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Art. 2086 Codice Civile

74 provvedimenti

Inerenza dei costi: bonus infragruppo bocciato dalla Cassazione
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a una società commerciale la deduzione fiscale di sconti promozionali concessi a una propria controllata. L'Ufficio ha rilevato l'incongruità di tali sconti, pari al doppio rispetto a quelli accordati ad altre imprese affiliate che compivano volumi di acquisto nettamente superiori. L'operazione generava un indebito vantaggio fiscale complessivo abbattendo i ricavi della capogruppo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società contribuente, confermando la piena legittimità della ripresa a tassazione. I giudici hanno stabilito che l'evidente antieconomicità di una spesa costituisce un valido indizio della mancata inerenza dei costi. La libertà di iniziativa economica non tutela condotte platealmente irrazionali volte a ridurre la base imponibile.
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Articolo 2409 c.c.: limiti alla denuncia dei soci
La Corte d'Appello ha confermato il rigetto di un reclamo basato sull'Articolo 2409 c.c. presentato da un socio di minoranza. La contestazione riguardava la presunta mancanza di indipendenza del collegio sindacale. La decisione chiarisce che la mera irregolarità formale nella nomina non integra una grave irregolarità gestoria se non viene dimostrato un pericolo concreto di danno per il patrimonio sociale.
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Concordato preventivo: il rinvio dell’udienza non salva il termine
Una società in crisi ha proposto una seconda domanda di concordato preventivo dopo la revoca della prima proposta. L'Agente della Riscossione aveva già richiesto l'apertura della liquidazione giudiziale. Il tribunale ha dichiarato inammissibile la nuova proposta perché presentata oltre la prima udienza del procedimento, violando il termine di decadenza previsto dalla legge. La società ha sostenuto che per prima udienza si dovesse intendere quella di effettiva trattazione del merito e non un'udienza di mero rinvio. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che la prima udienza utile fa scattare la decadenza, anche se in tale sede il giudice si limita a rinviare la decisione. Di conseguenza, la società perde definitivamente la causa e deve pagare le spese di giudizio.
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Società di comodo: investimenti milionari ma ricavi a zero
Una società, rimasta inattiva per anni, acquista nel 2006 quote di altre due imprese. L'Agenzia delle Entrate la qualifica come "Società di comodo" (società non operativa) ed emette un accertamento per maggiori imposte. La società si difende sostenendo l'impossibilità di produrre ricavi a causa dell'inattività e del fatto che le partecipate avevano ottenuto la disapplicazione della norma. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso della società. I giudici chiariscono che l'inattività o la mancanza di pianificazione aziendale non costituiscono cause oggettive di impossibilità. Spetta all'imprenditore organizzare l'attività per generare profitti. La società perde la causa e deve pagare le spese di giudizio.
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Società di comodo: sì al rimborso IVA se il blocco è esterno
L'Agenzia delle Entrate ha negato a una società consortile il rimborso dell'IVA per l'anno 2008, qualificandola come società di comodo ai sensi della legge n. 724/1994. La società ha contestato il diniego, dimostrando che l'inattività era dovuta a cause oggettive e non imputabili: il blocco della costruzione di termovalorizzatori causato da una sentenza della Corte di Giustizia Europea e dal successivo stop politico e amministrativo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del fisco, confermando che la presunzione di inoperatività può essere superata provando impedimenti oggettivi esterni, anche direttamente in sede di giudizio senza previo interpello. La società ottiene così il diritto al rimborso IVA e la condanna del fisco alle spese.
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Domanda con riserva: senza notaio scatta la liquidazione
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di una società in liquidazione, confermando l'inammissibilità della sua domanda con riserva di accesso agli accordi di ristrutturazione dei debiti. I giudici hanno stabilito che la decisione di accedere a uno strumento di regolazione della crisi deve essere formalizzata tramite un verbale redatto da un notaio, come previsto dall'articolo 120-bis del Codice della Crisi e dell'Insolvenza. Questa formalità non è un semplice adempimento burocratico, ma un requisito societario essenziale per garantire la trasparenza verso i soci e i terzi, oltre a definire le responsabilità degli amministratori. Di conseguenza, la mancanza del verbale notarile rende la domanda con riserva del tutto inammissibile, confermando l'apertura della liquidazione giudiziale richiesta dall'ente creditore.
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Sequestro conservativo: guida alla responsabilità
Il Tribunale di Venezia ha disposto un sequestro conservativo fino a 900.000 euro nei confronti dell'ex amministratore di una società in liquidazione giudiziale. L'azione è scaturita da gravi condotte distrattive, tra cui l'ottenimento di finanziamenti pubblici tramite fatture false e la mancata tenuta delle scritture contabili. La decisione si fonda sulla prova di documenti bancari contraffatti e sul rischio di dispersione del patrimonio del resistente, che aveva messo in vendita il suo unico immobile.
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Insubordinazione grave: legittimo il licenziamento
La Corte d'Appello ha confermato la destituzione di un dipendente per insubordinazione grave. Il lavoratore aveva rifiutato un trasferimento e tenuto condotte aggressive verso i superiori. La sentenza ribadisce che la violazione del vincolo fiduciario e il rifiuto ingiustificato degli ordini datoriali legittimano la massima sanzione espulsiva.
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Sanzione disciplinare: rifiuta l’ordine ma perde per altro motivo
Un'azienda di trasporti ha inflitto una sanzione disciplinare conservativa (sospensione di due giorni) a un autista. L'autista si era rifiutato di guidare un autobus con passeggeri in piedi su un tratto autostradale e, successivamente, di cedere il mezzo a un superiore. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità della sanzione. Secondo i giudici, il secondo rifiuto, ovvero l'impedire al sostituto di guidare, costituisce di per sé un'insubordinazione sufficiente a giustificare la punizione, a prescindere dalla potenziale illegittimità del primo ordine. L'autista ha quindi perso la causa.
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Subordinazione: i fatti prevalgono sul contratto
La Corte di Cassazione ha confermato la natura di **subordinazione** per un rapporto di lavoro presso un ente pubblico di ricerca, inizialmente formalizzato come collaborazione autonoma. Nonostante la denominazione contrattuale, i giudici hanno rilevato la presenza di orari fissi, compenso mensile costante, assenza di rischio e svolgimento di mansioni identiche a quelle dei dipendenti di ruolo. La Suprema Corte ha ribadito che l'effettivo svolgimento del rapporto prevale sulla qualificazione formale scelta dalle parti, dichiarando inammissibile il ricorso dell'ente che mirava a una nuova valutazione dei fatti già accertati nei gradi di merito.
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Società di comodo: superare la presunzione legale
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Agenzia delle Entrate contro una sentenza che aveva annullato accertamenti fiscali basati sulla disciplina della società di comodo. Il giudice di merito aveva erroneamente considerato lo stato di abbandono di un cantiere navale e la crisi di mercato come cause oggettive di inoperatività. La Suprema Corte ha stabilito che l'inattività e il degrado dei beni aziendali non costituiscono automaticamente una prova contraria alla presunzione di non operatività, poiché spesso rappresentano l'effetto di scelte gestionali inefficienti piuttosto che cause esterne imprevedibili. Per superare la presunzione, il contribuente deve dimostrare l'esistenza di un piano aziendale o di tentativi concreti di recupero produttivo.
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Sfruttamento del lavoro: Cassazione su estorsione
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 9200/2026, ha confermato la condanna per un datore di lavoro accusato di sfruttamento del lavoro ed estorsione. I dipendenti erano costretti a turni massacranti, privi di riposi e sicurezza, e obbligati a restituire parte dello stipendio sotto minaccia di licenziamento. La Corte ha chiarito che lo stato di bisogno non richiede l'annientamento della libertà, ma una grave difficoltà che condizioni le scelte del lavoratore.
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Lavoro subordinato pubblico: quando è inammissibile
Un ente pubblico ricorre in Cassazione contro la riqualificazione di un contratto di collaborazione in lavoro subordinato pubblico. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile, specificando che la contestazione sulla valutazione dei fatti, come la natura subordinata di un rapporto, non costituisce motivo di 'violazione di legge' ma attiene al merito, non sindacabile in sede di legittimità se non per vizio di motivazione. La sentenza della Corte d'Appello viene quindi confermata.
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Contratti a termine: limiti della deroga stagionale
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 31755/2023, ha chiarito i limiti della contrattazione collettiva nel definire le attività stagionali per la stipula di contratti a termine. Il caso riguardava una lavoratrice di un call center di una compagnia aerea, il cui rapporto di lavoro a tempo determinato era stato prorogato oltre il limite massimo legale. La Corte ha stabilito che la qualifica di 'stagionale' non può essere un'etichetta generica usata per eludere la legge, ma deve corrispondere a esigenze oggettive e temporanee. Di conseguenza, ha confermato la conversione del rapporto in un contratto a tempo indeterminato e il diritto della lavoratrice al risarcimento.
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Limite contratti a termine: no deroga senza stagionalità
La Corte di Cassazione ha confermato la conversione di contratti a termine in un rapporto a tempo indeterminato nel settore aeroportuale. La Corte ha stabilito che la deroga al limite contratti a termine di 36 mesi per attività stagionali non si applica se il contratto collettivo si limita a un rinvio generico all'attività del settore, senza specificare quali mansioni abbiano una reale e distinta natura stagionale rispetto a quelle con semplici picchi di lavoro.
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Attività stagionale: limiti ai contratti a termine
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 9243/2023, ha stabilito che per derogare al limite massimo di 36 mesi per i contratti a termine, non è sufficiente una generica qualificazione di un settore come stagionale da parte della contrattazione collettiva. È necessaria una specifica individuazione delle mansioni che costituiscono un'effettiva attività stagionale, distinta da quella continuativa con semplici picchi di lavoro. Nel caso di specie, riguardante una società di servizi aeroportuali, la Corte ha confermato la conversione dei contratti in rapporti a tempo indeterminato per superamento del limite legale.
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Società di comodo: Cassazione e la Direttiva IVA
Una società operante nel settore del riciclo è stata classificata come 'società di comodo' dall'Agenzia delle Entrate per mancanza di ricavi, nonostante avesse sostenuto costi significativi per avviare l'attività. La causa dell'inattività era il ritardo del Comune nel rilasciare la necessaria concessione edilizia. La Corte di Cassazione, richiamando una sentenza della Corte di Giustizia Europea, ha annullato l'accertamento. Ha stabilito che la qualifica di società di comodo non può basarsi su una mera presunzione legata ai ricavi, specialmente in presenza di oggettive cause di forza maggiore. La normativa italiana è stata ritenuta in contrasto con il principio di neutralità dell'IVA sancito dal diritto europeo.
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Società non operative: il grant revocato non basta
La Corte di Cassazione ha stabilito che la revoca di un finanziamento regionale non costituisce una scusa sufficiente per disapplicare la normativa sulle società non operative. Un'impresa non può fondare il suo intero piano di sviluppo su fondi pubblici e deve dimostrare di aver cercato attivamente finanziamenti alternativi o di aver intrapreso altre iniziative per perseguire i propri scopi sociali. La Corte ha cassato la decisione del giudice di merito che aveva ritenuto la revoca del contributo una valida 'situazione oggettiva impeditiva'.
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Responsabilità professionale avvocato: no onorario
La Corte di Cassazione ha negato il compenso a un legale per inadempimento, evidenziando la sua responsabilità professionale avvocato. La strategia adottata, sebbene formalmente corretta, è stata giudicata concretamente inutile e non ha tutelato gli interessi del cliente, una società in grave crisi. Il dovere del professionista non si limita al compimento di atti procedurali, ma include una valutazione sostanziale sull'utilità e fattibilità delle azioni intraprese per il cliente.
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Responsabilità professionale avvocato: il caso
La Corte di Cassazione conferma il rigetto della richiesta di compenso di un avvocato per l'assistenza a un'impresa in crisi. La Corte ha stabilito che la responsabilità professionale dell'avvocato impone di fornire prestazioni utili. Proporre una soluzione di risanamento palesemente impraticabile fin dall'inizio, data la condizione dell'impresa, costituisce un inadempimento contrattuale che non dà diritto al pagamento.
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