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Art. 2751-bis Codice Civile — Anno 2022

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103 provvedimenti

Altri anni per Art. 2751-bis Codice Civile

Prededucibilità credito professionale: Cassazione nega se concordato fallisce
Un professionista ha chiesto di ammettere il suo credito in prededuzione nel fallimento di un'azienda, per attività svolte per una domanda di concordato preventivo poi dichiarata inammissibile. Il Tribunale ha negato la prededucibilità del credito professionale. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione. Ha stabilito che il credito del professionista è prededucibile solo se la procedura di concordato preventivo viene effettivamente ammessa e la prestazione è stata funzionale alla conservazione o all'incremento dei valori aziendali. La semplice presentazione della domanda, se inammissibile, non basta per la prededucibilità.
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Bancarotta preferenziale: beni ai fornitori e condanna
Due amministratori di una società edile in crisi hanno ceduto mezzi d'opera e versato somme a favore di creditori scelti, escludendo tutti gli altri prima del fallimento. I giudici di merito hanno condannato entrambi i gestori per bancarotta fraudolenta documentale e bancarotta preferenziale. Gli imputati hanno presentato ricorso per cassazione contestando l'intento lesivo e sostenendo la liceità della cessione di beni aziendali ammortizzati. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi confermando integralmente le condanne. I giudici hanno chiarito che integra reato soddisfare solo alcuni crediti a scapito di altri aventi pari o superiore privilegio. I ricorrenti dovranno pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria alla Cassa delle ammende.
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Bancarotta preferenziale: pagamenti e debiti aziendali
L'amministratore di una società poi dichiarata fallita ha disposto pagamenti a favore di una società di mediazione e di uno studio legale associato. I giudici hanno accertato la natura indebita di tali versamenti: la mediazione mancava di prova e il credito dello studio associato non godeva di privilegio speciale. L'amministratore ha impugnato la condanna per bancarotta preferenziale sostenendo la legittimità dei pagamenti e la natura privilegiata dei debiti estinti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'imputato, confermando la condanna penale e il pagamento delle spese di giudizio. I giudici supremi hanno ribadito che i pagamenti eseguiti in favore di creditori chirografari o privi di causa reale integrano il delitto fallimentare.
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Opposizione allo stato passivo: termini validi solo con PEC piena
Una lavoratrice ha proposto opposizione allo stato passivo contro la decisione del commissario di una liquidazione coatta amministrativa, che aveva escluso parte dei suoi compensi con privilegio. Il tribunale ha dichiarato il ricorso tardivo. I giudici di merito hanno calcolato il termine di trenta giorni da una prima PEC contenente solo la scheda individuale del credito. La Corte di Cassazione ha ribaltato il verdetto. Il termine per l'opposizione allo stato passivo decorre esclusivamente dalla ricezione dell'elenco completo di tutti i crediti ammessi e respinti, non dalla semplice comunicazione sintetica. La Suprema Corte ha accolto il ricorso della creditrice e ha rinviato la causa per un nuovo esame.
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Liquidazione degli onorari dell’avvocato: parcella ridotta
Un avvocato ha chiesto l'ammissione al passivo di una società in liquidazione per oltre quattrocentosettantamila euro a titolo di compensi legali. Il professionista ha sostenuto di aver difeso la società in una causa complessa riguardante la proprietà di terreni dal grandissimo valore economico. Il Tribunale ha ammesso il credito solo per cifre irrisorie, considerando la controversia di valore indeterminabile per l'assenza della rendita catastale all'inizio del giudizio originario. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente il provvedimento. La Suprema Corte ha ribadito che la liquidazione degli onorari dell'avvocato deve basarsi sul valore della domanda al momento introduttivo della lite. Le stime e le perizie successive non incidono sulla misura del compenso. Il ricorso del professionista è stato interamente respinto con condanna alle spese.
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Opposizione allo stato passivo: termini e controlli
Un professionista ha presentato opposizione allo stato passivo circa tre anni dopo la dichiarazione di esecutività del passivo fallimentare. Il creditore ha avviato l'azione solo dopo aver ricevuto una comunicazione successiva riguardante modifiche per altri crediti estranei alla sua posizione. Il Tribunale ha accolto la domanda, ignorando il ritardo a causa della mancata costituzione della curatela fallimentare. La Corte di Cassazione ha ribaltato il verdetto e accolto il ricorso del Fallimento. I giudici hanno chiarito che il termine di trenta giorni per contestare lo stato passivo decorre dalla comunicazione originaria del decreto. Il giudice deve verificare d'ufficio il rispetto di tale termine anche se la curatela resta contumace. L'opposizione tardiva è inammissibile e comporta la condanna del creditore alle spese legali.
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Credito del liquidatore: niente prededuzione nel fallimento
Il liquidatore di una società a responsabilità limitata ha chiesto l'ammissione al passivo del successivo fallimento societario con rango di prededuzione per l'attività svolta, inclusa la domanda di concordato preventivo. I giudici di merito hanno ammesso la somma solo in via chirografaria, escludendo la prededucibilità e il privilegio professionale. L'ex organo sociale ha impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione, sostenendo la funzionalità della sua attività rispetto alla procedura. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che il credito del liquidatore non gode di prededuzione nel fallimento consecutivo. Il liquidatore si immedesima organicamente nella società debitrice e non opera come professionista terzo esterno. Di conseguenza, il credito del liquidatore resta un debito ordinario senza precedenze.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: chiusura fallimento ed esito
Un professionista ha chiesto l'ammissione al passivo fallimentare di una società per compensi professionali e relativi interessi. Il Tribunale e la Corte d'Appello hanno riconosciuto il privilegio per la quota capitale, ma hanno declassato gli interessi a credito chirografario semplice. Il creditore ha quindi impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione. Nelle more del giudizio, la procedura fallimentare è stata dichiarata formalmente chiusa. Preso atto della chiusura, il professionista ha notificato e depositato la formale rinuncia al ricorso per cassazione. I giudici di legittimità hanno accertato la validità dell'atto e hanno dichiarato estinto il processo per intervenuta rinuncia al ricorso per cassazione. La Corte non ha liquidato spese legali contro la parte e ha escluso il raddoppio del contributo unificato a suo carico.
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Prescrizione presuntiva dei crediti: lite tra avvocato e debitore
Un avvocato ha chiesto l'ammissione al passivo di una compagnia assicurativa in liquidazione coatta amministrativa per oltre novantamila euro di compensi non pagati. Il Tribunale ha riconosciuto solo una frazione del credito, accogliendo l'eccezione di prescrizione presuntiva sollevata dal commissario liquidatore e rigettando la richiesta di giuramento decisorio avanzata dal legale. Il professionista ha impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione, contestando l'applicabilità di tale prescrizione a contratti scritti complessi e difendendo il diritto di deferire il giuramento. La Suprema Corte ha sospeso il giudizio e rinviato la causa a nuovo ruolo per attendere la decisione delle Sezioni Unite su questioni analoghe.
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Ammissione al passivo con privilegio e validità del contratto
Un atleta professionista ha richiesto l'ammissione al passivo con privilegio del fallimento della società sportiva per 79.000 euro, somma portata da un assegno bancario quale ultima rata di un accordo di risoluzione anticipata del contratto di lavoro. Il giudice delegato ha riconosciuto il debito solo in via chirografaria, escludendo la prelazione lavorativa. Il Tribunale ha respinto l'opposizione, rilevando che l'assegno derivava da un accordo economico nullo poiché prevedeva compensi difformi da quelli formalmente depositati presso la federazione di categoria. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del lavoratore a causa della genericità delle censure e della mancata contestazione della nullità dell'intesa sottostante, condannandolo alle spese di giudizio.
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Opposizione allo stato passivo: prova libera per il dipendente
Un lavoratore ha avanzato domanda di ammissione al fallimento di una società per crediti retributivi, derivanti dal passaggio d'azienda e da un successivo contratto a progetto. Il Tribunale ha accolto solo in minima parte la pretesa, ritenendo non provato per iscritto il trasferimento aziendale e non riqualificabile il rapporto. Il lavoratore ha proposto ricorso in Cassazione. I giudici di legittimità hanno accolto l'opposizione allo stato passivo. La Suprema Corte ha chiarito che il dipendente non deve ridepositare gli atti già presenti nel fascicolo fallimentare. Inoltre, il lavoratore è terzo rispetto alla cessione aziendale, potendo dimostrare il passaggio con qualsiasi mezzo probatorio senza limiti di forma scritta. Infine, i giudici hanno censurato l'omessa valutazione sulla reale natura subordinata del rapporto.
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Ammissione al passivo del TFR: negata se versato all’INPS
Una lavoratrice ha richiesto l'ammissione al passivo del TFR maturato alle dipendenze di una società dichiarata fallita. Il giudice delegato ha riconosciuto solo la quota maturata fino al 2006, escludendo le somme successive regolarmente versate dal datore di lavoro al Fondo di Tesoreria dell'INPS. A seguito del rigetto dell'opposizione, la lavoratrice si è rivolta alla Corte di Cassazione. I Supremi Giudici hanno confermato la decisione dei giudici di merito: il regolare versamento delle somme al Fondo gestito dall'ente previdenziale estingue l'obbligazione della società datrice di lavoro. Di conseguenza, non sussiste alcun credito verso la procedura fallimentare e la richiesta di ammissione deve essere respinta.
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Prescrizione crediti di lavoro: la firma informale non basta
Un lavoratore richiede l'ammissione allo stato passivo fallimentare per oltre centomila euro di spettanze retributive pregresse. Il curatore eccepisce la prescrizione quinquennale del credito. Il creditore sostiene l'avvenuta interruzione della prescrizione tramite una lettera consegnata a mano alla rappresentante legale della società, sua moglie. I giudici di merito respingono l'istanza per mancanza di data certa della missiva e insufficienza degli indizi a sostegno dell'avvenuta notifica. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. Il creditore non dimostra validamente l'atto interruttivo con prova opponibile al curatore.
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Amministratore e lavoro subordinato: doppi compensi e limiti
Gli eredi di un ex dirigente e vertice societario hanno chiesto l'ammissione al passivo fallimentare per oltre 1,6 milioni di euro a titolo di stipendi, indennità e TFR. Il Tribunale ha riconosciuto l'intero importo con privilegio, ritenendo sufficiente la formale persistenza del contratto di lavoro. Il Fallimento ha fatto ricorso in Cassazione, contestando la coesistenza delle cariche. La Suprema Corte ha accolto il ricorso sul tema del rapporto tra amministratore e lavoro subordinato. La Corte ha chiarito che non basta l'esistenza formale del contratto dirigenziale: chi vanta crediti deve dimostrare mansioni distinte da quelle gestorie e un'effettiva soggezione al potere direttivo dell'organo collegiale. La decisione è stata cassata con rinvio al Tribunale.
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Affitto di azienda e quote TFR: chi paga i debiti pregressi
Una società affittuaria di ramo d'azienda ha corrisposto il trattamento di fine rapporto a diversi dipendenti per periodi lavorativi maturati prima della stipula dell'affitto. Successivamente, ha chiesto l'ammissione al passivo del fallimento della società concedente per ottenere il rimborso delle quote anticipate, invocando il privilegio di legge. La curatela fallimentare ha respinto la richiesta facendo leva su una clausola di una precedente transazione. Il tribunale ha invece accolto la domanda della società affittuaria. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente il verdetto, dichiarando inammissibile il ricorso del fallimento. I giudici hanno chiarito che, nel caso di affitto di azienda e quote TFR maturate prima della cessione, il datore affittante resta il debitore principale, mentre l'affittuario che paga in solido ha diritto di regresso e di insinuazione al passivo in via privilegiata.
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Insinuazione tardiva al passivo: i termini di decadenza
Un ex dipendente ha proposto una domanda di insinuazione tardiva al passivo fallimentare per ottenere l'indennità sostitutiva del preavviso, dopo aver già partecipato alla procedura con un'altra richiesta tempestiva. Il giudice ha respinto l'istanza perché presentata oltre il termine decadenziale di dodici mesi dal deposito dello stato passivo. Il lavoratore ha eccepito la mancata ricezione della formale comunicazione del curatore sulla chiusura dello stato passivo. La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità della richiesta, chiarendo che la conoscenza del fallimento esclude la causa non imputabile del ritardo. L'omesso avviso della curatela non sospende i rigorosi termini annuali di decadenza.
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Fondo di Garanzia INPS: stop alla decadenza per ritardi
Un lavoratore dipendente, dopo il fallimento della propria azienda, ha richiesto l'intervento del Fondo di Garanzia INPS per ottenere il pagamento delle ultime tre retribuzioni non percepite. L'istituto previdenziale ha respinto l'istanza e i successivi giudici di secondo grado hanno dichiarato decaduta la richiesta, ritenendo tardiva l'azione legale intrapresa in tribunale. La Corte di Cassazione ha invece ribaltato l'esito. I giudici hanno chiarito il calcolo dei termini massimi: il lavoratore dispone di un anno e trecento giorni dalla presentazione della domanda iniziale per agire in giudizio se la pubblica amministrazione non risponde o decide in ritardo. Il ricorso era dunque pienamente tempestivo e il dipendente ha diritto alla decisione sul merito del proprio credito retributivo.
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Fondo di Garanzia INPS: calcolo dei termini per fare ricorso
Una lavoratrice ottiene l'ammissione allo stato passivo del fallimento della propria azienda per le ultime tre mensilità retributive non corrisposte. La donna richiede il pagamento di queste somme al Fondo di Garanzia INPS tramite domanda amministrativa. L'istituto previdenziale ritarda la decisione sul ricorso interno e successivamente la Corte d'appello dichiara la decadenza della lavoratrice dall'azione giudiziaria. La Corte di Cassazione ribalta la pronuncia e accoglie il ricorso della dipendente. I giudici supremi chiariscono che l'azione giudiziale resta valida se proposta entro il termine complessivo di un anno e trecento giorni dalla presentazione della domanda amministrativa iniziale, rendendo irrilevanti i ritardi dell'ente previdenziale.
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Bancarotta preferenziale: il patteggiamento blocca il ricorso
Un professionista ha patteggiato la pena di nove mesi di reclusione per il reato di bancarotta preferenziale, avendo ricevuto pagamenti da una società poi fallita a favore di un'impresa a lui riconducibile. L'imputato ha fatto ricorso in Cassazione sostenendo che i pagamenti ricevuti riguardavano compensi professionali protetti da privilegio e che quindi non vi era stata violazione della parità tra i creditori. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in caso di patteggiamento, i limiti per contestare la qualificazione giuridica del fatto sono strettissimi. Non emergendo con immediata evidenza l'assenza del reato dagli atti, l'accordo sulla pena non può essere rimesso in discussione. Di conseguenza, la condanna è stata confermata.
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Domanda supertardiva: l’INPS perde il credito per TFR
L'Istituto Previdenziale ha proposto ricorso contro il Fallimento di una società per ottenere l'ammissione al passivo di un credito per anticipazioni del TFR. La richiesta è stata qualificata come domanda supertardiva poiché presentata oltre i dodici mesi dall'esecutività dello stato passivo. Il Tribunale ha dichiarato inammissibile la domanda: nonostante la mancata comunicazione ufficiale del fallimento da parte della curatela, è stato dimostrato che l'ente pubblico aveva comunque conoscenza effettiva del fallimento da altre fonti (conoscenza aliunde) molto prima del deposito della domanda. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando inammissibile il ricorso dell'ente previdenziale e condannandolo al pagamento delle spese processuali, poiché l'accertamento della conoscenza del fallimento spetta esclusivamente al giudice di merito.
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