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Art. 1418 Codice Civile — Anno 2024

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552 provvedimenti

Altri anni per Art. 1418 Codice Civile

Ricorso per cassazione: oneri procedurali essenziali
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di una società contro una banca in una disputa su interessi anatocistici. La decisione si fonda su un vizio procedurale: l'omessa, specifica indicazione nel ricorso per cassazione dei motivi che erano stati formulati nel precedente atto d'appello, poi dichiarato inammissibile. La Corte ribadisce che tale onere è un requisito processuale speciale e fondamentale per evitare la formazione di un giudicato interno e consentire al giudice di legittimità di valutare correttamente la controversia.
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Incarico legale PA: non è appalto di servizi
Una Regione ha contestato le parcelle di un avvocato esterno, sostenendo la nullità dell'incarico per mancato rispetto delle norme sugli appalti pubblici. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, chiarendo che un singolo incarico legale PA è un contratto d'opera intellettuale basato sulla fiducia (intuitu personae) e non un appalto di servizi che necessita di una gara. Di conseguenza, le parcelle dell'avvocato sono state confermate.
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Appalto opere pubbliche: recesso e risarcimento danni
La Corte di Cassazione ha stabilito che in un appalto opere pubbliche, se il contratto prevede specificamente la possibilità di una consegna frazionata dei lavori e offre all'appaltatore la facoltà di recesso come unico rimedio per i ritardi, l'impresa che non esercita tale diritto non può successivamente richiedere un risarcimento per i danni subiti. Il caso riguardava una società di costruzioni che, a fronte di ritardi nella consegna delle aree per la ristrutturazione di un ospedale, aveva richiesto un indennizzo. La Corte ha rigettato il ricorso, confermando che la clausola contrattuale specifica prevale sulla disciplina generale dell'inadempimento.
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Canone di locazione: la registrazione non è retroattiva
Un'inquilina ha chiesto il rimborso del canone di locazione versato in eccesso rispetto a quanto risultante da una registrazione tardiva del contratto, effettuata dal locatore con un importo inferiore. Il contratto originale risaliva al 1988. La Corte di Cassazione ha respinto la richiesta, chiarendo che le leggi che impongono la registrazione a pena di nullità (L. 431/1998) non sono retroattive. Pertanto, il rapporto resta disciplinato dalla normativa precedente e l'accordo originale sul canone di locazione rimane valido, a prescindere dalla successiva registrazione fiscale.
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Clausola vessatoria: nulla senza doppia firma
La Corte di Cassazione ha stabilito che una clausola vessatoria che stabilisce un foro esclusivo, inserita in un contratto predisposto unilateralmente da una compagnia assicurativa per regolare i rapporti con uno studio legale, è inefficace se non specificamente approvata per iscritto. La Corte ha cassato la decisione di merito, dichiarando la nullità della clausola per mancanza della cosiddetta 'doppia firma' e ha riaffermato la competenza del tribunale del luogo di residenza del professionista.
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Assunzione in società pubblica: no conversione senza concorso
La Corte di Cassazione ha stabilito che la violazione della regola del concorso pubblico per l'assunzione in società pubblica determina la nullità del contratto di lavoro. Di conseguenza, anche in presenza di un utilizzo abusivo di contratti a termine, non è possibile la conversione del rapporto in uno a tempo indeterminato. Questa decisione ribadisce la natura imperativa delle norme sul reclutamento nel settore pubblico allargato, finalizzate a garantire trasparenza e imparzialità.
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Cessione contratto lavoro: serve il consenso?
Un gruppo di portieri si opponeva alla cessione del loro contratto di lavoro da un istituto finanziario a una sua controllata immobiliare, ritenendo necessario il proprio consenso. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo che la **Cessione contratto di lavoro** era legittima perché disciplinata dall'art. 129 del CCNL di settore. Tale norma, richiamata nei contratti individuali, agisce come un'autorizzazione preventiva alla cessione, rendendo superfluo un consenso successivo da parte del lavoratore.
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Spese legali soccombenza parziale: chi paga?
Due lavoratrici, licenziate per motivo oggettivo, ottengono in primo grado la reintegrazione. La Corte d'Appello, pur confermando l'illegittimità del licenziamento, nega il carattere ritorsivo, converte la reintegra in indennità e le condanna a pagare parte delle spese legali della controparte. La Cassazione interviene sul punto, stabilendo un principio chiave sulle spese legali soccombenza parziale: la parte che vince, anche solo in parte, non può essere condannata a rimborsare le spese legali dell'avversario. Al massimo, il giudice può compensarle.
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Contratto bancario forma scritta: valido senza firma?
Una società di factoring si è vista negare un credito in una procedura fallimentare perché il contratto era firmato solo dal cliente. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 12481/2024, ha ribaltato la decisione, affermando che il requisito del contratto bancario forma scritta è soddisfatto quando il documento, firmato dal cliente, viene prodotto in giudizio dalla banca, il cui consenso può essere desunto da comportamenti concludenti. La nullità per difetto di forma, in ogni caso, non preclude la restituzione delle somme erogate.
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Clausole Claims Made: la Cassazione fa chiarezza
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un'azienda sanitaria contro due compagnie assicurative, confermando la validità delle clausole claims made inserite nei contratti di assicurazione. La decisione si fonda su due pilastri: la carenza di specificità del ricorso, che non riportava il testo delle clausole contestate, e la natura dei contratti, stipulati a seguito di gara pubblica e trattativa specifica (cd. "a relazione perfetta") e non per mera adesione, escludendo così la possibilità per l'ente pubblico di invocarne la nullità.
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Provvigione mediatore prelazione: spetta all’agente?
Un'agenzia immobiliare chiede il pagamento della provvigione a una coltivatrice che ha acquistato un terreno esercitando il diritto di prelazione agraria, subentrando così a un precedente accordo preliminare. I tribunali di merito hanno dato ragione all'agenzia, sostenendo che l'esercizio della prelazione comporti l'accettazione di tutte le condizioni del contratto, inclusa la clausola sulla commissione. La Corte di Cassazione, tuttavia, ha ritenuto la questione sulla provvigione del mediatore in caso di prelazione agraria nuova e complessa, rinviando la causa a una pubblica udienza per una decisione approfondita.
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Inammissibilità ricorso cassazione: un caso pratico
Una società creditrice ha avviato un procedimento per la dichiarazione di fallimento di un'altra società in liquidazione. Dopo che il fallimento è stato dichiarato dal Tribunale e confermato dalla Corte d'Appello, il socio unico della società fallita ha presentato ricorso alla Corte di Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, sottolineando la genericità delle censure, che tentavano di riesaminare valutazioni di fatto già decise nei gradi di merito senza contestare la vera ragione giuridica (ratio decidendi) della sentenza impugnata. La decisione ribadisce i rigorosi requisiti per l'ammissibilità del ricorso, un aspetto chiave dell'inammissibilità ricorso cassazione.
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Contratti Pubblici: la forma scritta è essenziale
Una cooperativa ha fornito servizi a un'Azienda Sanitaria senza un contratto scritto. La Cassazione ha confermato la nullità del rapporto e negato il compenso, ribadendo l'obbligo della forma scritta per i contratti pubblici e l'impossibilità di un rinnovo tacito.
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Riqualificazione rapporto di lavoro: appello inammissibile
Una professionista sanitaria ha richiesto la riqualificazione del suo rapporto di lavoro ventennale da autonomo a subordinato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, non perché ha esaminato la natura del rapporto, ma perché la ricorrente non ha impugnato tutte le autonome ragioni giuridiche (rationes decidendi) su cui si fondava la decisione della Corte d'Appello. Il caso sottolinea un principio processuale cruciale: per avere successo, un ricorso deve smontare ogni singola colonna che sorregge la sentenza precedente.
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Risarcimento danno pubblico impiego: la Cassazione
La Corte di Cassazione conferma il diritto al risarcimento del danno per una lavoratrice del pubblico impiego a causa dell'abusiva reiterazione di contratti a termine. L'ordinanza ribadisce che tale danno, definito 'comunitario', è presunto e non richiede una prova specifica da parte del dipendente, consolidando un importante principio a tutela dei lavoratori precari della Pubblica Amministrazione. L'appello dell'ente pubblico è stato respinto in quanto basato su questioni di merito non riesaminabili in sede di legittimità.
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Danno da reiterazione: risarcimento nel pubblico impiego
La Corte di Cassazione ha confermato il diritto al risarcimento del danno da reiterazione abusiva di contratti a termine per un dirigente medico del settore pubblico. La Corte ha stabilito che tale danno è di natura 'comunitaria', presunto e non necessita di prova specifica da parte del lavoratore. La successiva assunzione a tempo indeterminato, poi dichiarata nulla, non elimina il diritto al risarcimento per l'abuso pregresso. Il ricorso dell'azienda sanitaria è stato respinto.
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Risarcimento danno pubblico impiego: la Cassazione
La Corte di Cassazione conferma il diritto al risarcimento del danno per un dirigente medico a causa dell'abusiva reiterazione di contratti a termine da parte di un'azienda sanitaria pubblica. La sentenza ribadisce che, nel pubblico impiego, il superamento del limite di durata dei contratti a termine genera un 'danno comunitario' presunto, che non necessita di prova specifica da parte del lavoratore. Viene quindi liquidata un'indennità risarcitoria, escludendo però la possibilità di conversione del rapporto in uno a tempo indeterminato. La Corte rigetta sia il ricorso dell'ente pubblico, che contestava la sussistenza del danno, sia quello del lavoratore, che chiedeva un risarcimento maggiore e la condanna della Regione.
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Clausola penale nulla: la Cassazione fa chiarezza
Una cooperativa agricola si è opposta al pagamento di una somma a favore degli eredi di un socio, derivante da un lodo arbitrale. La Corte di Cassazione ha esaminato la vicenda, dichiarando nulla la clausola penale statutaria applicata al socio escluso per indeterminatezza dell'oggetto. La Corte ha stabilito che una penale non può essere lasciata alla discrezionalità di una parte senza criteri oggettivi predeterminati, cassando la sentenza d'appello su questo punto.
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Onere della prova: ricorso inammissibile in Cassazione
Un gruppo di correntisti ha citato in giudizio un istituto di credito per interessi usurari e commissioni illegittime. I tribunali di primo e secondo grado hanno respinto le loro richieste a causa della documentazione incompleta, che non permetteva una ricostruzione contabile. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. La Corte ha sottolineato che il fallimento nel soddisfare l'onere della prova è stata la ragione principale della reiezione, rendendo irrilevanti le contestazioni su altre motivazioni secondarie della sentenza d'appello.
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Onere della prova contratti bancari: la Cassazione
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 13580/2024, ha rigettato il ricorso di una società contro un istituto di credito, riaffermando un principio cardine: l'onere della prova nei contratti bancari spetta al cliente che agisce per la restituzione di somme. La Corte ha ritenuto le doglianze della società inammissibili o infondate, principalmente a causa di una grave carenza probatoria che non ha permesso di dimostrare le presunte illegittimità, come l'applicazione di interessi anatocistici in periodi non documentati.
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