare le somme dovute.
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Azione revocatoria: no a doppia revoca per un debito ridotto
Due professionisti richiedono il pagamento di 72.000 euro per prestazioni di progettazione a una società committente. Quest'ultima, priva di liquidità, vende due immobili a terzi. I professionisti esercitano l'azione revocatoria per rendere inefficaci le vendite. La Corte d'Appello accoglie la domanda per entrambi i beni, pur ammettendo che la vendita di uno solo sarebbe bastata a coprire il debito. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso della società: la decisione d'appello è logicamente contraddittoria. Non si possono revocare entrambi gli atti se la garanzia patrimoniale del creditore poteva essere salvaguardata con la revoca di un solo trasferimento, proporzionato al credito reale. La sentenza viene cassata con rinvio.
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Azione revocatoria ordinaria: no al trasferimento dell’immobile
Una società creditrice ha promosso un'azione revocatoria ordinaria contro una cooperativa che aveva trasferito il suo unico immobile a un consorzio. Successivamente, la cooperativa è stata posta in liquidazione coatta amministrativa e il commissario liquidatore è subentrato nella causa. La Corte d'Appello ha rigettato la domanda ritenendo che il commissario dovesse provare l'ammissione al passivo dei crediti e l'effettivo danno. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso della cooperativa in liquidazione: quando il liquidatore subentra in un giudizio già avviato da un creditore, non deve dimostrare l'ammissione al passivo del credito originario. Inoltre, il trasferimento dell'unico immobile della debitrice costituisce di per sé una prova sufficiente del danno subito dai creditori. La sentenza d'appello è stata quindi cassata con rinvio.
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Azione revocatoria: il trust non salva i beni dal pignoramento
Una banca avvia un'esecuzione forzata contro due coniugi per un debito di 4,6 milioni di euro, pignorando un castello stimato 7,5 milioni. Nelle more, i debitori trasferiscono tutti i loro restanti immobili in un trust. Successivamente, il castello viene venduto all'asta per soli 1,6 milioni. La banca promuove un'azione revocatoria per rendere inefficace il trasferimento dei beni nel trust. La Corte d'Appello accoglie la domanda, ritenendo che i coniugi fossero consapevoli del pregiudizio arrecato, data la crisi del mercato immobiliare e le aste deserte. La Corte di Cassazione conferma la decisione, rigettando il ricorso dei debitori. La Suprema Corte ribadisce che la crisi finanziaria del 2008 è un fatto notorio e che i debitori potevano prevedere l'insufficienza del ricavato della vendita forzata.
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Rinuncia al ricorso in Cassazione: stop alla lite con le banche
Due debitori hanno impugnato in Cassazione la sentenza d'appello che aveva parzialmente accolto l'azione revocatoria promossa da due banche creditrici. Nel corso del giudizio, i debitori hanno depositato formale rinuncia al ricorso in Cassazione nei confronti di entrambi gli istituti di credito. Le banche resistenti hanno aderito alla rinuncia, chiedendo la compensazione delle spese. La Suprema Corte ha dichiarato l'estinzione del giudizio e ha compensato interamente le spese tra le parti. Ha inoltre specificato che non si può disporre d'ufficio la cancellazione della trascrizione della domanda giudiziale in assenza di un'espressa richiesta delle parti interessate.
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Azione revocatoria del trust: lo scudo cade davanti ai debiti
Una banca ha promosso un'azione revocatoria contro due coniugi fideiussori che avevano costituito un fondo patrimoniale e un trust, conferendovi tutti i loro beni immobili per sottrarli ai creditori. I debitori sostenevano che l'atto istitutivo del trust non potesse essere revocato, non avendo un immediato effetto traslativo dei beni. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che l'azione revocatoria del trust è pienamente ammissibile sia contro l'atto istitutivo sia contro il successivo trasferimento dei beni. I due atti sono infatti strettamente connessi e mirano entrambi alla segregazione patrimoniale, danneggiando la garanzia del creditore.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: il debitore paga le spese
Un debitore e sua moglie avevano costituito un fondo patrimoniale per proteggere i propri beni. Alcuni istituti bancari creditori hanno promosso con successo un'azione revocatoria per rendere inefficace tale vincolo. Il debitore ha impugnato la decisione sfavorevole dinanzi alla Corte di Cassazione. Tuttavia, prima dell'udienza, il ricorrente ha depositato una formale rinuncia al ricorso per cassazione. Poiché le banche resistenti non hanno formalmente accettato la rinuncia, la Suprema Corte ha dovuto dichiarare l'estinzione del giudizio e liquidare le spese. In applicazione delle norme processuali, la Corte ha condannato il debitore rinunciante al pagamento delle spese di giudizio in favore delle controparti, confermando che chi rinuncia deve farsi carico dei costi legali sostenuti dai resistenti.
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Improcedibilità del ricorso: l’errore formale che costa la causa
La curatela fallimentare ha promosso un'azione revocatoria ordinaria contro l'ex amministratore di una società fallita per rendere inefficaci la costituzione di un fondo patrimoniale e diverse vendite immobiliari. La Corte d'Appello ha accolto la domanda del fallimento. L'ex amministratore ha proposto ricorso in Cassazione dichiarando di aver ricevuto la notifica della sentenza d'appello, ma ha omesso di depositare la prova di tale notifica. La Suprema Corte ha dichiarato l'improcedibilità del ricorso in quanto il deposito della relata è un onere obbligatorio a carico del ricorrente per verificare la tempestività dell'impugnazione. L'ex amministratore perde definitivamente la causa, deve pagare le spese processuali e gli atti di disposizione patrimoniale restano inefficaci.
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Azione revocatoria: il fondo patrimoniale non salva i debitori
Un istituto di credito ha promosso un'azione revocatoria contro due coniugi che avevano costituito un fondo patrimoniale per sottrarre i propri beni alla garanzia di una fideiussione. Il Tribunale ha accolto la domanda, dichiarando l'atto inefficace. La Corte d'Appello ha dichiarato inammissibile l'impugnazione dei coniugi per genericità dei motivi. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando inammissibile il ricorso dei debitori. La Suprema Corte ha chiarito che chi contesta l'inammissibilità dell'appello deve riprodurre dettagliatamente nel ricorso i motivi originari per consentirne la verifica, non potendo limitarsi a richiamare genericamente gli atti precedenti o a enunciare principi astratti.
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Azione revocatoria ordinaria: beni societari comunque pignorabili
Una società acquirente si impegna a liberare i venditori da alcune fideiussioni bancarie, prevedendo una penale milionaria in caso di ritardo. Non rispettando l'accordo, i venditori subiscono l'escussione delle garanzie e avviano una causa. Nel frattempo, la società acquirente e il suo garante svuotano il proprio patrimonio conferendo beni immobili a una nuova società immobiliare. I creditori esercitano l'azione revocatoria ordinaria contro questo trasferimento. La Corte di Cassazione conferma la revocabilità del conferimento societario. I giudici chiariscono che sostituire immobili con quote societarie peggiora la garanzia patrimoniale del creditore, rendendo legittima l'azione revocatoria ordinaria. Inoltre, la consapevolezza del danno può essere presunta dai legami societari tra i soggetti coinvolti. L'appello dei debitori viene rigettato.
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Azione revocatoria ordinaria: il trust non salva i beni
Un debitore ha istituito un trust trasferendovi l'intero patrimonio immobiliare, formalmente per adempiere a obblighi di mantenimento familiare. Due fallimenti societari creditori hanno promosso un'azione revocatoria ordinaria per dichiarare inefficace il trasferimento, ritenendolo un tentativo di sottrarre i beni alla garanzia patrimoniale. Il Tribunale e la Corte d'Appello hanno accolto la domanda dei creditori. Il debitore ha proposto ricorso in Cassazione contestando la regolarità dell'intervento di uno dei creditori e la prescrizione dell'azione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per violazione del principio di autosufficienza, poiché i ricorrenti non hanno fornito gli elementi e i documenti necessari per ricostruire la vicenda processuale. Di conseguenza, il trust resta inefficace e i beni immobili rimangono aggredibili dai creditori.
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Azione revocatoria ordinaria: il Fisco batte l’acquisto sospetto
L'Agente della Riscossione ha promosso un'azione revocatoria ordinaria contro una società debitrice e la società acquirente per rendere inefficace la vendita di un compendio immobiliare. La debitrice aveva infatti accumulato un ingente debito fiscale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società acquirente, confermando che spetta al creditore dimostrare che la vendita ha reso più difficile o incerto il recupero del credito. Al contrario, spetta al debitore o al terzo acquirente dimostrare che il patrimonio residuo del debitore è sufficiente a garantire il debito. La vendita di gran parte dei beni immobiliari fa presumere il danno, spostando l'onere della prova sui convenuti.
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Azione revocatoria: la vendita al figlio non salva la casa
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto da due genitori e dal figlio contro la sentenza d'appello che aveva accolto l'azione revocatoria promossa da una banca. I genitori avevano venduto al figlio un immobile, riservandosi il diritto di abitazione, nonostante un debito pendente con l'istituto di credito. I ricorrenti sostenevano che la vendita servisse a pagare debiti scaduti e che mancasse la consapevolezza del danno ai creditori. La Suprema Corte ha stabilito che tali contestazioni miravano a una inammissibile rivalutazione dei fatti di causa, già ampiamente accertati nei precedenti gradi di giudizio. Di conseguenza, la vendita è stata dichiarata inefficace nei confronti della banca e i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali.
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Azione revocatoria: valida la vendita se serve a pagare i debiti
Il caso riguarda la richiesta di azione revocatoria e simulazione avanzata dagli Eredi del Creditore contro la Debitrice e il Cognato. La Debitrice aveva venduto al Cognato l'usufrutto di un immobile per 400.000 euro, destinando circa 170.000 euro al pagamento di debiti scaduti. Gli Eredi sostenevano che l'atto fosse revocabile poiché meno della metà del ricavato era servito a pagare i debiti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la vendita a scopo solutorio è irrevocabile se rappresenta un mezzo necessario per estinguere debiti scaduti. La legge non impone che l'intero prezzo o una percentuale minima sia destinata ai debiti, purché la somma non sia irrisoria. Vince la Debitrice, con condanna degli Eredi alle spese.
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Simulazione della compravendita: ko sul merito ma spese ridotte
Un creditore ha impugnato la vendita di un immobile effettuata dal suo debitore a un terzo, sostenendo la simulazione della compravendita. Nei primi due gradi di giudizio, i giudici hanno rigettato la domanda, ritenendo provato il pagamento tramite la consegna di un assegno davanti al notaio. Il creditore ha proposto ricorso in Cassazione, contestando sia la valutazione delle prove sia l'errato calcolo delle spese di giudizio. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il motivo riguardante la prova del pagamento, in quanto attinente al merito dei fatti, ma ha accolto il secondo motivo. I giudici hanno accertato che la Corte d'Appello ha applicato uno scaglione tariffario errato, basato su un valore superiore a quello effettivo del contratto, pari a 200.000 euro. La sentenza è stata cassata sul punto, con conseguente ricalcolo al ribasso delle spese legali.
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