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Art. 2118 Codice Civile

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146 provvedimenti

Licenziamento illegittimo: riorganizzazione fittizia
Un lavoratore, formalmente inquadrato come agente di commercio per un'azienda farmaceutica, è stato licenziato per una presunta riorganizzazione aziendale. La Corte di Cassazione ha confermato che si trattava di un licenziamento illegittimo, poiché il rapporto era di lavoro subordinato e la riorganizzazione era solo una conseguenza e non la causa reale del recesso. La Suprema Corte ha inoltre convalidato il calcolo dell'indennità basato sulla media delle provvigioni percepite.
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Compensazione atecnica: TFR e stipendi non pagati
Un lavoratore, licenziato e poi reintegrato con provvedimento d'urgenza, ha chiesto il pagamento di alcune mensilità. L'azienda ha eccepito la compensazione atecnica con il TFR già versato, divenuto indebito a seguito della reintegra. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità di tale compensazione, in quanto i rispettivi crediti e debiti derivano dall'unico rapporto di lavoro, respingendo il ricorso del lavoratore.
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Rinuncia preavviso datore: quando è valida la volontà?
Un'azienda ricorre in Cassazione dopo che le è stata negata l'indennità di preavviso da un dipendente dimissionario. La Corte Suprema ha respinto il ricorso, stabilendo che la richiesta dell'azienda di restituzione immediata dei beni aziendali costituisce una plausibile accettazione delle dimissioni immediate. Questa azione configura una rinuncia preavviso datore di lavoro, trasformando la risoluzione in consensuale. Inoltre, l'azienda non ha interesse ad agire per contestare la mancata convalida formale delle dimissioni, procedura posta a tutela esclusiva del lavoratore.
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Indennità preavviso: contributi anche se si rinuncia
Una società per azioni, dopo aver ricevuto una richiesta di pagamento dall'Ente Previdenziale per contributi non versati sull'indennità di preavviso, si è opposta sostenendo che i lavoratori avevano rinunciato a tale indennità. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Ente, stabilendo che l'obbligo di versare i contributi sull'indennità preavviso sorge per legge e non è influenzato da accordi privati tra datore di lavoro e lavoratore. La rinuncia del dipendente, pertanto, non estingue il dovere contributivo dell'azienda.
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Indennità sostitutiva preavviso: contributi dovuti
La Corte di Cassazione, con ordinanza del 2025, ha stabilito che la rinuncia del lavoratore all'indennità sostitutiva del preavviso non ha effetto sul dovere del datore di lavoro di versare i relativi contributi previdenziali. L'obbligo contributivo ha natura pubblicistica e sorge per legge nel momento del licenziamento senza preavviso, indipendentemente dal fatto che la somma sia stata effettivamente pagata. La Corte ha cassato la decisione d'appello che aveva escluso tale obbligo, riaffermando il principio del minimale contributivo, secondo cui i contributi si calcolano sulla retribuzione legalmente dovuta e non su quella corrisposta.
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Straordinario festivo: basta l’ok implicito del datore
Un dipendente pubblico ha citato in giudizio il Ministero per il mancato pagamento di ore di straordinario festivo. La Corte di Cassazione ha stabilito che per il diritto al compenso non è necessaria un'autorizzazione scritta e formale, ma è sufficiente un consenso implicito del datore di lavoro, desumibile dall'organizzazione del lavoro. Il caso è stato rinviato alla Corte d'Appello per una nuova valutazione basata su questo principio.
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Indennità di preavviso: spetta dopo la CIGS?
Una società ha contestato il diritto di un ex dipendente all'indennità di preavviso dopo un licenziamento seguito a un lungo periodo di CIGS. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che senza una prova chiara di un accordo risolutorio o della piena consapevolezza del lavoratore sulla futura cessazione del rapporto, il diritto all'indennità di preavviso sussiste. La Cassa Integrazione e l'indennità di preavviso, infatti, hanno finalità distinte e non sono automaticamente incompatibili.
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Danno da demansionamento: onere della prova e risarcimento
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 11586/2025, interviene su un caso di presunto danno da demansionamento. Una lavoratrice, dopo aver ottenuto in appello il riconoscimento di un inquadramento superiore e il risarcimento, vede la sentenza parzialmente annullata. La Suprema Corte ribadisce che il danno da demansionamento non è automatico (in re ipsa), ma deve essere allegato e provato dal lavoratore, anche tramite presunzioni. Il giudice non può liquidarlo equitativamente basandosi solo sulla dequalificazione, ma deve indicare gli elementi di fatto concreti che dimostrano l'esistenza di un pregiudizio.
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Trasferimento d’azienda: continuità del rapporto
La Corte di Cassazione ha stabilito che la tutela del lavoratore prevista in caso di trasferimento d'azienda si applica anche in scenari complessi, come la retrocessione di un ramo d'azienda al proprietario e il successivo affitto a un nuovo soggetto. Una breve sospensione dell'attività per ristrutturazione non interrompe la continuità del rapporto di lavoro, che prosegue automaticamente con il nuovo gestore. La comunicazione di prosecuzione del rapporto non costituisce licenziamento.
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Reintegrazione e pensione: la Cassazione chiarisce
Una società ha contestato l'obbligo di risarcimento verso una lavoratrice, sostenendo che il suo successivo pensionamento avesse estinto il rapporto di lavoro. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo un principio chiave in materia di reintegrazione e pensione: l'ordine di reintegrazione ha efficacia retroattiva (ex tunc), ripristinando giuridicamente il rapporto di lavoro come se non fosse mai stato interrotto. Di conseguenza, è la pensione percepita nel frattempo a diventare indebita, non il contrario. La reintegrazione prevale sul pensionamento.
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Licenziamento dirigente: quando è frode alla legge?
Un dirigente, licenziato per soppressione della sua posizione, contesta il recesso sostenendo che si tratti di una frode alla legge per eludere una procedura di licenziamento collettivo. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso, specificando che se una precedente procedura collettiva è stata annullata giudizialmente, un successivo licenziamento individuale per le stesse ragioni non costituisce automaticamente un atto fraudolento. Il licenziamento del dirigente è stato quindi ritenuto legittimo perché supportato da giustificatezza.
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Cessione di credito: chi ha diritto al risarcimento?
Un soggetto cede a un terzo il proprio diritto a ricevere un immobile. Quando la controparte non adempie, chi può chiedere il risarcimento? La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 1790/2025, chiarisce la distinzione tra cessione di credito e cessione del contratto. Con la cessione di credito, il diritto a pretendere la prestazione e a chiedere i danni per il suo mancato ottenimento passa al nuovo creditore (cessionario). Il creditore originario (cedente) perde la legittimazione a chiedere tali danni, pur rimanendo parte del contratto originario.
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Eccezione di inadempimento: quando è legittima?
In una disputa su fatture non pagate, un'azienda committente si era rifiutata di pagare il fornitore per il timore che quest'ultimo non pagasse i propri sub-appaltatori. La Corte di Cassazione ha stabilito che l'eccezione di inadempimento è illegittima se basata su una mera preoccupazione per un evento futuro e potenziale. Per rifiutare la propria prestazione, è necessario che la controparte sia già incorsa in un inadempimento attuale e concreto, non solo temuto.
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Perdita di chance: risarcimento per bonus non pagato
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di alcuni dirigenti di una società fallita che chiedevano il pagamento di bonus variabili. Poiché la società non aveva mai fissato gli obiettivi necessari, il tribunale di merito aveva respinto la richiesta. La Cassazione ha cassato la decisione, affermando che il giudice avrebbe dovuto valutare la domanda di risarcimento per perdita di chance, cioè la perdita della possibilità di ottenere il premio, che era stata espressamente formulata dai lavoratori. Il caso è stato rinviato per un nuovo esame su questo punto.
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Licenziamento condotta extralavorativa: quando è valido
La Cassazione conferma la validità del licenziamento per condotta extralavorativa di un dipendente a seguito di una condanna penale per fatti estranei al servizio. La Corte ha stabilito che la gravità dei reati, pur non connessi all'attività lavorativa, può ledere irrimediabilmente il rapporto di fiducia, legittimando il recesso del datore di lavoro.
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Risarcimento danni dirigente: la prova del danno è cruciale
La Corte di Cassazione ha confermato la decisione di merito che negava il risarcimento danni a una confederazione imprenditoriale contro un suo ex dirigente per mala gestio. Nonostante la condotta illecita del manager, la richiesta è stata respinta per mancata prova di un danno economico effettivo e concreto subito dall'azienda. La sentenza ribadisce che l'onere di dimostrare il pregiudizio patrimoniale grava interamente sul datore di lavoro che avanza la pretesa di risarcimento danni dirigente.
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Demansionamento: onere della prova del lavoratore
Un dipendente di un istituto di credito ha citato in giudizio il proprio datore di lavoro per un presunto demansionamento a seguito di due trasferimenti, lamentando una drastica riduzione del portafoglio clienti e un impoverimento delle mansioni. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando le decisioni dei gradi precedenti. L'ordinanza sottolinea un principio fondamentale: in una causa per demansionamento, è il lavoratore ad avere l'onere della prova, che include non solo la dimostrazione ma, prima ancora, la specifica e dettagliata allegazione dei fatti. La mancata descrizione puntuale delle nuove e inferiori mansioni svolte impedisce al giudice di effettuare la necessaria valutazione comparativa, rendendo la domanda infondata.
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Impugnazione senza motivazione: quando scade il termine
Una società appella una sentenza di primo grado, ma il giudice decede prima di depositarne le motivazioni. La Corte di Cassazione chiarisce che in caso di impugnazione senza motivazione, il termine lungo per appellare decorre dal deposito del decreto presidenziale che attesta tale impossibilità, non da una notifica successiva. Di conseguenza, l'appello presentato oltre un anno dopo tale deposito è stato dichiarato tardivo e inammissibile.
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Licenziamento disciplinare: quando è illegittimo?
Un apprendista viene licenziato per scarso rendimento senza aver ricevuto una formale contestazione degli addebiti. Il Tribunale di Venezia ha dichiarato il licenziamento disciplinare illegittimo per violazione delle garanzie procedurali. Tuttavia, data la dimensione ridotta dell'azienda (meno di 15 dipendenti), ha condannato il datore di lavoro al pagamento di un'indennità risarcitoria di 12 mensilità, escludendo la reintegrazione nel posto di lavoro.
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Indennità preavviso: quando il datore non ha diritto
La Corte di Cassazione ha stabilito che un'azienda non può trattenere l'indennità sostitutiva preavviso dalle somme di fine rapporto se, al momento delle dimissioni del lavoratore, non ha più alcun interesse concreto a ricevere la prestazione lavorativa. Nel caso specifico, l'azienda aveva perso un appalto, cessato l'attività e già esonerato i dipendenti dal lavoro, rendendo illegittima la trattenuta.
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