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Art. 1455 Codice Civile — Sezione Lavoro Civile

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53 provvedimenti

Altri anni per Art. 1455 Codice Civile

Risoluzione giusta causa: ricorso inammissibile
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un agente contro la risoluzione per giusta causa del suo contratto. La decisione si fonda su vizi procedurali, come la violazione del principio della "doppia conforme" e la richiesta impropria di una nuova valutazione dei fatti, attività preclusa alla Suprema Corte. La Corte ha ribadito che il ricorso deve essere specifico e non può limitarsi a chiedere un riesame del merito della controversia già decisa conformemente nei primi due gradi di giudizio.
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Licenziamento giusta causa: note spese e Cassazione
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità di un licenziamento per giusta causa inflitto a una lavoratrice per aver richiesto rimborsi spesa per tragitti non lavorativi e in eccesso rispetto agli accordi. La Corte ha ritenuto la contestazione disciplinare tempestiva e ha giudicato inammissibile la richiesta di rivalutare la gravità dei fatti, confermando la rottura del vincolo fiduciario.
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Licenziamento sproporzionato per rimborso spese errato
Una lavoratrice è stata licenziata per aver richiesto un rimborso spese parzialmente non dovuto di circa 266 euro tramite un portale aziendale. La Corte di Cassazione ha annullato la decisione della Corte d'Appello, definendolo un licenziamento sproporzionato. La Suprema Corte ha stabilito che una richiesta irregolare, processata attraverso un sistema aziendale che prevede controlli, non può essere assimilata al furto e la sanzione deve essere proporzionata alla reale gravità del fatto.
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Licenziamento giusta causa: email offensiva e sanzione
La Corte di Cassazione ha confermato il licenziamento per giusta causa di una dipendente di un'azienda di lusso, addetta alle pubbliche relazioni. La lavoratrice aveva inviato per errore a una giornalista una email contenente commenti offensivi destinata a un suo superiore. La Corte ha ritenuto che tale condotta, data la delicatezza del ruolo ricoperto, fosse idonea a ledere irrimediabilmente il rapporto di fiducia con il datore di lavoro e a danneggiare l'immagine e gli interessi aziendali, giustificando la massima sanzione espulsiva.
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Sanzioni conservative: contratto collettivo vince
Un lavoratore viene licenziato per un comportamento ritenuto poco collaborativo. La Corte di Cassazione annulla la decisione, stabilendo che il giudice deve prima verificare se il contratto collettivo preveda delle sanzioni conservative per quella specifica condotta. In tal caso, il licenziamento è escluso. La sentenza sottolinea la prevalenza delle previsioni contrattuali sulla valutazione di proporzionalità del giudice, rafforzando il ruolo dell'autonomia collettiva.
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Licenziamento sproporzionato: quando è illegittimo?
Un'azienda ha licenziato un dipendente per uso improprio degli strumenti informatici. La Cassazione ha confermato la decisione della Corte d'Appello, ritenendo il licenziamento sproporzionato e quindi illegittimo, poiché la condotta, seppur illecita, non era abbastanza grave da ledere il vincolo fiduciario.
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Licenziamento per appropriazione: quando è giusta causa
Un lavoratore è stato licenziato per giusta causa dopo aver prelevato 1.300 euro dalla cassa aziendale. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del licenziamento, stabilendo che l'illecito disciplinare di appropriazione è autonomo rispetto al reato penale di appropriazione indebita. L'elemento cruciale, secondo la Corte, è la rottura del rapporto fiduciario con il datore di lavoro, che giustifica il recesso immediato, a prescindere dalla qualificazione penale del fatto. Il licenziamento per appropriazione si fonda quindi sulla violazione dei doveri lavorativi e sulla perdita di fiducia.
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Assenza ingiustificata: quando il licenziamento è ok
La Corte di Cassazione conferma la legittimità di un licenziamento per assenza ingiustificata di una lavoratrice che, decaduta dal diritto a un congedo straordinario, non ha ripreso servizio per oltre 40 giorni senza fornire comunicazioni al datore di lavoro. La Corte ha ritenuto che una simile condotta lede in modo insanabile il rapporto fiduciario, rendendo irrilevante l'assenza di un danno economico per l'azienda e giustificando la massima sanzione disciplinare.
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Inadempimento obblighi assistenza: la prova è decisiva
Una donna cede la nuda proprietà di un immobile in cambio di assistenza. Successivamente, lamenta un inadempimento degli obblighi di assistenza e chiede la risoluzione del contratto. I tribunali, inclusa la Corte di Cassazione, respingono la sua richiesta. La decisione si fonda sulle prove testimoniali che hanno smentito l'inadempimento e hanno chiarito che una breve interruzione del servizio era dovuta a una scelta della stessa assistita. La sentenza sottolinea come la prova concreta dei fatti prevalga sulla mera allegazione dell'inadempimento.
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Dimissioni per giusta causa: stipendi non pagati
Lavoratori presentano dimissioni per giusta causa a seguito di ripetuti ritardi nel pagamento degli stipendi. L'ente datore di lavoro, un'associazione non lucrativa, si difendeva attribuendo la colpa a mancati pagamenti da parte dei suoi committenti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'ente, confermando le decisioni dei giudici di merito. È stato ribadito che il ritardato pagamento delle retribuzioni giustifica le dimissioni e il diritto all'indennità di preavviso, essendo irrilevanti le difficoltà finanziarie del datore.
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Licenziamento disciplinare: quando va annullato?
Un lavoratore, licenziato per aver reso una testimonianza in tribunale ritenuta contrastante con precedenti dichiarazioni, ha visto la sua causa arrivare in Cassazione. La Suprema Corte ha annullato la decisione della Corte d'Appello, stabilendo che il giudice di merito ha l'obbligo di verificare se il contratto collettivo applicabile preveda sanzioni conservative per la condotta contestata. La mancata valutazione della proporzionalità della sanzione rende illegittimo il licenziamento disciplinare.
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Licenziamento disciplinare: minacce al collega?
Un caso di licenziamento disciplinare in cui un lavoratore è stato licenziato per aver minacciato un collega più giovane, incitandolo a ridurre la produttività. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del recesso, chiarendo che tale condotta lede il vincolo fiduciario e interferisce con l'organizzazione aziendale, anche se non esplicitamente prevista come causa di licenziamento dal contratto collettivo. La sentenza sottolinea l'ampia discrezionalità del giudice nel valutare la gravità dei fatti.
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Obbligo di fedeltà del lavoratore: i limiti del divieto
Un lavoratore è stato licenziato per giusta causa per aver svolto attività per altre società. La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del licenziamento, ritenendo la sanzione sproporzionata. La Corte ha chiarito i confini dell'obbligo di fedeltà del lavoratore, affermando che la condotta, sebbene disciplinarmente rilevante, non era così grave da giustificare la risoluzione del rapporto, soprattutto in assenza di un danno effettivo per il datore di lavoro e considerato il tempo trascorso dai fatti.
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