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Art. 2086 Codice Civile

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74 provvedimenti

Società di comodo: la Cassazione sui test operativi
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 12390/2024, ha stabilito un principio fondamentale in materia di società di comodo. La Corte ha chiarito che, per superare la presunzione di non operatività, non è sufficiente dimostrare di avere ricavi superiori alla media del settore. È invece necessario un esame complessivo di tutti gli elementi previsti dalla legge, quali ricavi, incrementi delle rimanenze e altri proventi. Il caso riguardava una società che, nonostante avesse ottenuto sentenze favorevoli nei gradi di merito proprio sulla base dell'elevato livello di ricavi, ha visto la propria posizione ribaltata in Cassazione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso dell'Agenzia delle Entrate, cassando la sentenza precedente e rinviando il caso al giudice di secondo grado per un nuovo e più completo esame, in linea con la corretta applicazione della normativa sulle società di comodo.
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Codatorialità: unico datore in un gruppo di imprese
La Corte di Cassazione conferma la decisione di merito che ha riconosciuto l'esistenza di un unico rapporto di lavoro (codatorialità) tra un dipendente e più società di un gruppo. Anche se il lavoratore era formalmente assunto da una sola azienda, l'ingerenza e il coordinamento delle altre hanno portato a considerarle tutte co-datrici di lavoro, con obbligo solidale di reintegrazione. L'ordinanza chiarisce che una precedente azione contro il solo datore formale per licenziamento illegittimo non preclude l'accertamento della codatorialità.
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Amministratore giudiziario: può chiedere liquidazione?
Il socio di una società in accomandita semplice ha impugnato la decisione che dichiarava inammissibile il suo reclamo contro l'apertura della liquidazione giudiziale. La richiesta di liquidazione era stata avanzata dall'amministratore giudiziario nominato dal Tribunale. La Corte di Cassazione, pur correggendo la motivazione della corte di merito, ha rigettato il ricorso. Ha stabilito che la decisione di accedere a una procedura concorsuale è una scelta gestoria che spetta in via esclusiva all'organo amministrativo. Di conseguenza, l'amministratore giudiziario ha il potere di chiedere la liquidazione della società senza la necessità di una delibera assembleare, in quanto tale potere rientra nei suoi doveri di corretta gestione imposti dal Codice della Crisi d'Impresa.
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Società non operative: istanza di disapplicazione
Una società sanitaria, classificata come società non operativa a causa di perdite sistematiche, ha richiesto la disapplicazione della relativa disciplina fiscale, adducendo come causa il ritardo nell'accreditamento da parte della Regione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Agenzia delle Entrate, stabilendo due principi chiave. Primo, l'istanza di disapplicazione deve essere specifica e inequivoca, indicando chiaramente l'anno d'imposta e il triennio di perdite. Secondo, il fare affidamento esclusivo su contributi o procedure pubbliche non è una giustificazione sufficiente, poiché un'impresa deve dimostrare una pianificazione aziendale volta a raggiungere un'autonoma sostenibilità economica (lucro oggettivo). La sentenza del giudice di merito è stata cassata con rinvio per non aver adeguatamente verificato tali presupposti.
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Cessione del quinto: no ai costi a carico del lavoratore
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 22362/2024, ha stabilito che un datore di lavoro non può trattenere dallo stipendio dei dipendenti i costi amministrativi sostenuti per la gestione della cessione del quinto. La Corte ha rigettato il ricorso di un'azienda, confermando le decisioni dei giudici di merito. La gestione di tale pratica è stata considerata un'attività ordinaria, rientrante negli obblighi organizzativi dell'impresa. Solo dimostrando un aggravio di costi "intollerabile o sproporzionato" rispetto alla propria struttura, il datore di lavoro potrebbe giustificare un rimborso, ma in questo caso l'azienda non ha fornito tale prova.
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Cessione del quinto: no ai costi di gestione in busta paga
La Corte di Cassazione ha stabilito che un'azienda non può addebitare al dipendente i costi amministrativi per la gestione della cessione del quinto dello stipendio. Tali oneri rientrano nella normale gestione del rapporto di lavoro, a meno che l'azienda non dimostri che essi costituiscono un aggravio sproporzionato e intollerabile per la propria organizzazione. Nel caso di specie, la società non ha fornito tale prova, pertanto le trattenute sono state dichiarate illegittime.
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Retribuzione giornalista collaboratore fisso: la guida
La Corte di Cassazione ha stabilito che, in caso di riqualificazione del rapporto di lavoro di un giornalista da autonomo a 'collaboratore fisso', la determinazione della giusta retribuzione non può basarsi solo sui minimi contrattuali. I giudici devono valutare l'effettiva quantità e qualità del lavoro svolto per calcolare eventuali differenze retributive. Nel caso di specie, pur confermando la natura subordinata del rapporto, la Corte ha rinviato alla Corte d'Appello il ricalcolo della retribuzione giornalista collaboratore fisso, accogliendo il ricorso della lavoratrice su questo specifico punto.
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Società di comodo: la prova per evitare l’accertamento
Una società e i suoi soci sono stati oggetto di un accertamento fiscale per IRPEF e IRAP, poiché l'Agenzia delle Entrate l'ha classificata come "società di comodo" per non aver superato il test di operatività. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei contribuenti, confermando che la presunzione legale di non operatività si supera solo dimostrando l'esistenza di circostanze oggettive e straordinarie che hanno reso impossibile il raggiungimento del reddito minimo. Nel caso specifico, le argomentazioni dei ricorrenti, inclusa la stipula di un contratto di affitto con un'altra società gestita dalle stesse persone, sono state ritenute insufficienti e, anzi, elusive.
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Accesso abusivo sistema informatico: il caso del manager
Un manager, privo di credenziali personali, utilizza quelle di una dipendente per accedere al sistema informatico aziendale protetto. Condannato per accesso abusivo a sistema informatico, ricorre in Cassazione. La Corte, pur dichiarando il reato estinto per prescrizione, conferma la sua responsabilità civile. La sentenza stabilisce che la mancanza di credenziali proprie è prova dell'assenza di autorizzazione, rendendo l'accesso illecito a prescindere dal ruolo gerarchico.
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Liquidazione Giudiziale: no atto notarile per la domanda
Un socio di maggioranza ha impugnato la sentenza che apriva la liquidazione giudiziale della sua società, sostenendo che la domanda dell'amministratore fosse formalmente invalida e costituisse un abuso del processo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo un importante principio: la domanda di liquidazione giudiziale, a differenza di altri strumenti di regolazione della crisi, non necessita di verbale notarile. È sufficiente che sia sottoscritta dal legale rappresentante. Inoltre, ha chiarito che il socio non può eccepire l'abuso del processo per bloccare la procedura se lo stato di insolvenza è accertato.
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Controlli difensivi: la Cassazione sul licenziamento
La Corte di Cassazione ha confermato il licenziamento per giusta causa di una dipendente accusata di aver sottratto merce. La sentenza chiarisce la legittimità dei controlli difensivi effettuati tramite colleghi, distinguendoli dai controlli a distanza vietati. La Corte ha inoltre ribadito che il datore di lavoro non ha l'obbligo di fornire tutta la documentazione al lavoratore durante la fase disciplinare, ma solo nel successivo giudizio, e che l'onere della prova della giusta causa è stato correttamente assolto dall'azienda, anche grazie alle ammissioni della lavoratrice stessa.
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Società di comodo: la crisi di settore giustifica
Una società è stata classificata come "società di comodo" per non aver superato il test di operatività. La società ha dimostrato che il mancato raggiungimento dei ricavi minimi era dovuto alla decisione di ridurre il canone di affitto di un ramo d'azienda a causa di una nota crisi di settore. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Amministrazione Finanziaria, confermando che una situazione oggettiva e non dipendente dalla volontà dell'imprenditore, come una crisi di mercato, giustifica la disapplicazione del regime penalizzante previsto per le società di comodo.
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Associazione in partecipazione: quando non è società
La Corte di Cassazione ha confermato la validità di un contratto di associazione in partecipazione per la gestione di una farmacia, rigettando la tesi del ricorrente che lo riteneva un contratto di società nullo. Secondo la Corte, la presenza di clausole sulla plusvalenza o sulla durata non è sufficiente a riqualificare il rapporto se mancano gli elementi essenziali della società, come l'organizzazione comune e la condivisione del rischio d'impresa (affectio societatis). La corretta interpretazione del contratto, operata in modo complessivo e non atomistico, spetta al giudice di merito e non è sindacabile in sede di legittimità.
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Società di comodo: quando è legittimo il diniego?
Una società, impossibilitata a utilizzare il suo unico immobile a causa di permessi negati, è stata considerata una società di comodo. La Corte di Cassazione ha stabilito che la prolungata inattività, anche se originata da un impedimento iniziale, può trasformarsi in una scelta soggettiva dell'imprenditore, rendendo legittimo il diniego dell'Agenzia delle Entrate alla disapplicazione della normativa specifica.
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Società non operative: disapplicazione negata
Una società immobiliare chiede la disapplicazione della normativa sulle società non operative per il 2013, adducendo l'impossibilità di utilizzare il suo unico immobile a causa della mancata autorizzazione regionale. La Cassazione accoglie il ricorso dell'Agenzia delle Entrate, stabilendo che l'inattività prolungata e la mancata autorizzazione amministrativa non costituiscono 'circostanze oggettive' sufficienti a giustificare la disapplicazione, ma rientrano nel normale rischio d'impresa.
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Società di comodo: lavori di ristrutturazione bastano?
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 18581/2024, ha stabilito che un'impresa non è considerata una società di comodo se può dimostrare che i bassi ricavi sono dovuti a situazioni oggettive, come importanti lavori di ristrutturazione. La Corte ha chiarito che non è obbligatorio presentare un interpello preventivo per far valere tali ragioni in sede giudiziaria. La prova di un'impossibilità oggettiva a produrre reddito, dovuta a interventi strutturali necessari per la sicurezza, è sufficiente per vincere la presunzione legale di non operatività.
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Società non operative: quando è legittimo il diniego?
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 18578/2024, ha stabilito che la prolungata inattività di una società, anche se originata da un diniego di autorizzazione amministrativa, può configurarsi come una scelta imprenditoriale soggettiva e non come una causa oggettiva che giustifichi la disapplicazione della disciplina sulle società non operative. Sebbene il diniego all'interpello sia un atto impugnabile, la sua legittimità dipende da una rigorosa prova di circostanze che rendono impossibile il conseguimento di ricavi, distinguendo il normale rischio d'impresa da eventi straordinari.
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Società di comodo: il diniego è legittimo se inattiva
Una società immobiliare, rimasta inattiva per anni a seguito del diniego di un'autorizzazione amministrativa, si è vista respingere la richiesta di disapplicazione della normativa sulle società di comodo. La Corte di Cassazione ha stabilito che la prolungata inattività non costituisce una 'circostanza oggettiva' che giustifica l'esenzione dal regime fiscale penalizzante, ma rappresenta una scelta imprenditoriale soggettiva. Di conseguenza, il diniego dell'Agenzia Fiscale è stato ritenuto legittimo.
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Licenziamento disciplinare: Telepass come prova?
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità di un licenziamento disciplinare inflitto a un dipendente di una società autostradale. La sua prolungata inattività durante un turno di lavoro è stata provata tramite i dati del Telepass installato sul veicolo aziendale. La Corte ha stabilito che l'uso di tali dati non viola le norme sul controllo a distanza dei lavoratori, poiché il Telepass è primariamente uno strumento per il pagamento del pedaggio e non un dispositivo installato per la sorveglianza.
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Controllo investigativo dipendenti: i limiti del datore
Un lavoratore è stato licenziato dopo un'indagine privata. La Cassazione ha stabilito che il controllo investigativo dipendenti non può riguardare l'adempimento della prestazione lavorativa, ma solo la scoperta di illeciti. La sentenza d'appello è stata annullata con rinvio per una nuova valutazione.
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