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Art. 1363 Codice Civile — Anno 2022

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166 provvedimenti

Altri anni per Art. 1363 Codice Civile

Disoccupazione agricola: stop a maggiorazioni sul terzo elemento
Una lavoratrice agricola a tempo determinato ha chiesto il ricalcolo della disoccupazione agricola per l'anno 2013 e l'adeguamento della contribuzione figurativa. La ricorrente sosteneva che la retribuzione base del contratto provinciale dovesse essere maggiorata del 30,44% a titolo di terzo elemento. Ha inoltre impugnato la condanna alle spese del primo grado, chiedendo l'esonero per motivi di reddito. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che le tabelle provinciali includevano già il terzo elemento nel salario fissato. Inoltre, la dichiarazione sui limiti di reddito presentata soltanto in appello non può operare retroattivamente per cancellare le spese del primo grado. L'INPS ha ottenuto la conferma della corretta liquidazione del beneficio.
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Disoccupazione agricola: nessun aumento per il terzo elemento
Un'operaia agricola a tempo determinato ha citato in giudizio l'Istituto Previdenziale per richiedere il ricalcolo della propria indennità di disoccupazione agricola. La lavoratrice sosteneva che il parametro retributivo stabilito dal contratto provinciale dovesse essere maggiorato del 30,44% a titolo di terzo elemento, con conseguente ricalcolo dei contributi figurativi. La Suprema Corte di Cassazione ha rigettato integralmente il ricorso della lavoratrice. I giudici hanno chiarito che le tabelle salariali del contratto provinciale includevano già la maggiorazione del terzo elemento nella tariffa oraria. Di conseguenza, nessun importo aggiuntivo spetta alla lavoratrice, risultando corretto il calcolo già effettuato dall'ente previdenziale.
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Danni in cantiere: confermata la responsabilità dello studio associato
Una società committente ha incaricato uno studio tecnico associato di coordinare fornitori e imprese durante la costruzione di un fabbricato. A causa di gravi errori nella verifica della contabilità dei lavori e dei relativi stati di avanzamento, la committente ha versato importi non dovuti all'impresa appaltatrice. La committente ha quindi chiesto il risarcimento dei danni. Lo studio tecnico ha sostenuto che l'incarico spettasse al singolo professionista e che i geometri non potessero svolgere tali compiti. La Corte di Cassazione ha confermato la responsabilità dello studio associato. L'ente associativo risponde dei contratti conclusi per suo tramite e dei danni causati dal mancato controllo contabile del cantiere.
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Premio di produttività: accordo sindacale ed ex dipendenti
Un lavoratore ha cessato il servizio a fine 2011 tramite risoluzione consensuale e verbale di conciliazione, riservandosi il diritto a percepire il premio di produttività per l'anno trascorso. Successivamente, nel giugno 2012, un accordo sindacale ha stabilito le regole per erogare il beneficio, riservando la somma finale solo al personale ancora in forza al momento della firma. L'ex dipendente ha avviato una causa per ottenere le somme spettanti. I giudici di merito hanno respinto la richiesta, rilevando che la fonte del compenso era esclusivamente il successivo accordo sindacale. La Corte di Cassazione ha confermato tali pronunce, dichiarando inammissibile il ricorso del dipendente e condannandolo al pagamento delle spese legali.
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Accordo transattivo: la rinuncia tombale blocca i risarcimenti
Una società di telecomunicazioni ha citato in giudizio il gestore della rete nazionale per ottenere il risarcimento dei danni da presunto abuso di posizione dominante. La convenuta ha eccepito l'esistenza di un precedente accordo transattivo, con cui entrambe le parti avevano rinunciato reciprocamente a qualsiasi pretesa presente e futura legata a quel contenzioso. Il Tribunale ha respinto la domanda risarcitoria ritenendo ogni credito assorbito dalla rinuncia contrattuale. L'attrice ha impugnato la decisione sostenendo l'errata interpretazione delle clausole e la nullità dell'intesa per abuso di dipendenza economica. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso: l'interpretazione del contratto compete al giudice di merito e la nullità non può essere eccepita tardivamente senza che i fatti costitutivi emergano già dagli atti di causa. La società attrice è stata condannata alle spese legali.
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Licenziamento per insussistenza del fatto: reintegra della cassiera
Una società datrice di lavoro ha licenziato una dipendente accusandola di aver simulato lo scontrino e l'incasso di alcuni pasti alla cassa, restituendo il denaro a un cliente. La Corte di Appello ha accertato la totale infondatezza delle accuse e ha disposto la reintegra della lavoratrice insieme al pagamento di dodici mensilità di risarcimento. L'azienda ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo l'esistenza di una presunta confessione e contestando l'interpretazione dei testimoni. I Supremi Giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile. Il datore di lavoro non può richiedere una nuova valutazione delle prove in sede di legittimità. Viene confermato in via definitiva il licenziamento per insussistenza del fatto con pieno diritto alla reintegrazione.
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Disoccupazione agricola: nessun ricalcolo sul terzo elemento
Un'operaia agricola a tempo determinato ha citato l'ente previdenziale chiedendo il ricalcolo dell'indennità di disoccupazione agricola per l'anno 2013 e l'accredito dei relativi contributi figurativi. La lavoratrice sosteneva che la retribuzione tabellare provinciale non includesse il cosiddetto terzo elemento contrattuale del 30,44%, destinato a compensare ferie e festività non godute. L'ente pubblico e i giudici territoriali hanno invece accertato che i minimi contrattuali provinciali inglobavano già tale voce economica. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente il rigetto della domanda, sancendo che l'interpretazione sistematica delle tabelle esclude ulteriori ricalcoli a favore della dipendente.
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Disoccupazione agricola e terzo elemento: il calcolo corretto
Un lavoratore agricolo a tempo determinato cita in giudizio l'ente previdenziale per ottenere il ricalcolo dell'indennità di disoccupazione agricola e dei relativi contributi figurativi. Il ricorrente sostiene che le tabelle provinciali omettano il terzo elemento retributivo spettante per ferie e mensilità aggiuntive. La Corte di Cassazione respinge integralmente il ricorso. I giudici stabiliscono che la retribuzione provinciale include già tale voce economica all'esito di una lettura complessiva dell'accordo. La Corte conferma inoltre l'inammissibilità della dichiarazione di esenzione dalle spese legali depositata soltanto nel giudizio di appello.
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Disoccupazione agricola e terzo elemento: il rigetto INPS
Un operaio a termine ha citato l'ente previdenziale chiedendo il ricalcolo della disoccupazione agricola. Il lavoratore pretendeva l'aggiunta del terzo elemento del salario contrattuale per aumentare l'indennità e i contributi figurativi. Sia il Tribunale sia la Corte d'Appello hanno respinto la domanda. I giudici hanno chiarito che le tabelle provinciali includevano già la maggiorazione del 30,44%. Aggiungerla di nuovo avrebbe creato una sproporzione ingiustificata a danno dei contratti a tempo indeterminato. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente le decisioni di merito, rigettando il ricorso del bracciante.
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Disoccupazione agricola: nessun ricalcolo sul terzo elemento
Una lavoratrice a tempo determinato ha chiesto all'ente previdenziale il ricalcolo dell'indennità di disoccupazione agricola. La dipendente pretendeva l'aggiunta della voce retributiva denominata terzo elemento sulle tabelle provinciali, oltre all'accredito dei maggiori contributi figurativi. Sia il Tribunale sia la Corte d'Appello hanno respinto le sue richieste, rilevando che le tabelle provinciali inglobavano già la percentuale richiesta. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente il rigetto. I giudici hanno chiarito che l'interpretazione del contratto collettivo territoriale è corretta e priva di vizi logici. Una maggiorazione ulteriore creerebbe un ingiustificato squilibrio salariale a danno dei colleghi assunti a tempo indeterminato. Inoltre, la dichiarazione di esonero dalle spese legali non ha valore retroattivo se presentata soltanto in secondo grado.
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Disoccupazione agricola: terzo elemento incluso nella paga base
Un lavoratore agricolo a tempo determinato richiede all'ente previdenziale la rideterminazione della disoccupazione agricola e l'adeguamento dei contributi figurativi. Il ricorrente sostiene che la retribuzione provinciale non includa il terzo elemento del 30,44%, destinato a compensare ferie e gratifiche. La Corte di Cassazione rigetta integralmente il ricorso. L'interpretazione complessiva del contratto provinciale dimostra che la paga base tabellare contiene già tale maggiorazione economica. Un ulteriore ricalcolo creerebbe una disparità ingiustificata a danno dei dipendenti a tempo indeterminato. La Corte dichiara inoltre inefficace per il primo grado la richiesta di esonero spese depositata tardivamente in appello. Vince l'ente previdenziale e la prestazione non subisce incrementi.
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Disoccupazione agricola: nessun ricalcolo con terzo elemento
Un lavoratore con contratto a termine nel settore agricolo ha citato l'ente previdenziale per ottenere il ricalcolo della prestazione economica di disoccupazione agricola. Il dipendente sosteneva che la retribuzione base dovesse essere ulteriormente maggiorata con il cosiddetto terzo elemento retributivo e richiedeva i relativi contributi figurativi. I giudici di merito hanno respinto la richiesta, accertando che le tabelle salariali del contratto collettivo provinciale incorporavano già tale voce compensativa. La Suprema Corte di Cassazione ha confermato integralmente la decisione, rigettando il ricorso del dipendente. I giudici hanno chiarito che l'interpretazione sistematica dell'accordo esclude doppi conteggi ingiustificati e hanno ribadito che la dichiarazione reddituale di esonero dalle spese non spiega efficacia retroattiva se prodotta solo nei gradi successivi del procedimento.
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Efficacia accordo aziendale e CCNL: il diritto ai buoni pasto
Due marittimi chiedono all'azienda il pagamento dei buoni pasto per il periodo compreso tra l'agosto 2003 e il giugno 2004. I lavoratori fondano la pretesa su una specifica intesa territoriale del 2001. La Corte di Appello respinge la richiesta ritenendo cessata l'efficacia dell'accordo con l'entrata in vigore del nuovo contratto collettivo nazionale del 2003. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso dei lavoratori e cassa la pronuncia. Il giudice di legittimità ribadisce che l'efficacia accordo aziendale transitorio persiste fino all'adozione di una nuova disciplina speciale di secondo livello, non esaurendosi con un CCNL generale che rinvia alla contrattazione locale.
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Premio di accelerazione: niente bonus se ci sono proroghe
L'Appaltatore ha richiesto il pagamento del premio di accelerazione per aver ultimato i lavori di edilizia pubblica. L'Amministrazione Pubblica e il Consorzio si sono opposti, evidenziando che i lavori erano terminati oltre la scadenza originaria, sebbene entro i termini prorogati. La Corte d'Appello ha rigettato la domanda dell'impresa. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, stabilendo che il premio di accelerazione non spetta in caso di proroga dei termini. Questo compenso extra ha una causa autonoma e accessoria rispetto al prezzo dell'appalto. Esso premia lo sforzo eccezionale di finire l'opera prima della data inizialmente concordata. Se il termine viene differito, anche per varianti o forza maggiore, l'interesse pubblico all'anticipazione viene meno. Di conseguenza, l'Appaltatore perde il diritto al bonus e deve pagare le spese di giudizio.
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Contributi previdenziali operai agricoli: contano le ore reali
Un'imprenditrice agricola ha impugnato gli avvisi di addebito dell'INPS, che richiedevano differenze sui contributi previdenziali operai agricoli a tempo determinato per il 2007. L'INPS pretendeva il calcolo dei contributi basato sull'orario normale di 6,30 ore giornaliere. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'imprenditrice, stabilendo che per i lavoratori agricoli a termine i contributi previdenziali operai agricoli si calcolano esclusivamente sulle ore effettivamente lavorate, e non su un orario teorico minimo, salvo il caso in cui il lavoratore sia rimasto a disposizione dell'azienda durante interruzioni per forza maggiore. La sentenza d'appello è stata cassata con rinvio.
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Disdetta dell’accordo integrativo: perché il premio non è eterno
Un gruppo di dipendenti ha fatto causa alla propria azienda per continuare a percepire un premio aziendale fisso, originariamente previsto da un accordo collettivo aziendale del 2007. L'azienda aveva infatti interrotto l'erogazione in seguito alla disdetta dell'accordo integrativo avvenuta nel 2015. I lavoratori sostenevano che il premio si fosse ormai incorporato nei loro contratti individuali come trattamento ad personam non modificabile. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei lavoratori, stabilendo che i contratti collettivi operano dall'esterno e non si integrano stabilmente nei contratti individuali. Di conseguenza, la disdetta dell'accordo integrativo cancella legittimamente il diritto a percepire i premi futuri, poiché non si tratta di diritti quesiti (già acquisiti) ma di semplici aspettative legate alla vigenza dell'accordo stesso. I lavoratori perdono la causa e devono pagare le spese legali.
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Esclusione della copertura assicurativa: incendio doloso e prove
Un assicurato chiede l'indennizzo alla propria compagnia assicurativa dopo che un incendio ha distrutto tre suoi autocarri nel proprio capannone. La compagnia rifiuta il pagamento sostenendo che l'incendio sia doloso, circostanza che rientra nell'esclusione della copertura assicurativa. I giudici di merito rigettano la domanda dell'assicurato, ritenendo provata la natura dolosa del rogo tramite il verbale dei Vigili del Fuoco. Inoltre, l'assicurato ha rimosso i mezzi, impedendo una perizia tecnica. La Corte di Cassazione rigetta definitivamente il ricorso dell'assicurato, confermando che la compagnia ha assolto l'onere della prova dimostrando, secondo la regola del 'più probabile che non', l'origine dolosa dell'evento.
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Accertamento conservativo del danno: la stima non evita la prova
Un allevatore ha citato in giudizio la propria compagnia assicurativa chiedendo il risarcimento per il furto di bestiame subito nella sua azienda. Il Tribunale e la Corte d'Appello hanno rigettato la domanda per mancanza di prove sul numero e sul valore dei capi rubati. L'allevatore sosteneva che l'atto di accertamento conservativo del danno, redatto dal perito dell'assicurazione, costituisse un accordo vincolante sul valore del risarcimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'atto di accertamento conservativo del danno non equivale a una transazione e non esonera l'assicurato dall'onere di provare il danno subito. L'assicurato perde la causa ed è condannato a pagare le spese processuali.
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Contratto collettivo aziendale: la disdetta cancella i premi
Una lavoratrice ha chiesto il riconoscimento del diritto a percepire un premio individuale denominato "ex premio aziendale ad personam" anche dopo che l'azienda aveva dato disdetta al contratto collettivo aziendale del 2007. La Corte d'Appello ha rigettato la domanda, ritenendo che il premio derivasse direttamente dall'accordo collettivo disdettato e non costituisse un diritto individuale intoccabile. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della lavoratrice. I giudici hanno chiarito che l'interpretazione del contratto collettivo aziendale spetta esclusivamente ai giudici di merito e non può essere ridiscussa in sede di legittimità se non per violazione di specifiche regole interpretative. Di conseguenza, la disdetta dell'accordo ha legittimamente fatto cessare l'erogazione del premio.
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Interpretazione del contratto: indennizzo senza cessione
Un'azienda autostradale propone un accordo transattivo offrendo 700.000 euro ai proprietari di un immobile vicino all'autostrada per rinunciare alla rilocalizzazione del loro edificio. Successivamente, l'azienda si rifiuta di pagare sostenendo che i proprietari debbano comunque trasferirle la proprietà dell'immobile originario. I proprietari ottengono un decreto ingiuntivo. La Corte d'Appello e poi la Cassazione respingono l'opposizione dell'azienda. La Suprema Corte chiarisce che l'interpretazione del contratto spetta al giudice di merito. Se il testo contrattuale qualifica la somma come indennizzo per la rinuncia a un'operazione complessa unitaria (costruzione e permuta), non si può pretendere il trasferimento dell'immobile in assenza di patti espliciti. Vince la famiglia dei proprietari, che ha diritto a ricevere i 700.000 euro.
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