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Art. 2727 Codice Civile — Sezione Terza Civile

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341 provvedimenti

Altri anni per Art. 2727 Codice Civile

Maggior danno locazione: prova e consenso del locatore
Un'amministrazione pubblica, locatrice di un immobile, ha citato in giudizio un'altra amministrazione, conduttrice, per ottenere il risarcimento del maggior danno locazione a seguito della scadenza del contratto. Il conduttore era rimasto nell'immobile con il consenso del locatore durante le trattative per un nuovo canone. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che se il locatore acconsente alla permanenza, non vi è inadempimento nell'obbligo di restituzione, rendendo irrilevante la questione del risarcimento per maggior danno locazione.
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Azione revocatoria: acquisto a rischio con ipoteca
La Corte di Cassazione conferma la revoca di una compravendita immobiliare. La presenza di un'ipoteca e di un sequestro sul bene, sebbene a favore di un creditore diverso da quello che ha agito in revocatoria, è stata ritenuta sufficiente a provare la consapevolezza del danno (scientia damni) da parte dell'acquirente. La Corte ha inoltre precisato che la revoca non comporta l'automatica restituzione del prezzo all'acquirente, per la quale è necessaria una specifica domanda di risoluzione del contratto.
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Onere della prova querela di falso: chi deve provare?
Un cittadino ha contestato un'esecuzione forzata presentando una querela di falso, sostenendo che la firma sulla notifica dell'avviso di vendita non fosse sua. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza in esame, ha ribadito un principio fondamentale: nell'ambito di una querela di falso, l'onere della prova grava interamente su chi contesta l'autenticità del documento. Poiché l'attore non è riuscito a dimostrare in modo inequivocabile la falsità della sottoscrizione, il suo ricorso è stato dichiarato inammissibile, confermando le decisioni dei gradi precedenti. La Corte ha sottolineato che l'insufficienza o l'incertezza della prova va a svantaggio di chi ha avviato l'azione legale.
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Risarcimento Danno Minaccia: La Prova è Necessaria
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 21858/2025, ha stabilito un principio fondamentale in materia di risarcimento danno minaccia. Un cittadino aveva richiesto un risarcimento per i danni subiti a seguito di una minaccia, ma la sua domanda è stata respinta sia in primo grado che in appello per mancata prova del danno. La Suprema Corte ha confermato queste decisioni, rigettando il ricorso. Il punto centrale è che la commissione del reato di minaccia, pur ledendo un bene giuridico come la libertà morale, non comporta un risarcimento automatico. La vittima deve sempre fornire la prova concreta delle conseguenze dannose, patrimoniali o non patrimoniali, che ha subito a causa dell'illecito. La Corte ha escluso la configurabilità di un 'danno in re ipsa', ribadendo che il danno deve essere sempre una conseguenza effettiva e dimostrata.
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Danno reputazionale: prova presuntiva e liquidazione
Un'agente di polizia, condannata per calunnia ai danni di alcuni colleghi, ha impugnato la sentenza civile che la obbligava al risarcimento del danno reputazionale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la prova di tale danno, per sua natura "impalpabile", può essere fornita anche tramite presunzioni e massime di esperienza. Il giudice può quindi inferire l'esistenza del pregiudizio dalla gravità dei fatti e dal contesto, procedendo a una liquidazione equitativa anche in assenza di prove dirette su specifiche conseguenze negative.
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Responsabilità banca modello 231: il caso in Cassazione
Il fallimento di una società ha citato in giudizio un istituto di credito, accusandolo di concorso negli illeciti commessi dai suoi ex amministratori per la violazione delle norme antiriciclaggio. Dopo il rigetto nei primi due gradi di giudizio, la Corte di Cassazione ha riconosciuto la rilevanza della questione sulla responsabilità banca modello 231, rinviando il caso alla pubblica udienza per la mancanza di precedenti specifici e l'importanza di stabilire un principio di diritto.
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Obbligazione di mezzi: no risarcimento per furto
Una società immobiliare ha citato in giudizio un consorzio residenziale per i danni subiti a seguito di furti, lamentando un servizio di vigilanza inadeguato. La Corte di Cassazione, confermando le decisioni dei gradi precedenti, ha respinto il ricorso. Ha chiarito che la vigilanza costituisce un'obbligazione di mezzi, non di risultato. Pertanto, il consorzio non è responsabile se dimostra di aver predisposto misure di sicurezza adeguate, anche se queste non hanno impedito il furto. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile perché mirava a un riesame dei fatti, non consentito in sede di legittimità.
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Notifica pignoramento: valida senza raccomandata?
La Corte di Cassazione ha stabilito la validità della notifica pignoramento eseguita mediante consegna diretta del verbale a un dipendente della società debitrice presso la sua sede. L'opposizione presentata dalla società è stata dichiarata inammissibile perché tardiva, in quanto il termine decorreva dalla data di tale consegna. La Corte ha chiarito che, in base all'art. 145 c.p.c., questa modalità perfeziona la notifica senza la necessità di inviare una successiva raccomandata informativa, come invece sostenuto dalla ricorrente.
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Dolosa esagerazione del danno: onere della prova
La Corte di Cassazione ha stabilito che, in caso di presunta dolosa esagerazione del danno da parte dell'assicurato, spetta alla compagnia assicurativa dimostrare l'intento fraudolento. La sola differenza tra il valore del danno dichiarato e quello accertato non è sufficiente a provare il dolo specifico dell'assicurato di ottenere un indennizzo superiore al dovuto. Il ricorso delle compagnie è stato quindi rigettato.
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Inammissibilità ricorso Cassazione: requisiti di forma
Una madre impugna in Cassazione la decisione che ha revocato la vendita di un immobile acquistato dal figlio debitore. La Suprema Corte dichiara l'inammissibilità del ricorso per cassazione a causa di gravi vizi di forma, come la mancanza di specificità e chiarezza dei motivi. La decisione sottolinea il rigore con cui devono essere redatti gli atti di impugnazione, confermando l'inefficacia della compravendita.
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Azione revocatoria: quando il credito è inesistente?
Un istituto di credito avvia un'azione revocatoria contro la vendita di un immobile tra padre e figlio, sostenendo che l'atto ledeva le sue ragioni di credito. La Corte di Cassazione ha annullato le decisioni dei giudici di merito, accogliendo il ricorso del padre e del figlio. È stato decisivo un nuovo giudicato che ha accertato come, al momento della vendita, fosse il padre ad avere un credito verso la banca e non viceversa. Questo fatto nuovo ha eliminato il presupposto fondamentale dell'azione revocatoria, ovvero il pregiudizio per il creditore (eventus damni), rendendo l'azione improcedibile per carenza di interesse ad agire.
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Azione revocatoria e liquidazione: la Cassazione decide
Un debitore vende la nuda proprietà di un immobile alla sorella, mantenendo l'usufrutto. Un creditore avvia un'azione revocatoria, sostenendo che l'atto pregiudica le sue ragioni. Durante la causa, interviene il liquidatore della procedura di liquidazione giudiziale del debitore. Le corti di merito accolgono la revocatoria, ritenendo sussistente sia il danno per i creditori (eventus damni), per la trasformazione di un bene immobile in denaro, sia la consapevolezza del pregiudizio (scientia damni) in capo ai fratelli. La Cassazione, tuttavia, dichiara estinto il giudizio a seguito della rinuncia al ricorso da parte dei familiari, senza entrare nel merito della questione sull'azione revocatoria liquidazione.
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Ricorso inammissibile: gli errori che costano cari
La Corte di Cassazione ha dichiarato un ricorso inammissibile presentato da un'Azienda Sanitaria Locale contro una Banca. L'ordinanza evidenzia come gravi vizi procedurali, tra cui la mancanza di autosufficienza e la proposizione di censure nuove, impediscano alla Corte di esaminare il merito della questione, che verteva sul pagamento di interessi moratori. Anche il ricorso incidentale della Banca è stato dichiarato inammissibile, portando alla compensazione delle spese.
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Morosità locazione Covid: quando è inadempimento grave?
Un inquilino non paga l'affitto per mesi invocando la pandemia. La Corte di Cassazione ha stabilito che la morosità locazione Covid non è sempre giustificata. La crisi economica generale post-lockdown non basta a escludere la gravità dell'inadempimento senza una prova specifica del nesso causale tra pandemia e difficoltà economiche dell'inquilino. La valutazione deve considerare primariamente l'interesse del proprietario.
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Onere della prova: chi paga il debito sociale?
La Corte di Cassazione si pronuncia sull'onere della prova in un caso di azione revocatoria. Gli eredi di un socio-liquidatore, che aveva saldato un debito della società, agivano contro l'altro socio per recuperare la somma e revocare una donazione di beni fatta da quest'ultimo al figlio. La questione centrale era stabilire se il pagamento fosse avvenuto con fondi personali del liquidatore o con fondi sociali. La Cassazione ha rigettato il ricorso degli eredi, confermando la decisione della Corte d'Appello. È stato stabilito che l'onere della prova sulla provenienza personale dei fondi gravava su chi lo affermava, ovvero sugli eredi, i quali non sono riusciti a fornirla. I motivi del ricorso sono stati inoltre giudicati in parte inammissibili per aver sollevato questioni nuove in sede di legittimità.
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Azione revocatoria e cessione del credito: la prova
Un debitore vende un bene al fratello. La società creditrice, che nel frattempo ha ceduto il credito, agisce con azione revocatoria. La Cassazione respinge il ricorso dell'acquirente, chiarendo che la titolarità ad agire può essere provata in ogni momento del processo e che il rapporto di parentela stretta è un valido indizio per provare la conoscenza del danno ai creditori.
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Equa soddisfazione CEDU: preclude ulteriori risarcimenti?
La Corte di Cassazione ha stabilito che la liquidazione dell'equa soddisfazione da parte della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo (CEDU) ha un effetto preclusivo (giudicato) su una successiva domanda di risarcimento proposta dinanzi al giudice nazionale per i medesimi danni. Nel caso di specie, una società immobiliare, dopo aver ottenuto una condanna dello Stato italiano e un indennizzo dalla CEDU per l'illegittima confisca di un complesso edilizio, ha agito in sede civile contro le amministrazioni pubbliche per ottenere un ulteriore risarcimento. La Cassazione ha accolto il ricorso delle amministrazioni, affermando che la Corte EDU aveva già esaminato, accolto o rigettato, tutte le voci di danno, impedendo così una nuova valutazione da parte del giudice italiano.
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Risarcimento danni CEDU: limiti al giudice nazionale
La Corte di Cassazione affronta il tema del risarcimento danni CEDU, stabilendo che la decisione della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo sull'equa soddisfazione ha un effetto preclusivo (giudicato sovranazionale). Una società, dopo aver ottenuto un indennizzo dalla CEDU per l'illegittima confisca di un complesso immobiliare, aveva chiesto un ulteriore risarcimento in sede nazionale. La Cassazione ha annullato la decisione di merito, affermando che il giudice italiano non può riesaminare le voci di danno, sia quelle accolte sia quelle rigettate, già decise dalla corte di Strasburgo, in quanto tale valutazione violerebbe il giudicato.
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Riscatto agrario: prova presuntiva in Cassazione
Un coltivatore diretto esercita il diritto di riscatto agrario sul fondo confinante, sostenendo anche la simulazione del prezzo di vendita. La Corte di Appello accoglie la domanda, ma l'acquirente ricorre in Cassazione. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile, chiarendo che le critiche del ricorrente miravano a un riesame dei fatti e delle prove presuntive, attività preclusa nel giudizio di legittimità. La decisione rafforza il valore della prova per presunzioni quando basata su indizi gravi, precisi e concordanti.
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Danno da custodia: la prova del nesso causale
Una condomina citava in giudizio il proprio condominio per ottenere il risarcimento dei danni subiti a seguito di una caduta nell'androne, attribuita alla presenza di neve e ghiaccio. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando le decisioni dei gradi precedenti. La Corte ha ribadito che, in materia di danno da custodia (art. 2051 c.c.), spetta al danneggiato l'onere di provare il nesso causale specifico tra la cosa e l'evento dannoso. Non è sufficiente dimostrare la pericolosità generica del luogo, ma occorre provare l'esatta dinamica della caduta e le condizioni precise del punto in cui è avvenuta.
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