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Liquidazione Giudiziale: no atto notarile per la domanda

Un socio di maggioranza ha impugnato la sentenza che apriva la liquidazione giudiziale della sua società, sostenendo che la domanda dell’amministratore fosse formalmente invalida e costituisse un abuso del processo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo un importante principio: la domanda di liquidazione giudiziale, a differenza di altri strumenti di regolazione della crisi, non necessita di verbale notarile. È sufficiente che sia sottoscritta dal legale rappresentante. Inoltre, ha chiarito che il socio non può eccepire l’abuso del processo per bloccare la procedura se lo stato di insolvenza è accertato.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Civile Sez. 1 Num. 30903 Anno 2025
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Liquidazione Giudiziale: non serve l’atto notarile per la domanda dell’amministratore

Con una recente ordinanza, la Corte di Cassazione ha stabilito un punto fermo sulle formalità necessarie per avviare una procedura di Liquidazione Giudiziale. La decisione chiarisce che la richiesta presentata dall’amministratore di una società non richiede un verbale redatto da notaio, a differenza di quanto previsto per altri strumenti di regolazione della crisi. Questo intervento giurisprudenziale è fondamentale per amministratori, soci e professionisti del settore, poiché delinea con precisione i confini tra le diverse procedure concorsuali introdotte dal Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza (c.c.i.i.).

I Fatti di Causa

Il caso trae origine dalla decisione dell’amministratore unico di una S.p.A. di richiedere al Tribunale l’apertura della liquidazione giudiziale per la società da lui gestita, a causa di un grave stato di insolvenza. A questa iniziativa si opponeva fermamente il socio di maggioranza, il quale proponeva reclamo contro la sentenza del Tribunale che aveva accolto la richiesta.

Il socio lamentava principalmente due aspetti:

  1. Un vizio di forma: sosteneva che la decisione dell’amministratore di presentare l’istanza dovesse essere formalizzata con un atto notarile e iscritta nel registro delle imprese, come previsto dall’art. 120-bis del c.c.i.i.
  2. Un abuso del processo: accusava l’amministratore di aver agito non per tutelare la società e i creditori, ma per finalità personali, ignorando concrete possibilità di risanamento e ricapitalizzazione offerte da investitori terzi.

La Corte d’Appello rigettava il reclamo, confermando l’apertura della liquidazione. Avverso tale decisione, il socio proponeva ricorso per Cassazione.

La Domanda di Liquidazione Giudiziale e i suoi requisiti

Il cuore della controversia risiede nella corretta interpretazione delle norme procedurali del Codice della crisi. Il ricorrente insisteva sull’applicazione dell’art. 120-bis c.c.i.i., che impone requisiti formali stringenti (come l’atto notarile) per l’accesso agli “strumenti di regolazione della crisi e dell’insolvenza”.

La Corte di Cassazione, tuttavia, ha sposato la tesi della Corte d’Appello, operando una distinzione cruciale. L’art. 120-bis è inserito in una sezione del Codice dedicata a procedure come gli accordi di ristrutturazione o il concordato preventivo, che mirano a superare la crisi preservando, se possibile, la continuità aziendale. La Liquidazione Giudiziale, invece, è una procedura distinta, disciplinata da altre norme (Titolo V del Codice), il cui scopo è liquidare il patrimonio per pagare i creditori quando il risanamento non è più un’opzione.

La differenza tra Liquidazione Giudiziale e strumenti di regolazione

La Suprema Corte ha chiarito che l’art. 40 c.c.i.i., che disciplina la domanda di accesso alle procedure, distingue nettamente tra i due percorsi. Mentre per gli “strumenti di regolazione” richiama esplicitamente le formalità dell’art. 120-bis, non fa altrettanto per la domanda di Liquidazione Giudiziale. Per quest’ultima, la legge non richiede né il verbale notarile, né la preventiva comunicazione ai soci. La decisione rientra nella competenza esclusiva degli amministratori, e l’istanza è valida purché sottoscritta da chi ha la rappresentanza legale della società.

Abuso del Processo: Quando il Socio Può Opporsi?

Un altro punto fondamentale affrontato dalla Corte riguarda la presunta natura abusiva della domanda dell’amministratore. Il socio sosteneva che l’iniziativa fosse pretestuosa e dannosa, volta a favorire terzi a discapito della società.

La Cassazione ha ritenuto inammissibile questa censura, spiegando che la figura dell’abuso del processo in questo contesto può essere invocata a tutela dei creditori, non dei soci. L’interesse del socio alla conservazione del patrimonio sociale è un “interesse di fatto”, tutelato in via riflessa. La liquidazione del patrimonio sociale, infatti, danneggia i creditori direttamente, mentre la perdita di valore della partecipazione del socio è una conseguenza indiretta.

Il socio, quindi, non può bloccare la procedura di Liquidazione Giudiziale lamentando le motivazioni dell’amministratore se lo stato di insolvenza è conclamato. I suoi rimedi sono altri e si collocano sul piano del diritto societario: l’azione di responsabilità contro l’amministratore, la sua revoca per giusta causa o la richiesta di controllo giudiziario per gravi irregolarità gestorie.

Le Motivazioni della Corte di Cassazione

La Corte ha rigettato tutti i motivi di ricorso, confermando la piena legittimità della procedura avviata. Le motivazioni si fondano su una chiara interpretazione sistematica e letterale del Codice della crisi. La distinzione tra procedure conservative (strumenti di regolazione) e procedure liquidatorie è netta, e a esse corrispondono regimi procedurali differenti. Estendere le formalità previste per le prime alla Liquidazione Giudiziale sarebbe un’errata applicazione della legge.

Inoltre, la Corte ha ribadito che, una volta accertata l’insolvenza, la domanda di liquidazione costituisce un atto dovuto per l’amministratore, finalizzato a porre un argine all’aggravamento del dissesto e a tutelare la par condicio creditorum. In tale scenario, le contestazioni del socio sulle motivazioni recondite dell’amministratore diventano irrilevanti ai fini della procedura concorsuale, pur potendo fondare altre azioni in sede societaria.

Conclusioni e Principio di Diritto

La Cassazione ha concluso rigettando il ricorso e ha enunciato il seguente principio di diritto:

“La decisione degli amministratori della società di accedere alla procedura di liquidazione giudiziale non è assoggettata alla disciplina dell’art. 120-bis c.c.i.i. e non deve, pertanto, risultare da verbale redatto da notaio né dev’essere come tale depositata e iscritta nel registro delle imprese, né, infine, una volta assunta, dev’essere comunicata ai soci della società debitrice, essendo sufficiente, ma anche necessario, che la stessa, che è e resta di loro esclusiva competenza, sia sottoscritta da coloro che ne abbiano la rappresentanza”.

Questa pronuncia offre un’importante guida pratica: gli amministratori che si trovano di fronte a uno stato di insolvenza irreversibile possono e devono agire tempestivamente per richiedere la Liquidazione Giudiziale, senza essere vincolati da complesse formalità notarili. Al contempo, i soci sono avvertiti che la loro tutela contro eventuali gestioni abusive non passa attraverso l’opposizione alla liquidazione, ma attraverso gli strumenti specifici previsti dal diritto societario.

Per presentare domanda di Liquidazione Giudiziale, l’amministratore di una società ha bisogno di un atto notarile?
No. La Corte di Cassazione ha chiarito che la decisione di accedere alla liquidazione giudiziale rientra nella competenza esclusiva degli amministratori e non richiede le formalità previste dall’art. 120-bis del Codice della crisi (come il verbale notarile), che si applicano invece agli strumenti di regolazione della crisi (es. concordato preventivo).

Un socio può opporsi alla Liquidazione Giudiziale sostenendo che l’amministratore stia abusando del proprio potere?
No, se lo stato di insolvenza della società è accertato. Secondo la Corte, l’eventuale abuso del processo può essere fatto valere a tutela dei creditori, ma non del socio. L’interesse del socio è considerato indiretto e la sua tutela contro una gestione scorretta deve essere perseguita con gli strumenti del diritto societario (es. azione di responsabilità), non bloccando la procedura concorsuale.

Qual è la principale differenza formale tra la domanda di Liquidazione Giudiziale e quella per accedere a un altro strumento di crisi?
La differenza fondamentale risiede nei requisiti di forma. Per accedere a uno “strumento di regolazione della crisi e dell’insolvenza” (come accordi di ristrutturazione o concordati), la decisione degli amministratori deve risultare da un verbale redatto da notaio ed essere depositata nel registro imprese. Per la domanda di Liquidazione Giudiziale, invece, è sufficiente che l’istanza sia sottoscritta dal legale rappresentante della società.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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