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Art. 273 Codice di Procedura Penale — Anno 2023

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813 provvedimenti

Altri anni per Art. 273 Codice di Procedura Penale

Carcere e spaccio: il tempo non cancella le esigenze cautelari
Un indagato, accusato di far parte di un gruppo di fornitori di droga per un'associazione criminale, ha impugnato l'ordinanza di custodia cautelare in carcere. La difesa sosteneva che il decorso del tempo e un percorso di affidamento in prova per un altro reato avessero affievolito le esigenze cautelari. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la valutazione sulla concretezza e sull'attualità del pericolo di recidiva spetta esclusivamente al giudice di merito. Poiché l'ordinanza del Tribunale del Riesame era ampiamente e logicamente motivata, evidenziando l'ingente traffico di stupefacenti e il ruolo di spicco dell'indagato, la decisione non può essere contestata in sede di legittimità. Il ricorrente resta quindi in carcere e dovrà pagare le spese processuali.
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Riparazione per ingiusta detenzione: negata anche all’assolto
Un uomo, assolto con formula piena dall'accusa di tentata estorsione dopo aver subito oltre due anni di custodia cautelare in carcere, ha richiesto la riparazione per ingiusta detenzione. La Corte d'appello ha rigettato la domanda, ravvisando una colpa grave nella condotta del richiedente. Nello specifico, l'uomo aveva effettuato una telefonata alla presunta vittima urlando con tono minaccioso, salvo poi cambiare atteggiamento una volta accortosi del viva voce. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il comportamento del richiedente ha creato una falsa apparenza di colpevolezza, giustificando l'applicazione della misura cautelare. Di conseguenza, l'assolto perde il diritto all'indennizzo e viene condannato al pagamento delle spese processuali.
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Valore probatorio delle intercettazioni: arresti confermati
La Corte di Cassazione ha confermato la misura cautelare degli arresti domiciliari per un indagato accusato di spaccio di cocaina. La difesa contestava la gravità degli indizi, basati principalmente su conversazioni intercettate in cui l'acquirente faceva il nome del venditore e su una successiva telefonata in viva voce ascoltata dagli inquirenti. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che le dichiarazioni registrate durante le intercettazioni hanno pieno valore probatorio delle intercettazioni e non necessitano dei riscontri esterni previsti per le dichiarazioni dei coimputati. Inoltre, l'interpretazione dei dialoghi spetta al giudice di merito. Confermato anche il pericolo di reiterazione del reato.
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Custodia cautelare in carcere: l’officina che incastra il clan
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame che confermava la custodia cautelare in carcere per associazione di tipo mafioso. La difesa lamentava la mancanza di un'autonoma valutazione del giudice e l'assenza di gravi indizi. La Suprema Corte ha chiarito che il vizio di mancata autonoma valutazione riguarda solo l'ordinanza genetica e non quella del Riesame, la quale integra e completa la prima. Inoltre, i giudici hanno confermato la gravità indiziaria basandosi sul ruolo attivo dell'indagato, la cui officina fungeva da base logistica per estorsioni e traffico di droga, escludendo anche il decorso di un tempo eccessivo dai fatti.
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Concorrenza illecita con minaccia o violenza: l’arresto è nullo
La Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio l'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa nei confronti di un imprenditore accusato di estorsione e concorrenza illecita con minaccia o violenza, aggravati dal metodo mafioso. I giudici di legittimità hanno rilevato che il tribunale del riesame ha applicato la misura cautelare basandosi su una motivazione apparente e su un'errata interpretazione delle intercettazioni telefoniche. In particolare, non è emerso alcun comportamento violento o minaccioso volto a ostacolare l'attività del lido balneare concorrente. Al contrario, le conversazioni dimostravano la volontà dell'indagato di favorire il concorrente nei momenti di massima affluenza. Di conseguenza, la Suprema Corte ha disposto l'immediata liberazione dell'imprenditore, escludendo la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza necessari per il mantenimento della custodia in carcere.
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Gravità indiziaria assente: la Cassazione annulla il carcere
Il Tribunale di Catanzaro aveva confermato la custodia in carcere per Il Cittadino, accusato di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso ai danni di un'impresa edile. Secondo l'accusa, l'indagato avrebbe proposto alla vittima di utilizzare i macchinari di un soggetto vicino alla criminalità organizzata. La Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio il provvedimento, ordinando l'immediata liberazione dell'indagato. I giudici di legittimità hanno rilevato l'assenza di una sufficiente gravità indiziaria. La semplice proposta di noleggio di mezzi d'opera non dimostra, in mancanza di elementi critici e precisi, un collegamento diretto con le minacce estorsive o con la richiesta di denaro avanzata da altri soggetti.
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Cade l’associazione finalizzata al traffico di stupefacenti
Un uomo, accusato di essere il fornitore stabile di una rete di spaccio, è stato sottoposto alla custodia cautelare in carcere. Il Tribunale del Riesame ha confermato la misura sia per le singole cessioni di droga sia per il reato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. La Corte di Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso della difesa. I giudici hanno stabilito che i semplici rapporti commerciali con i vertici del gruppo non bastano a dimostrare l'effettiva appartenenza alla struttura criminale. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato l'ordinanza limitatamente all'accusa di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e alle esigenze cautelari, ordinando un nuovo esame del caso.
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Associazione per delinquere: ricorso inutile, resta il carcere
Un indagato ha impugnato l'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa per i reati di furto in abitazione e associazione per delinquere. La difesa sosteneva l'assenza di un'organizzazione stabile e contestava la valutazione degli indizi di colpevolezza. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la Cassazione non può rivalutare i fatti storici o gli indizi, compito esclusivo dei giudici di merito. Inoltre, per la configurabilità del reato di associazione per delinquere non è necessaria l'esecuzione dei furti con le stesse modalità, ma basta la predisposizione di un programma criminoso comune volto a commettere una serie indeterminata di reati. L'indagato resta quindi in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Associazione per delinquere: carcere anche per furti diversi
Il Tribunale del Riesame confermava la custodia cautelare in carcere per l'Indagato, accusato di furto in abitazione e associazione per delinquere. L'Indagato proponeva ricorso in Cassazione, sostenendo la mancanza di prove sulla stabilita del gruppo criminale e contestando le modalita esecutive dei furti. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la Cassazione non puo rivalutare i fatti gia esaminati nei gradi precedenti. Inoltre, per configurare il reato di associazione per delinquere non occorre che i singoli reati-fine siano commessi con le stesse modalita, essendo sufficiente la predisposizione di un programma criminoso comune. L'Indagato e stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Associazione di tipo mafioso: intercettazioni come prove dirette
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza di custodia cautelare in carcere per il reato di associazione di tipo mafioso. L'indagato era accusato di ricoprire un ruolo di vertice nella famiglia mafiosa locale. La difesa contestava la mancanza di motivazione e l'utilizzabilità delle intercettazioni tra coindagati. I giudici hanno chiarito che i dialoghi tra membri del sodalizio su questioni interne sono utilizzabili direttamente come prova e non come dichiarazioni indirette. La Cassazione ha confermato la solidità del quadro indiziario, condannando il ricorrente al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Concorso di persone nel reato: basta la presenza per il carcere
Il Tribunale di Roma confermava la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di porto illegale di arma in concorso con altre cinque persone. Il gruppo era entrato in un bar per una spedizione punitiva, intimorendo i presenti con una pistola poi usata per sparare in strada. L'indagato contestava la misura, sostenendo di non sapere che il complice avesse una vera pistola. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la misura carceraria. I giudici hanno chiarito che per il concorso di persone nel reato non serve un accordo preventivo: la semplice presenza fisica attiva nel gruppo, idonea a rafforzare l'intento criminoso altrui e ad aumentare la forza intimidatoria, basta a fondare la responsabilità penale.
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Connivenza non punibile e concorso: la linea sottile
La Corte di Cassazione ha confermato la misura cautelare degli arresti domiciliari per una donna, respingendo la tesi difensiva basata sulla connivenza non punibile. Durante una perquisizione nell'abitazione del compagno, la donna ha tentato di ostacolare l'ingresso delle forze dell'ordine e di distrarle per nascondere droga, bilancini e denaro. Inoltre, all'interno del suo cassetto della biancheria intima e stata rinvenuta una pistola clandestina. I giudici hanno stabilito che tali azioni non costituiscono una semplice presenza passiva, bensi un concorso attivo nei reati di detenzione di stupefacenti e armi. Il ricorso della difesa e stato dichiarato inammissibile, confermando la responsabilita concorsuale della donna.
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Riparazione per ingiusta detenzione: vince l’assoluzione piena
Una donna, dopo aver subito trentaquattro giorni di arresti domiciliari con l'accusa di concorso in spaccio di droga, viene assolta con formula piena per non aver commesso il fatto. Successivamente, la Corte d'Appello le riconosce il diritto alla riparazione per ingiusta detenzione. Il Procuratore Generale impugna la decisione, sostenendo che la donna avesse causato la propria detenzione con colpa grave, non potendo ignorare la droga in casa e avendo ostacolato la perquisizione. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso del Procuratore. I giudici stabiliscono che la consapevolezza della donna era una mera congettura e che le accuse di ostruzionismo non erano provate da atti allegati. Di conseguenza, viene confermato il diritto all'indennizzo per la donna ingiustamente detenuta.
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Droga nel bar: senza gravi indizi di colpevolezza salta l’obbligo
La Procura impugnava l'annullamento della misura cautelare dell'obbligo di firma per due gestori di un bar, indagati per spaccio di droga. Durante una perquisizione, le forze dell'ordine avevano rinvenuto cocaina e strumenti di confezionamento nel locale e nel cortile. Il Tribunale del Riesame aveva escluso i gravi indizi di colpevolezza, ipotizzando che la droga potesse appartenere ai clienti o a terzi estranei. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Pubblico Ministero. I giudici di legittimità hanno chiarito che non spetta alla Cassazione rivalutare i fatti o proporre letture alternative delle prove, ma solo verificare la logicità della motivazione. Poiché la decisione del Riesame non era manifestamente illogica, l'annullamento della misura cautelare è stato confermato, segnando la vittoria dei due indagati.
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Custodia cautelare in carcere: no ai domiciliari nel bunker
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo contro l'ordinanza che disponeva la custodia cautelare in carcere. Le forze dell'ordine avevano scoperto sul terreno del proprietario un sofisticato laboratorio sotterraneo, accessibile tramite una botola e videosorvegliato, adibito alla coltivazione e al confezionamento di marijuana. Sono stati sequestrati quasi trenta chili di droga, bilance, libri contabili e diverse armi clandestine con matricola abrasa. La difesa chiedeva la sostituzione della misura con gli arresti domiciliari. La Suprema Corte ha confermato la custodia cautelare in carcere, ritenendo la detenzione domiciliare del tutto inidonea a prevenire il rischio di recidiva, poiché l'attività illecita professionale veniva svolta proprio all'interno della proprietà dell'indagato.
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Riparazione per ingiusta detenzione: s%% al lavoratore assolto
Un infermiere carcerario, accusato di associazione mafiosa e successivamente assolto con formula piena, ha richiesto la riparazione per ingiusta detenzione per il periodo trascorso in custodia cautelare. La Corte d'Appello aveva rigettato la domanda, ritenendo che i contatti di lavoro dell'uomo con i detenuti costituissero una colpa grave ostativa all'indennizzo. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'interessato, chiarendo che il giudice della riparazione non può basare il diniego su elementi indiziari già smentiti o giudicati irrilevanti nel processo penale di merito. Inoltre, i contatti professionali inevitabili legati al ruolo di infermiere in carcere non possono configurare una colpa grave. La sentenza impugnata è stata quindi annullata con rinvio per una nuova valutazione.
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Gravi indizi di colpevolezza: quando un sospetto non basta
La Corte di Cassazione ha annullato l'ordinanza di custodia in carcere emessa nei confronti di un soggetto accusato di traffico internazionale di stupefacenti. Il Tribunale del Riesame aveva confermato la misura basandosi su incontri sospetti, l'uso di un linguaggio criptico e una frase di presentazione generica ("lui è con noi") pronunciata da un coindagato. La Suprema Corte ha stabilito che tali elementi, pur indicando frequentazioni ambigue, non integrano i gravi indizi di colpevolezza richiesti dall'articolo 273 del codice di procedura penale per l'applicazione della custodia cautelare. Le chat criptate acquisite, inoltre, si riferivano a una diversa importazione non contestata nel processo. Di conseguenza, la Cassazione ha accolto il ricorso dell'indagato, disponendo il rinvio al Tribunale per una nuova valutazione del quadro indiziario.
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Riparazione per ingiusta detenzione anche se il reato è prescritto
Il Ricorrente ha subito una custodia cautelare in carcere per oltre quattro anni con l'accusa di associazione mafiosa e altri reati. Successivamente, è stato assolto dall'accusa principale per non aver commesso il fatto, mentre gli altri reati minori sono stati dichiarati estinti per prescrizione. La Corte d'Appello ha rigettato la sua domanda di riparazione per ingiusta detenzione, ritenendo che la prescrizione escludesse il diritto all'indennizzo. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del cittadino. I giudici di legittimità hanno stabilito che la prescrizione non cancella automaticamente il diritto all'indennizzo se viene accertata l'ingiustizia formale della custodia cautelare, ad esempio perché i reati erano già prossimi a prescriversi al momento dell'arresto o perché la carcerazione ha superato i limiti di pena. La causa è stata rinviata per un nuovo esame.
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Finto corriere e furto aggravato: quando l’inganno non è truffa
Due soggetti si presentano presso il magazzino di un'azienda di moda con un furgone dalla targa contraffatta, fingendosi corrieri autorizzati al ritiro della merce. Approfittando della momentanea assenza dei dipendenti, i finti corrieri caricano rapidamente trentacinque colli di valore e fuggono. La difesa sostiene che il fatto costituisca truffa e non furto, poiché vi sarebbe stata una consegna volontaria. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso, confermando la custodia in carcere. I giudici stabiliscono che si tratta di furto aggravato con mezzo fraudolento e destrezza: lo spossessamento è avvenuto senza il consenso del proprietario, poiché i complici hanno sottratto i beni di propria iniziativa sfruttando l'assenza del personale, e non a seguito di una consegna volontaria indotta in errore.
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Contestazioni a catena: arresto passato, ma il carcere resta
Il Tribunale del Riesame confermava la custodia in carcere per Il Partecipante, accusato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e spaccio. La difesa ricorreva in Cassazione lamentando la mancata applicazione delle contestazioni a catena e della retrodatazione dei termini di custodia, sostenendo che i fatti fossero desumibili da un precedente arresto del 2019. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che la retrodatazione non opera se i procedimenti pendono davanti ad autorità diverse per fatti non sovrapponibili e se il reato associativo è emerso solo successivamente grazie a nuovi elementi investigativi. Di conseguenza, la misura cautelare resta valida e Il Partecipante deve pagare le spese processuali.
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