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Art. 2110 Codice Civile

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46 provvedimenti

Contratto di agenzia: quando prevale sull’informatore
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di un'azienda farmaceutica, confermando la qualificazione del rapporto con un suo collaboratore come contratto di agenzia. La decisione si basa sulla prevalenza dell'attività di promozione delle vendite rispetto a quella di informazione scientifica. La drastica riduzione della zona operativa è stata ritenuta giusta causa di recesso da parte dell'agente.
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Unicità centro d’interesse e gruppo di società
La Corte di Cassazione ha confermato che più società di un gruppo possono costituire un'unicità centro d'interesse, agendo come un unico datore di lavoro. In questo caso, il licenziamento di un dirigente da parte di una singola società è stato ritenuto illegittimo, riconoscendo un unico rapporto di lavoro con l'intero gruppo. La decisione ha stabilito la responsabilità solidale delle società per il pagamento delle indennità dovute al lavoratore, chiarendo i criteri per l'imputazione congiunta del rapporto di lavoro.
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Mobbing del superiore: la responsabilità è extracontrattuale
Un dipendente pubblico ha citato in giudizio un suo superiore per mobbing. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la responsabilità per mobbing del superiore non è di natura contrattuale (come quella del datore di lavoro), ma extracontrattuale ai sensi dell'art. 2043 c.c. Di conseguenza, si applicano le regole sull'onere della prova e il termine di prescrizione di cinque anni tipici dell'illecito civile.
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Inquadramento lavorativo: la mansione effettiva prevale
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 32922/2025, ha rigettato il ricorso di una cooperativa, confermando il diritto di un socio lavoratore a un superiore inquadramento lavorativo. La Corte ha stabilito che i livelli contrattuali di ingresso sono riservati a mansioni semplici e non possono essere applicati a lavoratori che, fin dall'inizio, svolgono compiti complessi, come la guida di autoarticolati. Inoltre, ha confermato il diritto del lavoratore alla piena retribuzione anche per i primi giorni di malattia non coperti dall'INPS.
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Errore revocatorio: i limiti dell’impugnazione
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di un lavoratore, chiarendo la distinzione tra errore revocatorio e omessa pronuncia. Il caso riguardava un licenziamento disciplinare e una successiva domanda di nullità del licenziamento, che la corte d'appello aveva prima dichiarato inammissibile per tardività e poi comunque respinto nel merito. La Cassazione ha stabilito che non sussiste errore revocatorio quando il giudice, pur dichiarando inammissibile una domanda, la esamina e la rigetta, dimostrando di non averla affatto ignorata.
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Aspettativa e comporto: come salva il posto di lavoro
La Cassazione chiarisce il rapporto tra aspettativa e comporto. Una lavoratrice, licenziata per superamento del periodo di malattia, viene reintegrata perché aveva richiesto l'aspettativa prima della scadenza del comporto. La Corte stabilisce che la richiesta sospende il calcolo, rendendo illegittimo il licenziamento.
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Preavviso licenziamento comporto: obbligo per l’azienda
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 13491/2024, ha stabilito che la mancata comunicazione da parte del datore di lavoro dell'imminente superamento del periodo di comporto, se prevista dal CCNL, rende il licenziamento illegittimo. Questo obbligo di preavviso licenziamento comporto è un elemento essenziale per il corretto esercizio del potere di recesso e la sua violazione comporta la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro.
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Rendita vitalizia: prova del rapporto di lavoro
Un lavoratore si è visto negare la costituzione di una rendita vitalizia per contributi omessi perché, secondo i giudici di merito, non aveva provato l'effettivo svolgimento del lavoro. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione, stabilendo che la prova documentale dell'esistenza e della durata del rapporto di lavoro è sufficiente. L'obbligo contributivo, infatti, è legato al vincolo giuridico del rapporto, non alla prestazione materiale.
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TFR pubblico impiego: spetta alla fine del contratto
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 9141/2024, ha stabilito che il TFR pubblico impiego matura e deve essere liquidato alla cessazione di ogni singolo contratto a tempo determinato, anche qualora il lavoratore venga immediatamente assunto a tempo indeterminato dalla stessa amministrazione. La Corte ha respinto la tesi dell'ente previdenziale secondo cui il TFR sarebbe esigibile solo alla cessazione definitiva del rapporto di lavoro complessivo. La decisione si fonda sull'armonizzazione della disciplina del TFR pubblico con quella del settore privato (art. 2120 c.c.), che lega il diritto alla prestazione alla cessazione giuridica di ciascun rapporto di lavoro, riconoscendone la natura di retribuzione differita.
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TFR contratti a termine: diritto al pagamento immediato
Una lavoratrice con plurimi contratti a termine presso una Pubblica Amministrazione ha citato in giudizio l'ente previdenziale per il mancato pagamento del TFR alla scadenza di ogni contratto. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dell'ente, stabilendo che per i TFR contratti a termine il diritto alla liquidazione sorge alla cessazione di ogni singolo rapporto di lavoro, e non solo al termine definitivo del servizio. La Suprema Corte ha ribadito che il TFR ha natura di retribuzione differita e il suo pagamento è legato alla conclusione del rapporto di lavoro, non a quello previdenziale.
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TFR contratti a termine: diritto alla liquidazione
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 9137/2024, ha stabilito che per i lavoratori del pubblico impiego con una successione di contratti a termine, il diritto al TFR matura alla scadenza di ciascun singolo contratto e non solo al termine definitivo del rapporto con la Pubblica Amministrazione. L'ente previdenziale sosteneva che la natura previdenziale del TFR pubblico giustificasse un pagamento unico finale, ma la Corte ha rigettato questa tesi, confermando l'assimilazione della disciplina a quella del settore privato (art. 2120 c.c.), dove il diritto sorge con la cessazione di ogni specifico rapporto di lavoro.
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Licenziamento per superamento comporto: il certificato
La Corte di Cassazione conferma la legittimità di un licenziamento per superamento del periodo di comporto. La richiesta di aspettativa non retribuita del lavoratore è stata respinta perché il certificato medico non specificava una durata definita della malattia, ma solo la necessità di riposi saltuari. La Corte ha inoltre ritenuto congruo il tempo trascorso tra il superamento del comporto e la comunicazione del licenziamento, riconoscendo al datore di lavoro un ragionevole 'spatium deliberandi'.
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Precedente giudicato: ricorso inammissibile
Un ex dipendente pubblico ha presentato ricorso in Cassazione per ottenere benefici economici e una qualifica superiore, legati a una legge del 2005. La Corte Suprema ha dichiarato il ricorso inammissibile a causa di un precedente giudicato. Una precedente ordinanza aveva già stabilito, tra le stesse parti, che il rapporto di lavoro era cessato prima della data rilevante per l'applicazione dei benefici richiesti, impedendo così un nuovo esame della questione.
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Natura retributiva obbligo: cessione d’azienda nulla
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 3505/2024, ha ribadito un principio cruciale in materia di cessione di ramo d'azienda dichiarata illegittima. Il caso riguarda una lavoratrice che, dopo la declaratoria di nullità del trasferimento, ha offerto la propria prestazione lavorativa all'originario datore di lavoro (cedente), il quale l'ha rifiutata. La Corte ha confermato che le somme dovute dal datore di lavoro cedente hanno natura retributiva e non risarcitoria. Di conseguenza, lo stipendio percepito dalla lavoratrice presso il datore di lavoro cessionario non può essere detratto, consolidando un orientamento a tutela del lavoratore.
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Periodo di comporto: ferie per evitare il licenziamento
Un lavoratore è stato licenziato per superamento del periodo di comporto. La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del licenziamento, stabilendo che i giorni di ferie richiesti e concessi al termine della malattia interrompono il conteggio dei giorni di assenza, salvando così il posto di lavoro. La condotta dell'azienda, che ha riconsiderato quei giorni come malattia a distanza di tempo, è stata giudicata contraria a buona fede.
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Lavoro Marittimo: lo sbarco non è licenziamento
Un lavoratore con contratto di lavoro marittimo a tempo indeterminato viene sbarcato per avvicendamento. La Cassazione chiarisce che tale atto non equivale a licenziamento. Il rapporto prosegue e la sua cessazione richiede un atto formale di recesso con giusta causa o giustificato motivo, applicando la normativa generale del lavoro.
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Compensazione impropria: detrazione acconti e licenziamento
Un lavoratore, dopo un primo licenziamento dichiarato nullo, ne subisce un secondo per un'altra causa. La Corte di Cassazione, applicando il principio della compensazione impropria, stabilisce che l'importo che l'azienda aveva già versato in esecuzione della sentenza di primo grado deve essere detratto dalla somma finale dovuta al lavoratore a titolo di indennità risarcitoria. La Corte ha chiarito che tale operazione contabile può essere eseguita d'ufficio dal giudice.
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Periodo di comporto: incidente in itinere è escluso?
Un lavoratore veniva licenziato per superamento del periodo di comporto. La Corte di Cassazione ha annullato il licenziamento, stabilendo che le assenze dovute a un infortunio in itinere (incidente nel tragitto casa-lavoro) non devono essere incluse nel calcolo del periodo di comporto, a meno che il contratto collettivo non lo preveda espressamente. La Corte d'Appello aveva errato nel ritenere che il silenzio del CCNL sul punto ne implicasse l'inclusione.
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Immunità giurisdizionale stato estero: no reintegra
Un dipendente di un'ambasciata estera in Italia impugna il licenziamento, chiedendo la reintegra nel posto di lavoro e il risarcimento per mobbing. La Corte di Cassazione conferma la decisione dei giudici di merito, negando la giurisdizione italiana sulla domanda di reintegra in base al principio dell'immunità giurisdizionale stato estero. Tale richiesta, infatti, inciderebbe sui poteri sovrani di organizzazione dello Stato estero. La Corte rigetta anche le ulteriori domande risarcitorie per carenza di allegazioni specifiche.
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Cessione ramo d’azienda: doppio stipendio legittimo?
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza in esame, ha stabilito che in caso di cessione ramo d'azienda dichiarata illegittima, il lavoratore ha diritto alla retribuzione dal datore di lavoro originario (cedente) anche se ha continuato a lavorare e percepire uno stipendio dal nuovo datore (cessionario). La Corte ha chiarito che si configurano due rapporti di lavoro distinti: uno 'de iure' con il cedente, ripristinato dalla sentenza, e uno 'de facto' con il cessionario. Pertanto, la retribuzione percepita non può essere detratta da quella dovuta dal cedente, che si trova in mora credendi per non aver accettato la prestazione lavorativa offerta dal dipendente.
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