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Art. 2729 Codice Civile — Anno 2022

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708 provvedimenti

Altri anni per Art. 2729 Codice Civile

Accertamento sintetico: vendere casa non basta a battere il fisco
L'Agenzia delle Entrate ha notificato a un contribuente un avviso di accertamento sintetico, contestando un reddito maggiore basato sulle spese per il mantenimento di immobili e veicoli. Il contribuente si è difeso sostenendo di aver ottenuto, due anni prima, una cospicua somma dalla vendita di una casa. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del fisco, stabilendo che per superare la presunzione dell'accertamento sintetico non basta dimostrare la disponibilità teorica di una somma passata. Il contribuente deve fornire una prova documentale precisa, come gli estratti conto bancari, che attesti la durata del possesso di tale denaro e la sua effettiva disponibilità al momento delle spese contestate. La sentenza di appello favorevole al cittadino è stata quindi annullata con rinvio.
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Azione revocatoria ordinaria: l’acquisto scontato perde l’immobile
Il Fallimento di una società ha promosso un'azione revocatoria ordinaria per dichiarare inefficace la vendita di un immobile effettuata dal debitore a favore di un terzo acquirente. I giudici di merito hanno accolto la domanda, rilevando la consapevolezza del danno da parte dell'acquirente tramite indizi gravi e concordanti, come la sproporzione del prezzo e la vicinanza temporale con il fallimento. L'acquirente ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo di non essere a conoscenza del dissesto finanziario del venditore. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che la valutazione delle prove e delle presunzioni spetta esclusivamente al giudice di merito. Di conseguenza, l'atto di vendita rimane inefficace nei confronti del fallimento e il ricorrente è stato condannato a pagare le spese processuali.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: l’accordo spegne lo scontro
Il Tribunale e la Corte d'Appello avevano dichiarato inefficaci, tramite azione revocatoria, i pagamenti per oltre 210.000 euro eseguiti da una società poi fallita a favore di un creditore. I giudici avevano accertato la conoscenza dello stato di insolvenza del debitore a causa dei gravi ritardi e del cambio di modalità nei pagamenti. Il creditore ha proposto ricorso in Cassazione. Tuttavia, prima della decisione, le parti hanno raggiunto un accordo transattivo per risolvere la controversia. Di conseguenza, il difensore del ricorrente ha depositato la formale rinuncia al ricorso per cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato l'estinzione del processo per rinuncia, senza alcuna pronuncia sulle spese di giudizio.
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Affissione abusiva: multa annullata se manca la prova diretta
Un'Associazione Sindacale riceveva dal Comune una sanzione per l'affissione abusiva di una locandina su una bacheca comunale, che pubblicizzava un autobus per uno sciopero a Roma. Il Tribunale riteneva il sindacato responsabile in solido, presumendo la proprietà del manifesto dal solo fatto che vi fosse scritto il nome della sigla sindacale e che l'evento fosse nel suo interesse. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del sindacato, stabilendo che il mero giovamento o l'inerenza del messaggio non bastano a fondare la responsabilità solidale. Per applicare la sanzione serve la prova rigorosa che l'affissione sia riconducibile all'iniziativa del beneficiario, specie se lo sciopero era indetto da più sigle.
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Distacco di personale: vietato il doppio lavoro a tempo pieno
Il Lavoratore ha chiesto il riconoscimento di un rapporto di lavoro subordinato con qualifica dirigenziale nei confronti di un'azienda presso cui sosteneva di essere stato inviato in distacco di personale. La Corte d'Appello ha respinto la domanda, rilevando che un precedente accordo transattivo con un'altra società dimostrava l'esistenza di un contemporaneo rapporto a tempo pieno, escludendo così un secondo impiego subordinato. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso del lavoratore. I giudici hanno chiarito che non si può pretendere la costituzione di un secondo rapporto di lavoro subordinato se è già attivo un contratto a tempo pieno con un altro datore, e ha confermato la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.
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Azione revocatoria ordinaria: inefficace l’acquisto della casa
Un istituto di credito ha promosso un'azione revocatoria ordinaria per dichiarare inefficace la vendita di un immobile effettuata da un fideiussore in favore di un terzo acquirente. Il fideiussore si era privato dell'unico bene a garanzia del debito. La Corte d'Appello ha accolto la domanda, ritenendo sussistenti il danno per il creditore e la consapevolezza del terzo acquirente. Quest'ultimo ha proposto ricorso in Cassazione, contestando la valutazione delle prove e il prezzo di vendita. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il ricorso difettava di autosufficienza e che non è possibile richiedere una nuova valutazione dei fatti in sede di legittimità se la decisione precedente si fonda su indizi plurimi e concordanti. Di conseguenza, la vendita rimane inefficace nei confronti del creditore.
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Azione revocatoria fondo patrimoniale: lo scudo familiare crolla
Una venditrice (La Creditrice) cede un immobile a una coppia (I Debitori), i quali si accollano il mutuo residuo. A causa di una mancata comunicazione del notaio, La Creditrice rimane obbligata a pagare le rate e agisce per il recupero delle somme. Nel frattempo, I Debitori costituiscono un fondo patrimoniale sui propri beni. La Creditrice promuove un'azione revocatoria fondo patrimoniale per dichiarare inefficace tale atto. La Corte d'Appello accoglie la domanda, ritenendo il credito anteriore e provato il pregiudizio. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso dei Debitori, confermando che la costituzione del fondo arreca pregiudizio anche se i beni sono già ipotecati, poiché riduce comunque la garanzia patrimoniale generica. Vince La Creditrice, che può aggredire i beni del fondo.
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Percentuale di ricarico: il Fisco perde se usa la media semplice
L'Agenzia delle Entrate ha impugnato la decisione che annullava un avviso di rettifica IVA emesso nei confronti di un contribuente fallito. L'ufficio finanziario aveva calcolato la percentuale di ricarico applicando il metodo della media aritmetica semplice anziché di quella ponderata. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del fisco, confermando che l'uso della media semplice è illegittimo quando i beni venduti non sono omogenei e presentano notevoli differenze di valore e di volumi di vendita. In presenza di merci disomogenee, l'amministrazione deve necessariamente applicare la media ponderata per evitare una ricostruzione falsata dei ricavi. Vince il contribuente.
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Accertamento con media ponderata: nullo il ricarico semplice
L'Agenzia delle Entrate ha emesso un avviso di rettifica nei confronti di un contribuente, calcolando le imposte dovute tramite una percentuale di ricarico basata sulla media semplice. I giudici di merito hanno annullato l'atto, ritenendo che lo scostamento di valore tra le merci imponesse l'uso della media ponderata per rispecchiare la reale incidenza dei prodotti piu venduti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del fisco, confermando che l'accertamento con media ponderata e necessario quando vi e una forte disomogeneita tra i beni venduti. Di conseguenza, l'annullamento delle sanzioni e delle imposte pretese dall'ufficio tributario e definitivo, con vittoria del contribuente.
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Accertamento analitico-induttivo: fisco batte farmacia
L'Agenzia delle Entrate ha emesso un avviso di accertamento nei confronti di una farmacia rurale, contestando un comportamento antieconomico dovuto a un incremento anomalo del magazzino e a ricavi sproporzionatamente bassi rispetto agli acquisti. La Commissione Tributaria Regionale ha annullato l'atto, ritenendolo basato solo su studi di settore e giustificato dalla natura rurale dell'attività. La Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco, stabilendo che l'ufficio ha legittimamente utilizzato l'accertamento analitico-induttivo fondato su presunzioni gravi, precise e concordanti. Di fronte a tali indizi di inattendibilità della contabilità, spetta al contribuente fornire la prova contraria. La qualifica di farmacia rurale non basta a giustificare l'incoerenza dei dati economici.
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Conflitto di interessi dell’amministratore: contratti annullati
Un'azienda ha chiesto l'annullamento di due contratti di consulenza e agenzia firmati dal proprio ex direttore generale. Quest'ultimo, infatti, era anche socio fondatore e titolare di una quota rilevante della società beneficiaria dei contratti. I contratti prevedevano prezzi fuori mercato e una durata triennale, garantendo un ingiusto vantaggio alla seconda società proprio prima delle dimissioni del direttore. La Cassazione ha confermato l'annullamento dei contratti per conflitto di interessi dell'amministratore, rigettando il ricorso della società beneficiaria. La Corte ha chiarito che, in mancanza di una delibera del consiglio di amministrazione, si applica la disciplina generale della rappresentanza. Di conseguenza, i contratti sono annullabili se il conflitto era conosciuto o conoscibile dall'altro contraente, elemento qui provato tramite indizi precisi e concordanti. La società ricorrente perde la causa e deve pagare le spese legali.
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Azione revocatoria ordinaria: donare ai figli non salva la casa
Una banca, creditrice di oltre un milione di euro verso una società fallita, ha agito contro i coniugi garanti. Questi ultimi avevano svuotato il proprio patrimonio costituendo un fondo patrimoniale e donando i beni immobili alle figlie, le quali avevano poi promesso di venderli a un terzo. La banca ha promosso un'azione revocatoria ordinaria per rendere inefficaci tali atti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei familiari, confermando l'inefficacia dei trasferimenti. La Corte ha chiarito che spetta al debitore, e non al creditore, dimostrare che il proprio patrimonio residuo sia sufficiente a pagare i debiti. Di conseguenza, la banca ha vinto la causa e potrà pignorare i beni immobili originari per recuperare il proprio credito.
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Operazioni oggettivamente inesistenti: la contabilità non basta
L'Agenzia delle Entrate ha emesso un avviso di accertamento contro una società, contestando l'indebita detrazione di costi e IVA relativi a operazioni oggettivamente inesistenti. La Commissione Tributaria Regionale aveva annullato l'atto ritenendo insufficienti le prove del fisco e valorizzando la regolarità formale della contabilità aziendale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'ufficio finanziario, stabilendo che l'Amministrazione può dimostrare l'inesistenza delle operazioni anche tramite indizi e presunzioni semplici, come la contabilità in nero. Di contro, il contribuente non può difendersi esibendo semplicemente le fatture o mostrando la regolarità formale dei registri e dei pagamenti, poiché si tratta di elementi facilmente falsificabili. La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio.
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Trattamento di Fine Rapporto: busta paga e 770 non provano il saldo
L'Azienda ha impugnato la sentenza d'appello che la condannava a pagare alla Lavoratrice l'indennità di preavviso e il Trattamento di Fine Rapporto. L'Azienda sosteneva di aver assolto il debito mostrando buste paga e il modello 770. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che tali documenti non provano l'effettivo pagamento e che la valutazione delle prove spetta solo ai giudici di merito. L'Azienda perde definitivamente la causa.
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Fondo di previdenza complementare: no al ricorso del lavoratore
Un lavoratore ha chiesto di essere ammesso al passivo del fallimento del suo datore di lavoro per recuperare sia le retribuzioni non pagate sia le quote destinate a un fondo di previdenza complementare, indicate in busta paga ma mai versate dall'azienda. Il Tribunale ha rigettato la richiesta per le somme previdenziali, ritenendo che solo l'ente gestore del fondo avesse il diritto di riscuotere tali crediti. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che il lavoratore non ha la legittimazione attiva per richiedere direttamente queste somme senza produrre il contratto di adesione che provi il suo diritto di credito diretto nei confronti del datore di lavoro.
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Tassa sui rifiuti: l’azienda paga anche se smaltisce da sola
Un Ente Gestore ha richiesto il pagamento della Tassa sui rifiuti a un'Azienda di logistica per le annualità dal 2003 al 2010. L'Azienda si è opposta sostenendo che i propri magazzini producevano esclusivamente imballaggi terziari, ovvero rifiuti speciali smaltiti autonomamente tramite ditte private. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Ente Gestore. I giudici hanno stabilito che spetta sempre al contribuente dimostrare con precisione quali aree producano solo rifiuti speciali per ottenere l'esenzione. Inoltre, la produzione di rifiuti speciali in una porzione dello stabilimento non esclude la produzione di rifiuti ordinari. L'Azienda deve comunque pagare la quota fissa della tassa per l'intera superficie, poiché essa finanzia i costi generali del servizio pubblico.
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Esterovestizione societaria: tra fisco e difesa la Corte rinvia
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a una società la fittizia localizzazione della sede legale a Madeira, in Portogallo, ipotizzando un caso di esterovestizione societaria con direzione effettiva in Italia. La Commissione Tributaria Regionale ha dato ragione alla società, ritenendo gli indizi del fisco insufficienti rispetto alle prove di una reale attività in territorio portoghese. L'Agenzia ha proposto ricorso in Cassazione. Rilevando la palese connessione oggettiva e soggettiva con numerosi altri giudizi pendenti tra le medesime parti sullo stesso tema, la Suprema Corte ha disposto il rinvio a nuovo ruolo della causa per consentire una trattazione congiunta di tutti i ricorsi connessi, rimandando così la decisione finale sul merito della controversia.
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Agevolazioni piccola proprietà contadina: chi delega perde
Una contribuente ha acquistato terreni agricoli usufruendo delle agevolazioni piccola proprietà contadina. Poco dopo l'acquisto, ha assunto un lavoratore a tempo pieno per gestire interamente il fondo, limitandosi a impartire direttive saltuarie. L'Agenzia delle Entrate ha revocato i benefici per la perdita della qualifica di coltivatore diretto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della contribuente, confermando la legittimità della revoca. I giudici hanno chiarito che il termine per il recupero delle imposte è ventennale e che la coltivazione deve essere manuale e diretta, non meramente organizzativa. Le dichiarazioni scritte rilasciate da terzi durante le verifiche fiscali hanno valore di indizio e, se precise e concordanti, possono fondare l'accertamento. La contribuente perde la causa ed è condannata al pagamento delle spese di giudizio.
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Patrocinio a spese dello Stato: no alla revoca per carichi pendenti
Il GIP del Tribunale di Avellino revocava il provvedimento di ammissione al patrocinio a spese dello Stato ottenuto dal Richiedente. La revoca si fondava sulla presenza di carichi pendenti per reati potenzialmente lucrativi, presumendo così il superamento dei limiti di reddito. Il Richiedente proponeva opposizione, rigettata dal Tribunale, e successivamente ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che la revoca del patrocinio a spese dello Stato non può basarsi su semplici carichi pendenti o condanne non definitive. In ossequio al principio di presunzione di innocenza, per presumere la percezione di redditi illeciti occorrono condanne definitive o elementi concreti sul tenore di vita. L'ordinanza è stata annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Patrocinio a spese dello Stato: i vecchi reati non lo escludono
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di un cittadino a cui era stato revocato il patrocinio a spese dello Stato. Il Tribunale aveva basato la revoca esclusivamente sulla presenza di vecchi precedenti penali per reati contro il patrimonio, presumendo l'esistenza di redditi illeciti non dichiarati. La Cassazione ha chiarito che i precedenti penali datati non bastano a dimostrare il superamento dei limiti di reddito. I giudici devono compiere verifiche concrete, eventualmente chiedendo l'intervento della Guardia di Finanza, anziché basarsi su semplici sospetti. Di conseguenza, l'ordinanza di revoca è stata annullata e il caso è stato rinviato al Tribunale per una nuova e più approfondita valutazione.
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