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Sanzioni doganali: la buona fede non salva l’importatore

Un’azienda importa granuli di plastica dichiarando una densità che consente l’esenzione dai dazi. Le analisi chimiche dell’ufficio doganale smentiscono il dato, portando al recupero dei tributi e all’irrogazione di sanzioni doganali. La Commissione tributaria regionale annulla le sanzioni valorizzando la buona fede dell’importatore, che aveva sollecitato il fornitore estero a rispettare i parametri. La Corte di Cassazione ribalta la decisione, accogliendo il ricorso dell’amministrazione. I giudici chiariscono che la buona fede non è automatica: l’operatore professionale deve dimostrare un errore incolpevole e una diligenza qualificata. Nel caso specifico, l’azienda era consapevole dei rischi e avrebbe dovuto richiedere una classificazione ufficiale preventiva (ITV). La sentenza viene cassata con rinvio per ridiscutere le sanzioni.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Civile Sez. 5 Num. 25735 Anno 2023
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Pubblicato il 16 luglio 2026 in Giurisprudenza Tributaria

Sanzioni doganali e importazione: quando la buona fede non basta

Nel commercio internazionale, la corretta classificazione delle merci è un elemento cruciale per determinare i dazi dovuti ed evitare pesanti sanzioni doganali. Molti importatori ritengono che l’affidamento sulle dichiarazioni del fornitore o una generica buona fede bastino a evitare contestazioni. Tuttavia, la Corte di Cassazione ha recentemente chiarito che l’errore commesso dal professionista non è quasi mai scusabile se non si dimostra di aver adottato una diligenza qualificata, superiore a quella comune.

Il caso dell’importazione di plastica con densità non conforme

La vicenda nasce dall’importazione di granuli di plastica provenienti dall’estero. La società importatrice dichiara in dogana una densità specifica del prodotto che rientra nei parametri per ottenere una vantaggiosa sospensione dei dazi doganali. Successivamente, l’ufficio doganale sottopone la merce a un controllo chimico presso i propri laboratori. Le analisi rivelano una densità superiore a quella dichiarata, escludendo il prodotto dal beneficio tariffario. Di conseguenza, l’amministrazione emette atti di rettifica per recuperare i maggiori dazi dovuti e applica pesanti sanzioni amministrative. La società si difende sostenendo di aver agito in totale buona fede, avendo più volte sollecitato via email il fornitore straniero affinché garantisse le caratteristiche richieste. Sebbene i giudici di merito in secondo grado abbiano inizialmente annullato le sanzioni accogliendo la tesi della buona fede, l’amministrazione doganale decide di ricorrere dinanzi alla Suprema Corte.

La diligenza qualificata richiesta all’importatore professionale

La decisione si concentra sulla definizione di errore incolpevole e sul livello di attenzione richiesto a un operatore economico. Chi svolge un’attività d’impresa non può limitarsi a una diligenza ordinaria. La legge impone una diligenza qualificata, commisurata alla natura dell’attività professionale esercitata. Nel settore doganale, questo significa che l’importatore deve verificare attivamente la veridicità delle informazioni fornite dai partner commerciali. La semplice richiesta scritta al fornitore di compilare i documenti in un certo modo, specialmente se finalizzata a ottenere un risparmio fiscale, non dimostra buona fede. Al contrario, un simile comportamento evidenzia la piena consapevolezza del rischio di non conformità della merce. Per andare esente da colpa, l’operatore avrebbe dovuto attivare strumenti di verifica preventiva, come la richiesta di un’informazione tariffaria vincolante alle autorità competenti.

Le motivazioni della Cassazione sulle sanzioni doganali

Nelle motivazioni della sentenza, i giudici di legittimità spiegano che le sanzioni doganali non possono essere annullate sulla base di una semplice presunzione di buona fede. L’esimente dell’errore incolpevole richiede una prova rigorosa da parte del contribuente. L’importatore deve dimostrare che l’errore è stato causato da un comportamento attivo e fuorviante delle stesse autorità doganali, e non da proprie dichiarazioni inesatte o da quelle del fornitore. Nel caso in esame, la corrispondenza via email tra l’importatore e il produttore estero dimostrava che l’azienda era preoccupata di far rientrare la merce in una specifica voce tariffaria favorevole, a prescindere dall’effettiva corrispondenza fisica del prodotto. Questo atteggiamento esclude qualsiasi spazio per la buona fede, configurando invece una condotta negligente se non intenzionale. La Cassazione sottolinea che la colpa non è esclusa quando non viene esercitata la massima diligenza esigibile da un medio operatore professionale d’impresa.

Le conclusioni della vicenda sulle sanzioni doganali

La Suprema Corte accoglie il ricorso dell’amministrazione finanziaria relativamente all’applicazione delle sanzioni doganali e rigetta integralmente il ricorso incidentale proposto dalla società. La sentenza d’appello viene cassata nella parte in cui aveva annullato i provvedimenti sanzionatori. Il processo viene quindi rinviato alla Corte di giustizia tributaria di secondo grado del Veneto, la quale dovrà riesaminare la questione attenendosi strettamente ai principi di diritto enunciati. L’importatore professionale che non adotta tutte le cautele necessarie per verificare la merce prima della dichiarazione doganale rischia quindi di rispondere pienamente delle violazioni commesse, senza poter invocare la scusante della buona fede contrattuale.

Quando l’importatore può invocare la buona fede per evitare le sanzioni?
La buona fede può essere invocata solo se l’errore è incolpevole, ovvero se deriva da un comportamento attivo delle autorità doganali e non da semplici dichiarazioni del fornitore estero.

Quale livello di diligenza è richiesto a chi importa merci per lavoro?
All’operatore professionale è richiesta una diligenza qualificata, che comporta la verifica attiva delle caratteristiche della merce prima di presentare la dichiarazione in dogana.

Che cos’è l’Informazione Tariffaria Vincolante e a cosa serve?
Si tratta di una classificazione ufficiale rilasciata preventivamente dalle autorità doganali, utile all’importatore per evitare contestazioni e sanzioni sulla natura della merce.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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