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Art. 274 Codice di Procedura Penale — Anno 2023

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969 provvedimenti

Altri anni per Art. 274 Codice di Procedura Penale

Droga in ambulanza: confermata la custodia cautelare in carcere
Un uomo è stato sottoposto alla misura della custodia cautelare in carcere con l'accusa di aver trasportato e consegnato sostanze stupefacenti a un gruppo criminale di Messina. Per effettuare le consegne ed evitare i controlli delle forze dell'ordine, l'indagato utilizzava un'ambulanza, sfruttando anche il periodo di emergenza sanitaria. La difesa ha contestato la gravità degli indizi e ha richiesto una misura meno afflittiva, sostenendo la tesi della semplice presenza passiva. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la custodia cautelare in carcere. I giudici hanno chiarito che l'uso del mezzo di soccorso e di telefoni criptati dimostra una partecipazione attiva e un'elevata professionalità criminale, rendendo inadeguati gli arresti domiciliari e giustificando pienamente la misura carceraria per il concreto pericolo di recidiva.
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Attualità del pericolo di recidiva: libero l’agente licenziato
Un agente commerciale, accusato di corruzione per forniture mediche, viene sottoposto agli arresti domiciliari. Il Tribunale del Riesame conferma la misura ritenendo sussistente il rischio di reiterazione del reato. Tuttavia, la difesa dimostra che l'indagato è stato licenziato, privato di ogni potere societario e cancellato dall'albo degli agenti. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso, chiarendo che l'attualità del pericolo di recidiva non può fondarsi su semplici congetture o sulla sola qualifica professionale dell'indagato, specie se i rapporti lavorativi sono stati interrotti da anni. Di conseguenza, la Suprema Corte annulla senza rinvio l'ordinanza e dispone l'immediata liberazione dell'uomo.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: stop alle spese
L'Imputata, inizialmente sottoposta a custodia cautelare in carcere per il reato di scambio elettorale politico-mafioso, ha proposto ricorso per cassazione contro il provvedimento. Nel corso del procedimento, il giudice ha sostituito la misura del carcere con quella più lieve degli arresti domiciliari. A seguito di questo provvedimento favorevole, L'Imputata ha presentato formale rinuncia al ricorso per cassazione, non avendo più un interesse concreto a impugnare la precedente decisione. La Corte di Cassazione ha quindi dichiarato inammissibile il ricorso per sopravvenuta carenza di interesse, escludendo la condanna alle spese processuali.
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Gravi indizi di colpevolezza: tra affetto filiale e clan
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de Il Figlio contro l'ordinanza di custodia cautelare in carcere per associazione mafiosa ed estorsione. La difesa sosteneva l'estraneità del ricorrente, descrivendo il suo ruolo come occasionale e limitato a un favore personale verso Il Padre. La Suprema Corte ha ribadito che il controllo di legittimità non può tradursi in una nuova valutazione dei fatti, ma deve limitarsi alla coerenza logica della motivazione. Nel caso specifico, i giudici di merito hanno fornito una motivazione solida, basata su intercettazioni e dichiarazioni della vittima, che dimostrano la piena consapevolezza e la partecipazione attiva del ricorrente nella riscossione delle estorsioni per conto del clan. Di conseguenza, sussistono i gravi indizi di colpevolezza necessari per confermare la misura cautelare.
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Pericolo di reiterazione del reato: dimissioni non sufficienti
Un funzionario di una società pubblica, accusato di corruzione per aver favorito un'impresa privata in cambio di denaro, si dimette dall'incarico. Nonostante le dimissioni, il Tribunale conferma la misura cautelare dell'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso del funzionario, stabilendo che la cessazione del rapporto di lavoro non esclude il pericolo di reiterazione del reato. L'indagato, infatti, conserva una fitta rete di contatti collusivi e una profonda conoscenza del settore degli appalti pubblici, elementi che gli consentono di agire ancora come intermediario facilitatore per condotte illecite altrui.
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Pericolo di reiterazione del reato: nullo se il complice va via
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di un Sindaco accusato di abuso d'ufficio e falso ideologico per aver favorito la nomina di un revisore dei conti. Il Tribunale del Riesame aveva ripristinato la misura cautelare del divieto di dimora, nonostante le dimissioni del revisore e il pensionamento di un dipendente comunale complice avessero spezzato il legame criminoso. La Suprema Corte ha stabilito che il pericolo di reiterazione del reato deve essere concreto e attuale, fondato su elementi reali e non su semplici congetture, specie dopo il decorso di due anni dai fatti. L'ordinanza è stata annullata con rinvio per una nuova valutazione.
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Furto consumato in casa: basta il possesso anche senza fuga
Il Tribunale di Palermo confermava la misura cautelare degli arresti domiciliari per un soggetto accusato di furto in abitazione. La difesa sosteneva l'ipotesi di furto tentato poiché l'indagato era stato sorpreso dalle forze dell'ordine all'interno dell'appartamento con la refurtiva ancora nelle borse, senza averla portata fuori. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che si tratta di furto consumato quando l'agente consegue, anche per breve tempo, la piena e autonoma disponibilità dei beni, a nulla rilevando che non siano stati ancora portati fuori dall'abitazione. Confermate anche le esigenze cautelari per la pianificazione del colpo e la spregiudicatezza dimostrata.
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Misure cautelari personali: no alle valutazioni a campione
Il Tribunale del Riesame aveva confermato la custodia in carcere per un uomo accusato di spaccio, valutando le accuse in modo cumulativo e a campione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della difesa in materia di misure cautelari personali, stabilendo che il giudice deve esaminare in modo puntuale e specifico ogni singolo capo d'imputazione per verificare la gravità indiziaria. L'omissione di questa analisi dettagliata non è giustificabile, poiché il numero effettivo di reati contestati incide direttamente sulla valutazione del pericolo. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato l'ordinanza per diversi capi d'accusa e ha disposto il rinvio per un nuovo esame.
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Custodia cautelare in carcere: negati i domiciliari per frode
Il caso riguarda un indagato accusato di associazione a delinquere finalizzata a frodi fiscali nel settore petrolifero e autoriciclaggio. Il Tribunale del Riesame aveva negato la sostituzione della custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'indagato, confermando la legittimità della misura più restrittiva. I giudici hanno evidenziato un elevato pericolo di reiterazione del reato, desunto dal ruolo organizzativo del soggetto, dalla fitta rete di contatti e dall'uso di utenze telefoniche intestate a prestanome. La Corte ha stabilito che gli arresti domiciliari non sono sufficienti a contenere il rischio cautelare, data la spiccata propensione del soggetto a violare le regole del settore. Di conseguenza, il ricorrente resta in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Custodia cautelare in carcere per il cuoco estorsore
Un lavoratore dipendente, assunto come cuoco, ha preteso con gravi minacce e violenze la somma di cinquemila euro dal datore di lavoro e dai suoi familiari, simulando un'attività di mediazione mai avvenuta. Il Tribunale del Riesame ha disposto la custodia cautelare in carcere per estorsione, ritenendo inadeguati gli arresti domiciliari a causa della pericolosità del soggetto e dei suoi contatti criminali. La Corte di Cassazione ha confermato la misura, rigettando il ricorso del lavoratore. I giudici hanno chiarito che il divieto di concessione degli arresti domiciliari per chi ha una precedente condanna per evasione nei cinque anni precedenti si calcola a partire dalla data della condanna definitiva e non dal momento in cui è stato commesso il fatto.
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Custodia cautelare in carcere: la fuga folle ferma l’incensurato
Un uomo, dopo un furto in abitazione, ha speronato una pattuglia della polizia e causato un grave incidente stradale nel tentativo di fuggire a bordo di un'auto con targa falsa. Il Giudice per le indagini preliminari ha disposto la custodia cautelare in carcere per rapina impropria e resistenza a pubblico ufficiale. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimita della misura cautelare, dichiarando inammissibile il ricorso della difesa. I giudici hanno stabilito che la gravita delle modalita del fatto, la pericolosita del comportamento e l'assenza di una fissa dimora giustificano pienamente la custodia cautelare in carcere, in quanto sussistono concreti pericoli di fuga e di reiterazione del reato, non superabili con misure meno afflittive o semplici offerte risarcitorie.
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Estorsione e giustizia privata: la Cassazione punisce il fai-da-te
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Indagato contro la misura cautelare degli arresti domiciliari. L'Indagato era accusato del reato di estorsione per aver utilizzato minacce e violenze, avvalendosi anche di soggetti legati alla criminalità locale, per risolvere una controversia immobiliare con La Persona Offesa. La difesa chiedeva di riqualificare il fatto come esercizio arbitrario delle proprie ragioni e contestava l'attualità delle esigenze cautelari. La Suprema Corte ha confermato la decisione del Tribunale del Riesame, ribadendo che la gravità delle minacce e il coinvolgimento di terzi escludono la giustizia fai-da-te e configurano il più grave reato di estorsione. Di conseguenza, L'Indagato resta agli arresti domiciliari e deve pagare le spese processuali.
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Frode IVA e misura cautelare interdittiva: l’imprenditore perde
Il Tribunale del Riesame, accogliendo l'appello del Pubblico Ministero contro il rigetto del GIP, ha applicato a un imprenditore la misura cautelare interdittiva del divieto di esercitare attività d'impresa per dodici mesi. L'imprenditore era indagato per associazione a delinquere finalizzata a frodi IVA intracomunitarie nel settore informatico. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'indagato, confermando che il giudice dell'appello cautelare può legittimamente applicare una misura meno afflittiva rispetto a quella richiesta dal Pubblico Ministero (che aveva chiesto gli arresti domiciliari). Inoltre, la Suprema Corte ha ribadito che il pericolo di recidiva è attuale e concreto se l'attività illecita risulta sistematica e continuativa, anche dopo che l'indagato ha appreso dell'esistenza di indagini a suo carico.
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Contestazione a catena: nuove indagini escludono la scarcerazione
Il caso riguarda un indagato, ritenuto al vertice di un'associazione di stampo mafioso, destinatario di due ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse in tempi diversi. La difesa ha richiesto la retrodatazione della seconda misura alla data della prima, sostenendo l'operatività della cosiddetta contestazione a catena, che avrebbe comportato la scadenza dei termini massimi di custodia. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la decisione del Tribunale del Riesame. I giudici hanno stabilito che la contestazione a catena non si applica poiché gli elementi indiziari della seconda ordinanza, tra cui verbali di un collaboratore di giustizia del 2020 e un'informativa del 2019, non erano desumibili dagli atti al momento del rinvio a giudizio per il primo reato nel 2018. Di conseguenza, l'indagato rimane in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Resistenza a pubblico ufficiale: assolti i Carabinieri accusati
Il Procuratore della Repubblica ha impugnato l'annullamento della misura cautelare interdittiva nei confronti di due Carabinieri, accusati di falso, calunnia e arresto illegale di un cittadino straniero. Secondo l'accusa, i militari avrebbero falsificato il verbale per nascondere un'aggressione gratuita. Tuttavia, i video della body cam e i testimoni hanno dimostrato che il cittadino era in stato di forte alterazione, violento e autolesionista. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che la condotta del soggetto integrava il reato di resistenza a pubblico ufficiale. La resistenza a pubblico ufficiale non richiede infatti violenza diretta sulla persona del militare, essendo sufficiente un comportamento oppositivo o autolesionistico volto a ostacolare l'atto d'ufficio. I Carabinieri sono stati quindi scagionati dalle accuse cautelari.
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Custodia cautelare in carcere: confermata per la banda dei furti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di cinque indagati contro l'ordinanza che disponeva la custodia cautelare in carcere per furti in abitazione e ricettazione. I ricorrenti contestavano la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza e chiedevano la sostituzione della misura con gli arresti domiciliari dotati di braccialetto elettronico. La Suprema Corte ha ribadito che il giudizio di legittimità non può rivalutare le prove di fatto, ma deve solo verificare la coerenza logica della decisione precedente. Nel caso specifico, i dati GPS delle auto e la spiccata attitudine criminale del gruppo giustificano ampiamente la misura carceraria per l'elevato rischio di reiterazione del reato.
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Custodia cautelare in carcere: il pacco postale toglie la libertà
Un pacco contenente oltre un chilo e mezzo di metanfetamina, spedito da New York, viene intercettato e consegnato a una donna. All'interno dell'abitazione comune, condivisa con L'Indagato, le forze dell'ordine scoprono un vero e proprio laboratorio di confezionamento con altra droga e bilancini. L'Indagato tenta di bloccare l'ingresso alla polizia. Il Tribunale applica la custodia cautelare in carcere. L'Indagato fa ricorso sostenendo di non sapere nulla del pacco e che il suo era solo timore. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso, confermando la custodia cautelare in carcere: la presenza di un laboratorio di droga in casa e il tentativo di impedire l'accesso alla polizia costituiscono gravi indizi di colpevolezza che giustificano la massima misura restrittiva.
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Pistola clandestina e spaccio: sì alle esigenze cautelari
Il Tribunale del Riesame aveva annullato la custodia in carcere per un indagato accusato di gestire una piazza di spaccio per conto di un clan mafioso. Il giudice riteneva che, essendo passati anni dai fatti, mancassero le attuali esigenze cautelari, nonostante l'indagato fosse stato trovato in possesso di una pistola clandestina durante la perquisizione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della Procura, stabilendo che il ritrovamento di un'arma illegittima, anche se aspecifica rispetto al traffico di droga, dimostra un perdurante inserimento in contesti criminali. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato l'ordinanza di scarcerazione, rinviando al Tribunale per una nuova valutazione sulla sussistenza delle esigenze cautelari.
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Rivolta contro buona condotta: pericolo di reiterazione del reato
Durante la pandemia da Covid-19, scoppiava una violenta rivolta nel carcere di Foggia. Il Detenuto partecipava attivamente devastando i locali. Il Tribunale del Riesame applicava la custodia in carcere, ravvisando il pericolo di reiterazione del reato. Il Detenuto ricorreva in Cassazione, sostenendo che l'eccezionalità del contesto pandemico escludesse tale rischio e valorizzando la sua successiva buona condotta. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il pericolo di reiterazione del reato non richiede la ripetizione dello stesso identico fatto, ma si riferisce a reati della stessa specie, caratterizzati da violenza indiscriminata. La buona condotta successiva non cancella la gravità dei precedenti e dei rilievi disciplinari accumulati.
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Delitto del fratello: custodia cautelare in carcere confermata
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo indagato per l'omicidio pluriaggravato e la decapitazione del fratello, oltre che per l'occultamento del cadavere. Il corpo della vittima era stato rinvenuto in un dirupo vicino a un casolare. Le indagini hanno rivelato forti dissidi familiari legati all'eredità di un podere, vissuti dall'indagato come un'ossessione. A suo carico sono emersi gravi indizi, tra cui tracce di sangue su guanti e scarpe, il possesso di una fototrappola della vittima e il tentativo di nascondere armi e modificare la propria auto. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso della difesa, ritenendo pienamente giustificata la misura carceraria per il concreto pericolo di inquinamento delle prove e di reiterazione di reati della stessa specie, escludendo l'adeguatezza di misure meno afflittive.
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