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Art. 220 Regolamento CEE n. 2913/1992

9 provvedimenti

Dazi e responsabilità del rappresentante indiretto: no buona fede
L'autorità antifrode europea ha accertato che una partita di merci dichiarata come filippina proveniva in realtà da Taiwan, eludendo i dazi antidumping. L'Ufficio Doganale ha emesso avvisi di rettifica per recuperare le somme non versate. Lo spedizioniere ha contestato la richiesta sostenendo la propria buona fede e la regolarità iniziale dei certificati. La Corte di Cassazione ha stabilito la piena responsabilità del rappresentante indiretto in solido con l'importatore. L'operatore professionale non può invocare la buona fede poiché risponde con una diligenza qualificata e i controlli doganali possono sempre avvenire a posteriori.
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Revocazione per errore di fatto: rigettato il ricorso sui dazi
L'Agenzia delle Dogane ha contestato a una società commerciale l'importazione di elementi di fissaggio in acciaio, applicando dazi antidumping per falsa dichiarazione sull'origine delle merci. Dopo la conferma della pretesa tributaria nei gradi di merito e in Cassazione, l'impresa ha proposto ricorso straordinario, sostenendo l'esistenza di gravi sviste sui rapporti OLAF e su un'assoluzione penale collegata. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile e infondato. I giudici hanno chiarito che la revocazione per errore di fatto presuppone una svista visiva oggettiva su circostanze non controverse e non copre le contestazioni sulle valutazioni giuridiche o probatorie già decise.
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Dazi doganali: l’importatore paga anche se c’è lo spedizioniere
L'Agenzia delle Dogane ha richiesto a una società importatrice il pagamento di maggiori dazi doganali per l'importazione di fibre sintetiche. Sebbene dichiarate come provenienti dalla Malesia, le merci provenivano in realtà dalla Cina, paese soggetto a dazi antidumping più elevati. La società ha contestato l'atto eccependo la prescrizione e la propria carenza di responsabilità, indicando lo spedizioniere come unico obbligato. La Corte di Cassazione ha rigettato sia il ricorso principale dell'amministrazione sia quello incidentale della società. La Corte ha stabilito che, in regime di rappresentanza diretta, l'importatore risponde direttamente delle violazioni doganali. Inoltre, le relazioni dell'ufficio antifrode europeo (OLAF) sono idonee a prorogare i termini di prescrizione in quanto integrano una notizia di reato. Entrambe le parti hanno visto respinte le proprie pretese.
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Recupero dei dazi doganali: falsa origine e buona fede esclusa
L'Importatore ha introdotto in Italia gamberi congelati dichiarando la loro origine preferenziale dagli Emirati Arabi Uniti. Un'indagine dell'Ufficio Europeo Antifrode ha svelato che la merce proveniva in realtà dall'India. L'Agenzia delle Dogane ha quindi avviato il recupero dei dazi doganali non pagati. L'Importatore ha contestato la richiesta eccependo la prescrizione dei termini e invocando la propria buona fede basata sui certificati di origine rilasciati dalle autorità estere. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso. I giudici hanno stabilito che la prescrizione rimane sospesa durante il procedimento penale, anche se concluso con archiviazione. Inoltre, il legittimo affidamento non tutela l'importatore se l'errore doganale deriva da false dichiarazioni del fornitore esterno, gravando sull'importatore il rischio di presentare documenti commerciali non veritieri.
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Responsabilità dello spedizioniere doganale: dazi dovuti
L'Agenzia delle Dogane ha contestato a una società, attiva come rappresentante indiretto di un importatore, il mancato pagamento di dazi antidumping e le relative sanzioni per merci falsamente dichiarate come originarie delle Filippine. La Corte di Cassazione ha chiarito i confini della responsabilità dello spedizioniere doganale. Mentre per le sanzioni tributarie si applica il principio di colpevolezza (occorre dimostrare la negligenza del professionista), per il recupero dei dazi doganali la responsabilità del rappresentante indiretto è solidale e oggettiva. Lo spedizioniere può evitare il pagamento dei dazi solo provando la buona fede secondo i rigidi criteri del Codice doganale comunitario, ossia dimostrando un errore attivo e imprevedibile dell'autorità doganale. La Corte ha quindi accolto il ricorso dell'amministrazione finanziaria, rinviando la causa per un nuovo esame.
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Sanzioni doganali: la buona fede non salva l’importatore
Un'azienda importa granuli di plastica dichiarando una densità che consente l'esenzione dai dazi. Le analisi chimiche dell'ufficio doganale smentiscono il dato, portando al recupero dei tributi e all'irrogazione di sanzioni doganali. La Commissione tributaria regionale annulla le sanzioni valorizzando la buona fede dell'importatore, che aveva sollecitato il fornitore estero a rispettare i parametri. La Corte di Cassazione ribalta la decisione, accogliendo il ricorso dell'amministrazione. I giudici chiariscono che la buona fede non è automatica: l'operatore professionale deve dimostrare un errore incolpevole e una diligenza qualificata. Nel caso specifico, l'azienda era consapevole dei rischi e avrebbe dovuto richiedere una classificazione ufficiale preventiva (ITV). La sentenza viene cassata con rinvio per ridiscutere le sanzioni.
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Royalties e valore in dogana: perché i dazi si pagano sul marchio
L'Agenzia delle Dogane ha rettificato il valore di importazione di alcuni beni di lusso, ritenendo che i diritti di licenza (royalties) pagati dall'importatore alla società titolare del marchio dovessero essere inclusi nel calcolo del dazio. La società importatrice sosteneva invece l'esclusione di tali somme dal valore imponibile. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società, stabilendo che le royalties concorrono a determinare il valore in dogana delle merci quando il loro pagamento costituisce una condizione di vendita e il titolare del marchio esercita un controllo di fatto sulla produzione dei fornitori terzi. Di conseguenza, l'importatore deve pagare i maggiori dazi accertati.
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Valore in dogana delle royalties: dazi dovuti anche sui marchi
L'Agenzia delle Dogane ha rettificato il valore di importazione di merci di un noto marchio di moda, ritenendo che il valore in dogana delle royalties pagate alla società licenziataria lussemburghese dovesse essere sommato al prezzo di acquisto pagato ai produttori extra-UE. L'importatore ha impugnato gli avvisi di accertamento, sostenendo che le royalties non costituissero una condizione di vendita della merce. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che i diritti di licenza vanno inclusi nel valore imponibile se il licenziante esercita un controllo di fatto sul produttore e se il pagamento è essenziale per la vendita. Di conseguenza, l'importatore deve pagare i maggiori dazi doganali e le spese processuali.
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Rappresentante doganale indiretto: no IVA import
La Corte di Cassazione, a seguito della rinuncia dell'Agenzia delle Dogane, dichiara estinto un ricorso relativo alla responsabilità per IVA all'importazione di un rappresentante doganale indiretto. La rinuncia si basa su un recente orientamento giurisprudenziale che esclude la responsabilità solidale del rappresentante per il pagamento di tale imposta, a differenza dei dazi doganali.
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