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Art. 2729 Codice Civile — Anno 2026

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816 provvedimenti

Altri anni per Art. 2729 Codice Civile

Azione revocatoria: la finta separazione non salva i beni
Un ex amministratore di un istituto di credito in dissesto e sua moglie concordano una separazione consensuale, trasferendo l'intero patrimonio immobiliare di lui alla donna e istituendo un vincolo di destinazione per i figli. Le banche creditrici promuovono un'azione revocatoria per rendere inefficaci questi trasferimenti. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso dei coniugi, confermando l'inefficacia degli atti. I giudici rilevano la dolosa preordinazione del marito e la complicità della moglie, desunte da indizi precisi: il ruolo di lui nella banca, il clamore mediatico del commissariamento e la tempistica sospetta della separazione, avviata solo un mese dopo il crollo dell'istituto. L'accordo separativo non scherma la frode ai creditori.
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Indagini bancarie e onere della prova: vince il Fisco
Il Contribuente, legale rappresentante di una società cooperativa, ha impugnato gli avvisi di accertamento emessi dall'Agenzia delle Entrate a seguito di verifiche fiscali e indagini penali per appropriazione indebita. L'ufficio ha ricostruito un maggior reddito imponibile basandosi sulle movimentazioni dei conti correnti societari e personali. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Contribuente, confermando la legittimità dell'accertamento. I giudici hanno chiarito che in tema di indagini bancarie e onere della prova opera una presunzione legale relativa a favore del Fisco. Spetta quindi al contribuente fornire una prova analitica e specifica per smentire che i prelevamenti e i versamenti siano imponibili. Il patteggiamento in sede penale per appropriazione indebita ha confermato la disponibilità di fatto delle somme da parte del Contribuente, legittimando la tassazione come provento illecito.
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Fattura senza quietanza: non prova il pagamento, parola della Cassazione
Un Cliente ha chiesto la risoluzione di un contratto per la fornitura di un impianto fotovoltaico, sostenendo l'inadempimento del Fornitore e chiedendo la restituzione di 130.000 euro più danni. Il Fornitore ha contestato il mancato pagamento completo. I giudici di merito hanno ritenuto l'inadempimento del Cliente più grave, avendo pagato solo 35.000 euro. La Corte d'Appello ha escluso l'efficacia probatoria della fattura non quietanzata per dimostrare il pagamento. La Cassazione ha confermato questa decisione, ribadendo che la sola emissione di una fattura non prova l'avvenuto versamento senza una quietanza o altri riscontri. Il ricorso del Cliente è stato rigettato, consolidando il principio sull'efficacia probatoria della fattura.
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Azione Revocatoria: Vincolo Familiare Rende Inefficaci Donazioni
Una banca ha intrapreso un'azione revocatoria ordinaria contro un debitore che aveva venduto un immobile al fratello, poi lo aveva donato alla moglie e costituito un fondo patrimoniale. Inizialmente, il Tribunale aveva accolto la revocatoria solo per la vendita. La Corte d'Appello, invece, ha esteso l'inefficacia anche alla donazione e al fondo patrimoniale, ritenendo che la natura gratuita degli atti e gli stretti vincoli familiari fossero sufficienti a dimostrare la consapevolezza del pregiudizio per i creditori (scientia damni). La Cassazione ha confermato questa decisione, ribadendo l'importanza del vincolo familiare come elemento presuntivo qualificato nell'azione revocatoria, specialmente per atti a titolo gratuito, quando accompagnato da altri indizi che rendono altamente probabile la conoscenza del danno.
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Fondo Patrimoniale vs. Creditori: l’Azione Revocatoria Prevale
La Corte di Cassazione ha confermato l'inefficacia di un fondo patrimoniale costituito da una coppia che era fideiussore di una società indebitata. Il creditore, subentrato alla banca, aveva avviato un'azione revocatoria fondo patrimoniale, sostenendo che l'atto fosse stato posto in essere per sottrarre beni alla garanzia. La Suprema Corte ha ritenuto che i coniugi fossero consapevoli del danno arrecato ai creditori (scientia damni), respingendo le loro difese sulla prescrizione e sull'interesse familiare. La decisione ribadisce la prevalenza della tutela del credito in presenza di atti dispositivi fraudolenti.
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Azione revocatoria: quando la cessione post-separazione non è gratuita
Un creditore ha tentato di esercitare un'azione revocatoria contro un debitore che aveva trasferito immobili alla sua ex coniuge e ai suoi genitori. Il creditore sosteneva che questi atti fossero simulati o a titolo gratuito, volti a sottrarre beni al recupero del credito. La Corte d'Appello ha respinto l'azione revocatoria, ritenendo che il trasferimento all'ex coniuge non fosse gratuito, ma parte di un accordo compensativo legato alla separazione e al mantenimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del creditore, confermando la decisione di merito. Questo sottolinea l'importanza di dimostrare la gratuità dell'atto per l'azione revocatoria.
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Vendita Immobile: Azione Revocatoria Confermato, Eccezione Tardiva
Un Condominio e diversi Condomini hanno avviato un'azione revocatoria contro la vendita di un appartamento e un box da parte di una società a un'acquirente, coniuge dell'amministratore. L'obiettivo era rendere inefficace la vendita, sostenendo che fosse finalizzata a sottrarre i beni ai creditori per vizi costruttivi e spese condominiali. Il Tribunale aveva rigettato la domanda, ma la Corte d'Appello l'aveva accolta. La Cassazione ha rigettato il ricorso dell'acquirente, confermando che l'eccezione di adempimento di un debito scaduto è un'eccezione in senso stretto, soggetta a termini di decadenza. L'acquirente l'aveva proposta troppo tardi. La Corte ha quindi mantenuto l'inefficacia della vendita.
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Conferimento in società: no all’azione revocatoria senza prove
Un debitore, garante di un ingente debito, costituisce una società con la moglie e vi trasferisce un immobile di valore. La banca creditrice agisce in giudizio per invalidare l'operazione tramite un'azione revocatoria del conferimento societario. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso del debitore, stabilendo un principio fondamentale: la consapevolezza di danneggiare il creditore non può essere presunta solo sulla base del rapporto di parentela tra i soci. Il creditore ha l'onere di provare, tramite indizi concreti, l'intento fraudolento del debitore. La precedente decisione viene annullata e il caso dovrà essere riesaminato.
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Utilizzabilità Lista Falciani: prova valida ma il Fisco perde
La Corte di Cassazione ha affrontato un caso di accertamento fiscale basato su dati provenienti dalla nota lista di correntisti svizzeri. La sentenza conferma il principio della piena utilizzabilità Lista Falciani come valido indizio, anche da solo, per contestare l'omessa dichiarazione di capitali all'estero. Tuttavia, i giudici hanno annullato la decisione precedente per un vizio procedurale: l'omessa pronuncia. Il giudice di merito, infatti, non aveva risposto alla specifica obiezione del contribuente, secondo cui un documento del febbraio 2007 non poteva provare la detenzione dei fondi anche per gli anni 2008 e 2009. La Corte ha quindi rinviato il caso per un nuovo esame su questo punto specifico, dando parzialmente ragione al contribuente.
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Accertamento su conto cointestato: chi prova l’origine dei soldi?
La Corte di Cassazione affronta un caso di accertamento su conto cointestato. L'Agenzia delle Entrate aveva contestato a un contribuente versamenti non giustificati per 28.000 euro su un conto condiviso con il coniuge. I giudici di merito avevano dato ragione al cittadino, invertendo l'onere della prova. La Cassazione ha ribaltato la decisione, stabilendo un principio chiaro: la presunzione legale che i versamenti non giustificati siano reddito imponibile non viene meno con un conto cointestato. Spetta sempre al contribuente sottoposto a verifica, e non al Fisco, dimostrare la provenienza non tassabile delle somme, anche se l'altro cointestatario svolge un'attività economica. Vince quindi l'Agenzia delle Entrate.
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Onere della prova accertamento bancario: il Fisco vince
Un imprenditore, evasore totale, subisce un accertamento fiscale basato su ingenti movimentazioni bancarie non giustificate. La Corte di Cassazione interviene per chiarire un punto fondamentale: l'onere della prova nell'accertamento bancario. La legge stabilisce una presunzione: i versamenti su un conto aziendale sono ricavi, a meno che non sia il contribuente a dimostrare il contrario. Poiché l'imprenditore non ha fornito giustificazioni specifiche per milioni di euro movimentati, la Corte ha dato ragione all'Agenzia delle Entrate. La precedente decisione favorevole all'imprenditore è stata annullata e il caso dovrà essere riesaminato.
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Conto non giustificato? Per il Fisco è reddito: la presunzione legale
Un imprenditore, evasore totale, subisce un controllo fiscale. L'Agenzia delle Entrate analizza i suoi conti correnti e rileva ingenti versamenti e prelievi non giustificati. Applicando la presunzione legale per gli accertamenti bancari, l'Ufficio considera queste somme come ricavi non dichiarati. Il contribuente non riesce a fornire prove contrarie. La Corte di Cassazione dà ragione all'Agenzia delle Entrate, ribadendo un principio fondamentale: spetta sempre al contribuente dimostrare l'estraneità di ogni singola movimentazione bancaria alla propria attività d'impresa. La semplice giustificazione generica non è sufficiente per superare la presunzione del Fisco.
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Fatture per operazioni inesistenti: la parola del fornitore basta
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di un'azienda che aveva dedotto costi basati su fatture gonfiate. La prova principale dell'Agenzia delle Entrate era la dichiarazione dello stesso fornitore, che ammetteva di aver raddoppiato gli importi. La Corte ha stabilito che le dichiarazioni di terzi, pur non essendo prove dirette, sono validi indizi nel processo tributario. Questi indizi sono sufficienti a creare una presunzione contro il contribuente, spostando su di lui l'onere di dimostrare la veridicità dei costi. L'utilizzo di **fatture per operazioni inesistenti** è stato quindi sanzionato, dando ragione al Fisco.
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Onere della prova accertamento bancario: il Fisco vince in Cassazione
Un imprenditore, evasore totale, subisce un accertamento fiscale basato sulle movimentazioni bancarie. L'Agenzia delle Entrate contesta ingenti versamenti e prelievi non giustificati, considerandoli ricavi e costi in nero. La Corte di Cassazione ha stabilito un principio fondamentale sull'onere della prova nell'accertamento bancario: spetta esclusivamente al contribuente fornire prove specifiche e dettagliate per dimostrare la natura non imponibile di ogni singola operazione. Una giustificazione generica o 'plausibile' non è sufficiente. Di conseguenza, la Corte ha dato ragione all'Agenzia delle Entrate, confermando che in assenza di prove contrarie fornite dal cittadino, la presunzione di evasione è pienamente valida.
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Accertamento Bancario: Assolto in Penale, ma il Fisco vince
Un imprenditore, evasore totale e senza contabilità, subisce un accertamento fiscale basato sulle movimentazioni del suo conto corrente. La Corte di Cassazione chiarisce un punto fondamentale: in caso di accertamento bancario, opera una presunzione legale. Spetta quindi al contribuente, e non all'Agenzia delle Entrate, dimostrare che i versamenti e i prelievi non giustificati non corrispondono a ricavi in nero. Poiché l'imprenditore non ha fornito prove sufficienti, la Corte ha dato ragione al Fisco, annullando la precedente decisione favorevole al contribuente. La sentenza ribadisce la forza della presunzione legale accertamento bancario e il conseguente onere della prova a carico del cittadino.
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Vendita al figlio: non basta la parentela per il Consilium fraudis
Un uomo vende alcuni immobili al figlio. Anni prima, aveva prestato una garanzia (fideiussione) a una società, poi revocata. Una banca, creditrice in forza di quella garanzia, agisce per revocare la vendita, sostenendo che fosse fraudolenta. I giudici di merito le danno ragione, basandosi solo sul legame di parentela per provare il 'Consilium fraudis' (l'intento fraudolento). La Cassazione ribalta la decisione: il rapporto padre-figlio è un indizio, ma non basta. Il giudice deve valutare anche le prove fornite dal padre, che sosteneva di ignorare in buona fede l'esistenza del debito dopo anni dalla revoca della garanzia. La causa torna in Appello per un nuovo esame.
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Azione Revocatoria: Cessione d’Azienda Inefficace per Debiti
Un'impresa creditrice ha ottenuto la dichiarazione di inefficacia, tramite azione revocatoria, della cessione di un ramo d'azienda effettuata dalla sua debitrice. Quest'ultima sosteneva che la vendita non danneggiava il creditore, poiché il suo patrimonio residuo era capiente. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo un principio fondamentale: per l'azione revocatoria non è necessaria l'insolvenza totale del debitore. È sufficiente che l'atto di vendita renda il recupero del credito più incerto o difficile. Inoltre, spetta al debitore, e non al creditore, l'onere di dimostrare che i beni rimasti sono sufficienti a coprire il debito. Non avendo fornito tale prova, la cessione è stata considerata pregiudizievole e quindi inefficace nei confronti della società creditrice.
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Azione revocatoria atto gratuito: donazione tra fratelli revocata
Una società creditrice ottiene la revoca di un atto di cessione immobiliare tra un fratello debitore e sua sorella. I fratelli sostenevano che l'atto non fosse una donazione, ma una ricompensa per l'assistenza fornita dalla sorella, quindi un atto oneroso. La Cassazione ha respinto questa tesi, confermando la natura di donazione. La sentenza ribadisce un principio chiave sull'azione revocatoria atto gratuito: al creditore basta dimostrare che il debitore fosse consapevole di pregiudicare le sue ragioni. Non essendo stata provata l'esistenza di un reale corrispettivo per la cessione, l'atto è stato considerato un modo per sottrarre il bene alla garanzia del creditore e quindi revocato.
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Operazioni Inesistenti: Fisco Sconfitto, l’Azienda Vince
La Corte di Cassazione ha annullato un avviso di accertamento con cui l'Agenzia delle Entrate contestava a un'azienda delle 'operazioni oggettivamente inesistenti'. L'Agenzia basava le sue accuse su una serie di indizi, ritenuti però deboli e non sufficienti. L'azienda, al contrario, ha fornito prove documentali solide che dimostravano la realtà dei servizi ricevuti e pagati. La sentenza stabilisce un principio fondamentale: le presunzioni del Fisco, per essere valide, devono essere 'gravi, precise e concordanti'. Non possono prevalere quando il contribuente presenta prove concrete che le smentiscono. La vittoria è andata quindi all'azienda, che ha visto le sue ragioni pienamente riconosciute.
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Scientia damni: parente non basta a provare la frode ai creditori
Un debitore trasferisce la sua azienda in una società e poi cede le quote al cognato. La banca creditrice agisce in revocatoria, sostenendo che l'operazione mirava a sottrarre beni alla sua garanzia. I giudici di merito le danno ragione, ritenendo provata la consapevolezza del danno (scientia damni) del cognato acquirente sulla base di indizi come il rapporto di parentela. La Corte di Cassazione annulla la decisione, stabilendo che la prova della scientia damni non può basarsi su presunzioni generiche. Il solo legame di parentela, senza altri elementi gravi, precisi e concordanti, non è sufficiente a dimostrare la consapevolezza di danneggiare il creditore. La causa torna in Appello per una nuova valutazione.
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