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Art. 1460 Codice Civile — Anno 2023

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162 provvedimenti

Altri anni per Art. 1460 Codice Civile

Eccezione di inadempimento: i professionisti perdono il compenso
I Professionisti hanno chiesto l'ammissione al passivo di un'Azienda in amministrazione straordinaria per compensi professionali legati a un mandato di gruppo. L'Azienda ha sollevato l'eccezione di inadempimento, contestando la qualità delle prestazioni. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei Professionisti, confermando che spetta al lavoratore autonomo dimostrare l'esatto adempimento del proprio incarico quando il cliente contesta l'attività. Inoltre, l'accordo con cui l'Azienda si era accollata in solido i debiti delle altre società del gruppo, senza previa autorizzazione del tribunale durante il concordato preventivo, è inefficace verso i creditori poiché costituisce un atto di straordinaria amministrazione per via della sproporzione tra il debito assunto e il beneficio diretto ottenuto.
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Cessione del ramo d’azienda: il prezzo va pagato anche senza SOA
Una società acquirente ha sospeso il pagamento del saldo per l'acquisto di quote societarie, eccependo l'inadempimento della società cedente. L'acquirente sosteneva che la cessione del ramo d'azienda includesse il trasferimento automatico delle attestazioni SOA per gli appalti pubblici e che la cedente avesse ostacolato tale riconoscimento. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'acquirente. I giudici hanno chiarito che le attestazioni SOA sono provvedimenti amministrativi non trasferibili automaticamente con la cessione del ramo d'azienda. Per vincolare il venditore a garantire il conseguimento di tali certificazioni, è necessaria una specifica clausola contrattuale di garanzia, assente nel caso di specie. Di conseguenza, l'acquirente è stato condannato a pagare il saldo del prezzo pattuito.
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Responsabilità professionale dell’avvocato: no compenso se tace
La Corte di Cassazione ha confermato che la responsabilità professionale dell'avvocato sussiste se questi omette di informare la cliente della possibilità di accedere al gratuito patrocinio e delle conseguenze di una sentenza ecclesiastica di nullità del matrimonio. Nel caso specifico, un legale ha chiesto il pagamento delle proprie competenze, ma la cliente ha sollevato l'eccezione di inadempimento. La Cassazione ha rigettato sia la richiesta di compenso del professionista, per grave violazione dei doveri di correttezza e informazione, sia la domanda di risarcimento danni della cliente, per mancanza di prova del danno concreto. Entrambe le parti escono sconfitte dal giudizio, con compensazione delle spese legali.
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Risoluzione del contratto: committente contro artigiano
Un comproprietario ha citato in giudizio un artigiano chiedendo la risoluzione del contratto a causa dell'interruzione dei lavori di piastrellatura della scala comune. L'artigiano si è difeso dimostrando che lo stop era stato ordinato dal direttore dei lavori, incaricato da entrambi i proprietari, su richiesta dell'altro comproprietario per non disturbare gli inquilini. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del committente, confermando che non sussiste alcun inadempimento da parte dell'artigiano. L'interruzione era legittima poiché ordinata da un soggetto autorizzato e giustificata dal disaccordo tra i comproprietari. Di conseguenza, la richiesta di risoluzione del contratto è stata respinta, confermando la correttezza dell'operato dell'artigiano.
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Contratto di somministrazione: firme false e ricorso respinto
Una clinica privata si oppone a decreti ingiuntivi emessi a favore di una cooperativa per un servizio regolato da un contratto di somministrazione. La clinica contesta la competenza del tribunale, sostenendo che un accordo prevedesse un foro diverso, e solleva un'eccezione di inadempimento per presunta cattiva gestione. Tuttavia, le firme sui contratti prodotti risultano false o i documenti non vengono rintracciati. La Corte d'Appello respinge l'opposizione e la Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. La Suprema Corte evidenzia che la clinica non ha fornito prove adeguate sulla reale esistenza del contratto originale con la clausola di competenza favorevole, né ha formulato correttamente i motivi di ricorso, violando le regole procedurali sulla specificità dei documenti. Vince la cooperativa, che ottiene il pagamento delle somme e il rimborso delle spese legali.
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Lavori mai finiti: l’onere della prova nell’inadempimento
I Committenti affidano i lavori di ristrutturazione della propria casa a un'Impresa Edile, versando un acconto. L'Impresa non termina le opere nei tempi stabiliti, realizzando solo interventi minimi. I Committenti chiedono la restituzione delle somme e il risarcimento dei danni. La Corte d'Appello condanna l'Impresa a restituire gran parte dell'acconto, ma rigetta la richiesta di risarcimento per mancanza di prove. La Cassazione conferma questa decisione. Ribadisce che l'onere della prova nell'inadempimento impone al creditore solo di dimostrare il contratto, mentre spetta al debitore provare di aver adempiuto. Conferma inoltre che il risarcimento del danno non può essere liquidato in via equitativa se non viene prima dimostrata la reale esistenza del danno stesso. Entrambi i ricorsi vengono quindi respinti.
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Rimborso tariffa depurazione: l’utente vince contro il gestore
Alcuni utenti del servizio idrico hanno chiesto il rimborso tariffa depurazione a causa del malfunzionamento del depuratore comunale, che eseguiva solo un trattamento primario delle acque invece di quello secondario previsto dalla legge. Il Tribunale ha accolto la domanda, condannando il gestore alla restituzione delle somme. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, rigettando il ricorso dell'azienda. I giudici hanno chiarito che la tariffa idrica è un corrispettivo contrattuale e non una tassa: se il servizio è assente o gravemente insufficiente, l'utente può legittimamente rifiutarsi di pagare la relativa quota. Inoltre, la società subentrata nella gestione risponde dei rimborsi anche per il periodo precedente al subentro, e il diritto al rimborso si prescrive nel termine ordinario di dieci anni.
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Tariffa depurazione acque: utenti battono il gestore inefficiente
Alcuni utenti hanno citato in giudizio il gestore del servizio idrico chiedendo la restituzione delle somme versate negli ultimi dieci anni per la tariffa depurazione acque. L'impianto locale effettuava infatti solo un trattamento primario e non la depurazione biologica completa prescritta dalla legge. Il Tribunale ha accolto la domanda, ritenendo il servizio gravemente insufficiente. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, rigettando il ricorso dell'azienda. I giudici hanno chiarito che la tariffa depurazione acque ha natura di corrispettivo contrattuale: se il servizio non è eseguito correttamente, l'utente può legittimamente rifiutare il pagamento e chiedere il rimborso. Inoltre, il diritto alla restituzione si prescrive in dieci anni e l'obbligo di rimborso grava anche sul nuovo gestore subentrato nel contratto.
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Rimborso tariffa depurazione: utenti vincono contro il gestore
Alcuni utenti del servizio idrico hanno richiesto il rimborso tariffa depurazione poiché l'impianto comunale effettuava solo un trattamento primario delle acque, anziché quello secondario previsto dalla legge. Il Tribunale ha accolto la domanda, condannando il gestore alla restituzione delle somme versate negli ultimi dieci anni. La Cassazione ha confermato la decisione, rigettando il ricorso del gestore. La Corte ha stabilito che l'insufficiente funzionamento del depuratore rompe la reciprocità del contratto, azzerando l'obbligo di pagare la tariffa. Inoltre, il nuovo gestore subentrato risponde anche dei rimborsi passati e il diritto alla restituzione si prescrive nel termine ordinario di dieci anni.
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Rimborso tariffa depurazione acque: vittoria dell’utente
Un'utente ha richiesto il rimborso tariffa depurazione acque al gestore idrico, poiché l'impianto comunale effettuava solo un trattamento primario e non quello secondario (biologico) previsto dalla legge. Il Tribunale ha accolto la domanda, ordinando la restituzione delle somme degli ultimi dieci anni. La Cassazione ha rigettato il ricorso del gestore, confermando che la tariffa è il corrispettivo di un servizio effettivo: se la depurazione è insufficiente, il pagamento non è dovuto. Inoltre, la Corte ha chiarito che la società subentrata nel contratto risponde anche dei rimborsi precedenti al suo ingresso e che il diritto al rimborso si prescrive in dieci anni, non cinque.
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Rimborso tariffa depurazione: l’utente vince, l’azienda paga
Un cittadino ha richiesto il rimborso tariffa depurazione all'azienda idrica a causa del malfunzionamento del depuratore locale, che effettuava solo un trattamento primario anziché quello biologico completo previsto dalla legge. L'azienda si è difesa sostenendo che la tariffa coprisse i costi generali del servizio d'ambito e che la richiesta fosse prescritta. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'azienda. I giudici hanno chiarito che la tariffa idrica ha natura di corrispettivo contrattuale: se il servizio di depurazione è inesistente o gravemente insufficiente, la quota non è dovuta. Inoltre, l'azienda subentrata nel contratto risponde anche dei rimborsi precedenti e il diritto dell'utente si prescrive nel termine ordinario di dieci anni.
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Onere della prova: il fornitore deve provare la consegna
Un professionista ha ordinato materiale di cancelleria a una società fornitrice, ma ha contestato la consegna parziale e la presenza di difetti, rifiutandosi di pagare l'intero importo. La società ha ottenuto un decreto ingiuntivo, contro cui il cliente ha proposto opposizione sollevando l'eccezione di inadempimento. I giudici di merito hanno dato ragione alla società, sostenendo che spettasse al cliente dimostrare la mancata consegna. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del professionista, stabilendo che l'onere della prova della corretta fornitura spetta sempre al creditore (la società) e non al debitore. La sentenza è stata cassata con rinvio per un nuovo esame.
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Compensazione del credito: nessun taglio sul prezzo se c’è lite
I Compratori acquistano un immobile con scrittura privata, scoprendo poi un sequestro conservativo sul bene da parte di una Creditrice Terza per debiti del Venditore. Per liberare l'immobile, i Compratori pagano la Creditrice Terza tramite transazione e pretendono la compensazione del credito con il saldo del prezzo dovuto al Venditore. Il Venditore si oppone, avendo sempre contestato quel debito. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso dei Compratori: la compensazione del credito non può operare se il controcredito è contestato o litigioso. I Compratori devono quindi pagare l'intero saldo prezzo al Venditore, senza poter detrarre quanto versato spontaneamente al terzo creditore.
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Conclusione del contratto: quando il fax non basta
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della Società Venditrice, confermando che non si era verificata la conclusione del contratto di compravendita di 29 autobus usati con l'Azienda di Trasporti. I giudici hanno chiarito che lo scambio di fax e bozze non costituisce un accordo vincolante se mancano elementi essenziali come le schede tecniche dei mezzi e la verifica del chilometraggio, e se è presente la clausola 'salvo il venduto'. Inoltre, una lettera di messa in mora inviata dalla Società Venditrice direttamente al Comune dimostrava che quest'ultimo, e non l'Azienda di Trasporti, era il reale contraente designato. Di conseguenza, la Società Venditrice perde la causa e viene condannata a pagare le spese legali.
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Clausola di manleva: la Cassazione ne limita l’efficacia
Una società di servizi ha ottenuto un decreto ingiuntivo contro un'azienda committente per il pagamento di prestazioni eseguite. L'azienda si è opposta invocando una clausola di manleva che la esonerava dalle pretese dei dipendenti dell'appaltatrice. I giudici di merito hanno accolto l'opposizione basandosi sul solo testo letterale. La Cassazione ha invece accolto il ricorso della società di servizi, stabilendo che l'interpretazione del contratto non può limitarsi al significato letterale delle parole. La clausola di manleva deve essere interpretata indagando la comune intenzione delle parti e il loro comportamento complessivo, limitando la garanzia alle sole pretese dei lavoratori sorte durante l'esecuzione dell'appalto e legate alla responsabilità solidale, escludendo i crediti maturati successivamente.
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Accettazione tacita dell’eredità: perdere la caparra per errore
Il Chiamato all'Eredità richiede alla Società Venditrice la restituzione della caparra confirmatoria versata dalla madre defunta per l'acquisto di un immobile. La Società Venditrice invia una diffida ad adempiere e, non ricevendo risposta, recede dal contratto trattenendo la caparra. Il Chiamato all'Eredità sostiene di non aver ancora accettato l'eredità e contesta la mancanza del certificato di agibilità dell'immobile. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso. La richiesta di restituzione della caparra non è un atto conservativo, ma comporta lo scioglimento del contratto e configura un'**accettazione tacita dell'eredità**. Inoltre, la mancanza del certificato di agibilità non rende nullo il rogito e doveva essere contestata subito, non anni dopo in giudizio. La Società Venditrice vince la causa e trattiene legittimamente la caparra.
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Patto di non concorrenza: l’agente viola l’accordo e paga la penale
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un ex agente di commercio, confermando la sua condanna al pagamento di una penale per aver violato il patto di non concorrenza. L'agente sosteneva che il mancato pagamento dell'indennità da parte della società preponente rendesse inefficace l'accordo. I giudici hanno invece chiarito che l'obbligo di non fare concorrenza sorge immediatamente al momento della firma del contratto. Di conseguenza, la violazione commessa dall'agente legittima il rifiuto della società di pagare l'indennità e fa scattare l'obbligo di versare la penale concordata. La Cassazione ha inoltre confermato l'impossibilità di ridurre la penale, ritenendola proporzionata all'interesse della società.
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Eccezione di inadempimento: locale allagato e affitto ridotto
Un'azienda proprietaria ha intimato lo sfratto a un inquilino commerciale per il mancato pagamento dei canoni. L'inquilino si è opposto sollevando l'eccezione di inadempimento, poiché il magazzino interrato presentava gravi infiltrazioni d'acqua e muffa che danneggiavano la merce. La Corte d'Appello ha dato ragione all'inquilino, riducendo il canone del 30% e condannando la proprietaria a pagare l'indennità di avviamento commerciale. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando inammissibile il ricorso della proprietaria. La Suprema Corte ha ribadito che l'inquilino può legittimamente ridurre o sospendere il canone se il proprietario non mantiene i locali in stato da servire all'uso pattuito.
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Sospensione del pagamento del canone: no all’inquilino moroso
Il Locatore ha intimato lo sfratto per morosità alla Società Conduttrice per il mancato pagamento dei canoni di locazione di un immobile commerciale. La Società Conduttrice si è opposta, chiedendo il risarcimento dei danni causati da infiltrazioni d'acqua e pretendendo la legittimità della sospensione del pagamento del canone. I giudici di merito hanno accertato che le infiltrazioni derivavano da problemi strutturali del condominio e che la conduttrice aveva persino ostacolato i lavori di ripristino. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della società, confermando che l'inquilino non può decidere autonomamente la sospensione del pagamento del canone se continua a godere dell'immobile. La società è stata condannata al pagamento delle spese di giudizio.
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Riserva negli appalti pubblici: ritardi e collaudo contestato
Un consorzio di imprese (L'Appaltatore) ha richiesto il risarcimento dei danni al Committente pubblico per un ritardo di oltre sette anni nell'esecuzione del collaudo finale di alcune opere ferroviarie. Il Committente ha eccepito che il ritardo era dovuto ai gravi vizi riscontrati in molti impianti e che la richiesta risarcitoria era tardiva. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Appaltatore. I giudici hanno stabilito che la riserva negli appalti pubblici deve essere iscritta immediatamente nel registro di contabilità non appena il danno è percepibile, senza attendere la fine dei lavori. Inoltre, il Committente ha il diritto di rifiutare la consegna dell'intera opera se vi sono gravi difetti in singoli impianti, anche se altre parti sono state completate correttamente. L'Appaltatore perde definitivamente la causa e deve pagare le spese di giudizio.
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