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Art. 28 Codice di Procedura Penale — Sezione Sesta Penale

112 provvedimenti

Altri anni per Art. 28 Codice di Procedura Penale

Custodia Cautelare: Ricorso Inammissibile per Traffico di Droga
Il Tribunale di Palermo ha disposto la custodia cautelare in carcere per un individuo accusato di traffico di stupefacenti (art. 73 d.P.R. n. 309/90), accogliendo l'appello del Pubblico Ministero. L'accusato ha presentato ricorso in Cassazione, contestando la gravità indiziaria a suo carico, basata su intercettazioni telefoniche e rilievi satellitari. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ritenuto che la valutazione indiziaria fosse corretta e logica, confermando il coinvolgimento dell'individuo come fornitore di droga. L'inammissibilità comporta la condanna al pagamento delle spese processuali e di una somma alla Cassa delle ammende.
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Dichiarazioni vittima: validità per misure cautelari nella rapina
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato per rapina aggravata, confermando l'applicazione della misura cautelare della custodia in carcere. Il caso verteva sull'utilizzabilità delle dichiarazioni della persona offesa, rese in ospedale e successivamente in denuncia. Il Tribunale aveva correttamente ritenuto utilizzabili le prime dichiarazioni, anche se non verbalizzate, e parte delle seconde, fino al momento in cui la vittima ha rivelato il proprio coinvolgimento nello spaccio. Tali elementi, uniti al ritrovamento di scarpe con tracce di sangue, hanno costituito una grave base indiziaria, non inficiata dall'inutilizzabilità di altre parti delle dichiarazioni.
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Fuga a 180 km/h: scatta la resistenza a pubblico ufficiale
Un automobilista forza un posto di blocco autostradale e fugge a 180 km/h per oltre 45 minuti, mettendo in pericolo le forze dell'ordine e gli altri utenti della strada. Il Tribunale applica nei suoi confronti la misura dell'obbligo di dimora con rientro notturno per il reato di resistenza a pubblico ufficiale. L'indagato ricorre in Cassazione sostenendo l'assenza di esigenze cautelari attuali, avendo mantenuto una condotta corretta nei mesi successivi al fatto. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile: la gravità della fuga e i numerosi precedenti penali confermano una spiccata pericolosità sociale e il concreto rischio di reiterazione.
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Custodia cautelare in carcere: spaccio e piccole dosi
L'Indagato contestava l'ordinanza del Tribunale che disponeva la custodia cautelare in carcere per ripetute cessioni di stupefacenti a molteplici acquirenti tra il 2019 e il 2020. La difesa invocava l'ipotesi di lieve entità e chiedeva i domiciliari con braccialetto elettronico, sostenendo la modesta quantità delle singole dosi sequestrate. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la custodia cautelare in carcere. I giudici hanno escluso la lieve entità a causa della professionalità e continuità dell'attività criminale, della diversità delle sostanze e dell'uso di telefoni intestati a terzi. Inoltre, la reiterazione dei reati dopo precedenti arresti dimostra l'inaffidabilità dell'indagato e la necessità della massima misura restrittiva.
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Inefficacia della custodia cautelare negata: la misura resta
Un indagato in carcere ha chiesto la declaratoria di inefficacia della custodia cautelare. La difesa sosteneva che il trasferimento del fascicolo da una procura all'altra, a seguito della dichiarazione di incompetenza territoriale ottenuta da un coindagato, imponesse la tempestiva rinnovazione della misura da parte del nuovo giudice. Il Tribunale prima e la Corte di Cassazione poi hanno respinto la richiesta. I giudici hanno chiarito che il passaggio di atti tra uffici del pubblico ministero costituisce un mero atto organizzativo interno e non equivale a una decisione giurisdizionale di incompetenza. Di conseguenza, l'inefficacia automatica non scatta e la misura cautelare resta pienamente valida. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile e condannato il ricorrente.
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Arresti per il militare accusato dal collaboratore di giustizia
Un appartenente alle Forze dell'Ordine ha impugnato la misura cautelare degli arresti domiciliari, applicata dal Tribunale per presunti accordi illeciti con un informatore. L'accusa contestava la sottrazione e la successiva cessione di sostanze stupefacenti sequestrate durante operazioni di servizio, in cambio di notizie confidenziali. La difesa del militare sosteneva l'inattendibilità dell'accusatore, divenuto nel tempo collaboratore di giustizia, eccependo inoltre la tardività delle dichiarazioni rispetto al termine legale di centottanta giorni. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'indagato. I giudici hanno confermato la validità della ricostruzione del Tribunale, fondata sulle parole convergenti del collaboratore di giustizia, confermate da intercettazioni telefoniche e testimonianze di terzi, ritenendo pienamente integrati i gravi indizi di colpevolezza richiesti dalla legge per disporre la custodia cautelare.
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Competenza per territorio: scontro tra Milano e Brescia
Il caso nasce da un'indagine per calunnia e diffamazione che coinvolgeva un magistrato e un avvocato. Il Giudice per le indagini preliminari di Brescia ha archiviato la posizione del magistrato e ha dichiarato la propria incompetenza per la parte restante riguardante l'avvocato, restituendo gli atti a Milano. Gli imputati hanno fatto ricorso in Cassazione denunciando l'abnormità della decisione per mancata promozione di un conflitto di competenza. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi. Ha stabilito che, una volta archiviata la posizione del magistrato, cessa la competenza speciale e si applica la ordinaria competenza per territorio senza che operi la conservazione della giurisdizione. Il provvedimento del giudice bresciano è dunque pienamente legittimo e non abnorme.
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Impugnazione della competenza: stop al ricorso senza cautela
Il Tribunale del Riesame ha riqualificato i reati contestati a un'indagata, dichiarando l'incompetenza del primo giudice ma senza applicare alcuna misura cautelare per le nuove accuse. L'indagata ha proposto ricorso per contestare la nuova qualificazione giuridica e bloccare il trasferimento del processo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno stabilito che l'impugnazione della competenza, se disgiunta dall'applicazione di una misura cautelare, non può essere proposta autonomamente davanti alla Suprema Corte. L'unico rimedio per risolvere i contrasti tra giudici in questa fase resta la procedura di conflitto di competenza. Di conseguenza, l'indagata perde il ricorso e subisce la condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Maresciallo corrotto: l’agevolazione mafiosa scatta anche senza dolo
Un Maresciallo dei Carabinieri è stato accusato di corruzione per aver ricevuto pagamenti mensili da un soggetto legato a un clan camorristico. In cambio, forniva informazioni riservate e ometteva controlli. La Corte di Cassazione ha confermato la misura degli arresti domiciliari, ritenendo provato il rapporto corruttivo stabile. La sentenza ha stabilito un principio fondamentale sull'aggravante agevolazione mafiosa: fornire informazioni a un membro di un clan aiuta oggettivamente l'associazione criminale, integrando l'aggravante. Non è necessario che il pubblico ufficiale abbia l'intenzione specifica di favorire il clan. Il ricorso del Maresciallo è stato dichiarato inammissibile.
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Rinuncia al Ricorso: Appello Annullato e Condanna alle Spese
Un indagato, sottoposto alla misura degli arresti domiciliari per corruzione, presenta appello in Cassazione. Tuttavia, prima della decisione, il suo difensore deposita una formale rinuncia al ricorso. La Suprema Corte, prendendo atto di questa scelta, ha dichiarato l'impugnazione inammissibile senza entrare nel merito della questione. La sentenza stabilisce che la rinuncia è un atto che chiude definitivamente il procedimento di appello. Di conseguenza, l'indagato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e il provvedimento cautelare originario è rimasto valido.
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Partecipazione ad associazione mafiosa: ‘a disposizione’ del clan
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia in carcere per un individuo accusato di partecipazione ad associazione mafiosa. Secondo i giudici, per dimostrare l'appartenenza a un clan non serve un'affiliazione formale, ma è sufficiente un inserimento stabile e organico, manifestato con la costante 'messa a disposizione' per gli scopi criminali. La Corte ha stabilito che il lungo tempo trascorso dagli ultimi fatti contestati (circa quattro anni) non è di per sé sufficiente a escludere la pericolosità sociale dell'indagato e, quindi, a revocare la misura cautelare, data la natura permanente del vincolo associativo e il ruolo fiduciario ricoperto.
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Ne bis in idem: quando si applica all’evasione
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per evasione di un detenuto che non era rientrato in carcere dopo il lavoro. Il ricorrente sosteneva la violazione del principio del Ne bis in idem, dichiarando di essere già stato condannato per lo stesso fatto da un altro tribunale. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, precisando che la preclusione processuale opera solo se i procedimenti pendono presso il medesimo ufficio giudiziario. In caso di uffici diversi, la questione va risolta tramite le norme sui conflitti di competenza e non tramite l'improcedibilità automatica.
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Misure cautelari: quando il ricorso è inammissibile
La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità del ricorso presentato da un soggetto sottoposto a misure cautelari. Il Tribunale aveva aggravato le prescrizioni, sostituendo il divieto di dimora con l'obbligo di dimora nel comune di residenza e il coprifuoco notturno. La difesa ha contestato la violazione dei principi di proporzionalità e l'assenza di pericolo di recidiva. Tuttavia, la Suprema Corte ha rilevato che le doglianze sulla proporzionalità erano del tutto generiche e che la questione sull'attualità del pericolo doveva essere sollevata dinanzi al Tribunale del Riesame e non in sede di appello cautelare.
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Sequestro di persona: validità della custodia
La Corte di Cassazione ha confermato l'ordinanza di custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di concorso in **sequestro di persona**. Il ricorrente contestava l'attendibilità del riconoscimento fotografico effettuato dalla vittima e la discrepanza tra le testimonianze riguardo al numero di veicoli coinvolti. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che le valutazioni sul merito delle prove e sull'attendibilità dei testimoni spettano esclusivamente ai giudici di merito e non possono essere oggetto di riesame in sede di legittimità.
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Esigenze cautelari: quando scatta il carcere.
La Corte di Cassazione ha confermato il ripristino della custodia in carcere per un soggetto indagato per traffico di stupefacenti e detenzione di armi clandestine. Nonostante il ricorso della difesa, che lamentava una valutazione basata solo sulla gravità dei fatti, i giudici hanno ritenuto sussistenti le esigenze cautelari. La decisione si fonda sul rinvenimento di un'agenda contabile dei traffici illeciti e di una pistola con matricola abrasa, elementi che dimostrano un inserimento stabile in contesti di criminalità organizzata e rendono inadeguata la misura degli arresti domiciliari.
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Custodia Cautelare in Carcere: Fuga e Precedenti la Giustificano
Un uomo con precedenti penali si opponeva a un controllo di polizia e tentava la fuga con una guida pericolosa. Il Tribunale ha disposto la custodia cautelare in carcere, valutando non solo il singolo episodio, ma anche la personalità trasgressiva e il concreto pericolo di reiterazione del reato. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, respingendo il ricorso dell'indagato. La sentenza stabilisce che per giustificare una misura così grave non basta il reato contestato, ma è necessario un giudizio complessivo sulla pericolosità sociale del soggetto, basato anche sul suo passato e sulla sua mancanza di autocontrollo.
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Sequestro preventivo: quando il ricorso è inammissibile
Un soggetto ricorre in Cassazione contro una misura cautelare e un sequestro preventivo per partecipazione ad associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. La Corte Suprema ha dichiarato il ricorso inammissibile, sottolineando che le critiche al merito e le giustificazioni patrimoniali tardive non possono essere esaminate in sede di legittimità. La decisione si fonda sulla genericità dei motivi e sull'impossibilità di rivalutare i fatti, confermando l'importanza di presentare tutte le prove e le difese nelle fasi di merito, come quella del riesame.
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Rinuncia all’impugnazione: conseguenze e spese legali
Un imputato, sottoposto agli arresti domiciliari per associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, ha presentato ricorso in Cassazione. Successivamente, ha effettuato una rinuncia all'impugnazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile e, nonostante la rinuncia, ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro, chiarendo che la legge non distingue tra le varie cause di inammissibilità ai fini di tale condanna.
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Sostituzione misure cautelari: il tempo non basta
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 45513/2023, ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato agli arresti domiciliari per reati di droga che chiedeva un'attenuazione della misura. La Corte ha stabilito che la sostituzione misure cautelari non può essere concessa basandosi solo sul tempo trascorso e sulla buona condotta, in quanto questi non costituiscono 'elementi di novità' ai sensi dell'art. 299 c.p.p. Anche la richiesta di autorizzazione al lavoro è stata respinta per assenza di prova di 'indispensabili esigenze di vita'.
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Custodia cautelare in carcere: sì anche per chi è già detenuto
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 44872/2023, ha stabilito che è legittima l'applicazione della custodia cautelare in carcere per un nuovo reato commesso da un soggetto già detenuto per altra causa. La Corte ha chiarito che la nuova misura, sebbene sospesa nell'esecuzione fino alla cessazione della precedente detenzione, è autonoma, non è inutile e produce effetti immediati, come l'impedimento alla concessione di benefici penitenziari, rispondendo così a concrete esigenze di prevenzione della reiterazione di condotte violente.
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