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Art. 1359 Codice Civile

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155 provvedimenti

Indennità supplementare: dovere di buona fede del datore
Un dirigente si è visto negare l'indennità supplementare perché l'azienda non ha collaborato alla firma del verbale di conciliazione. La Corte di Cassazione ha dato ragione al lavoratore, stabilendo che il comportamento ostruzionistico del datore di lavoro fa scattare la "finzione di avveramento": la condizione si considera realizzata e l'indennità è dovuta. La Corte ha anche confermato che i benefit percepiti all'estero, come alloggio e auto, rientrano nel calcolo del TFR.
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Inadempimento contrattuale: quando la colpa è tua
Una società di ristorazione assume un consulente per ottenere un finanziamento regionale. Il finanziamento viene approvato in via provvisoria ma poi revocato perché la società non produce un permesso di costruire essenziale. La Cassazione conferma che la società deve pagare il compenso al consulente, attribuendo la colpa del fallimento al suo stesso inadempimento contrattuale, poiché il consulente aveva svolto correttamente il proprio incarico.
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Condizione sospensiva: il contratto non produce effetti
La Corte di Cassazione ha esaminato un caso relativo a una cessione di quote societarie subordinata a una condizione sospensiva: la liberazione dei venditori da garanzie bancarie. Poiché tale condizione non si è verificata, la Corte ha confermato che il contratto non ha mai prodotto i suoi effetti, rigettando la richiesta di risarcimento per inadempimento avanzata dai venditori. La sentenza chiarisce che il mancato avveramento di una condizione non equivale a un inadempimento contrattuale, ma semplicemente impedisce al negozio di diventare efficace.
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Contratto preliminare e prelazione: la Cassazione
La Corte di Cassazione si è pronunciata sul caso di un contratto preliminare di locazione con diritto di prelazione, condizionato all'esito di una procedura ad evidenza pubblica. La Corte ha stabilito che la modifica delle regole della procedura da parte del locatore, che ha permesso ulteriori rilanci, non viola i diritti del conduttore, a patto che il suo diritto di prelazione venga garantito ad ogni fase. La decisione sottolinea l'importanza di un'interpretazione letterale del contratto e distingue tra la procedura specifica e un generico riferimento ad essa.
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Retribuzione di risultato medici: quando è dovuta?
Un gruppo di medici specialisti ha richiesto il pagamento della retribuzione di risultato, un compenso aggiuntivo legato al raggiungimento di obiettivi. La Corte di Cassazione ha rigettato la loro domanda, stabilendo che tale retribuzione non è dovuta in assenza di un accordo aziendale specifico, stipulato con le organizzazioni sindacali, che definisca obiettivi, indicatori e risorse. Questo accordo è un presupposto essenziale e non può essere sostituito da atti interni dell'azienda sanitaria.
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Retribuzione di risultato: quando è dovuta ai medici
Un gruppo di medici specialisti ha richiesto a un'azienda sanitaria il pagamento della retribuzione di risultato. La Corte di Cassazione ha respinto la richiesta, chiarendo che tale compenso non è un diritto automatico. Per ottenerlo, è indispensabile un accordo preventivo tra l'azienda e le organizzazioni sindacali che definisca obiettivi, modalità di valutazione e risorse. In assenza di tale accordo, la retribuzione di risultato non può essere erogata.
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Retribuzione di risultato: quando spetta ai medici?
Un gruppo di medici specialisti ha richiesto a un'azienda sanitaria il pagamento della retribuzione di risultato. La Corte di Cassazione ha respinto la domanda, stabilendo che tale compenso non è un diritto automatico ma richiede l'esistenza di specifici accordi sindacali preventivi che definiscano obiettivi, indicatori e fondi. In assenza di questa procedura contrattuale, il diritto alla retribuzione di risultato non sorge.
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Retribuzione di risultato: quando spetta ai medici?
Un gruppo di medici specialisti ha richiesto il pagamento della retribuzione di risultato. La Corte di Cassazione ha respinto la domanda, stabilendo che tale compenso non è un diritto automatico. È indispensabile che vi sia un accordo preventivo tra l'azienda sanitaria e i sindacati per definire gli obiettivi, gli indicatori di valutazione e le risorse economiche dedicate, come previsto dall'art. 39 dell'Accordo Collettivo Nazionale. In assenza di tale procedura, la retribuzione non è dovuta.
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Soccombenza virtuale: appello inammissibile
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di un ente locale contro la condanna al pagamento delle spese legali basata sul principio di soccombenza virtuale. La lite, nata per il mancato pagamento di fondi per servizi sociali, si era conclusa in appello con una declaratoria di cessata materia del contendere. La Suprema Corte ha stabilito che i motivi di ricorso costituivano un tentativo non consentito di riesaminare i fatti e le prove, attività preclusa nel giudizio di legittimità, ribadendo che la valutazione sulla soccombenza virtuale spetta al giudice di merito.
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Condizione mista e mutuo: contratto risolto
Analisi di una sentenza della Corte d'Appello che conferma la risoluzione di un contratto preliminare di vendita. La mancata concessione del mutuo all'acquirente, prevista come clausola risolutiva, è stata qualificata come una valida 'condizione mista', non imputabile alla parte acquirente. La Corte ha stabilito che, in assenza di prove sulla colpa dell'acquirente, il contratto si risolve automaticamente e il venditore deve restituire la caparra versata.
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Condizione mista: il mutuo nel preliminare di vendita
Un contratto preliminare di vendita immobiliare conteneva una clausola che subordinava l'atto definitivo all'ottenimento di un mutuo da parte dell'acquirente. A seguito del rifiuto di due banche, l'acquirente ha richiesto la risoluzione del contratto. Il venditore si è opposto, sostenendo la nullità della clausola. La Corte d'Appello ha confermato la decisione di primo grado, qualificando la clausola come una 'condizione mista' valida, la cui mancata realizzazione, non imputabile all'acquirente, ha legittimamente causato la risoluzione del contratto e l'obbligo per il venditore di restituire la caparra versata.
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Accordo transattivo e giudicato: la Cassazione chiarisce
Una confraternita e un'azienda sanitaria locale stipulano un accordo transattivo per un'espropriazione. Prima del pagamento finale, un tribunale emette una sentenza sulla stessa questione, che diventa definitiva. La Corte di Cassazione stabilisce che l'accordo transattivo perde efficacia perché la sentenza passata in giudicato (giudicato) prevale, anche se l'accordo non era stato menzionato in quel processo.
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Recesso da cooperativa: limiti e durata del vincolo
La Corte di Cassazione si è pronunciata sul caso di alcuni soci di una cooperativa agricola che intendevano esercitare il recesso a seguito di una sospensione della raccolta del latte. La Corte ha rigettato il ricorso dei soci, confermando la decisione della Corte d'Appello e la validità del lodo arbitrale. È stato stabilito che le clausole statutarie che prevedono un vincolo associativo di lunga durata sono legittime e limitano il diritto di recesso da cooperativa, non potendo essere equiparate a un vincolo a tempo indeterminato che consentirebbe il recesso libero. La Corte ha inoltre dichiarato inammissibili i motivi volti a ottenere una nuova interpretazione delle clausole contrattuali.
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Condizione mista e buona fede nel preliminare
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 243/2025, interviene su un caso di contratto preliminare di compravendita immobiliare la cui efficacia era legata a una condizione mista, ovvero l'ottenimento di un finanziamento da parte del promissario acquirente. Annullando la decisione della Corte d'Appello, la Suprema Corte stabilisce che in presenza di una condizione posta nell'interesse di entrambe le parti, la controversia non può essere risolta applicando il principio generale sull'onere della prova. Il giudice deve invece accertare, in base al principio di buona fede, quale delle due parti abbia tenuto un comportamento che ha impedito l'avveramento della condizione.
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Licenziamento disciplinare dirigente: analisi Cassazione
Un manager di un'azienda di trasporti pubblici è stato licenziato per aver violato le procedure interne nell'affidamento di consulenze esterne. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del licenziamento disciplinare dirigente, ribadendo la differenza tra 'giusta causa' e 'giustificatezza'. La Corte ha inoltre accolto un ricorso dell'azienda su un punto procedurale relativo alla retribuzione variabile, rinviando il caso alla Corte d'Appello per una nuova valutazione.
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Impugnazione ordinanza 702 bis: la via corretta
Un avvocato ha agito contro una ex cliente per ottenere il pagamento dei compensi professionali, utilizzando il rito sommario di cognizione. Insoddisfatto della decisione del Tribunale, che gli ha liquidato una somma inferiore a quella richiesta, ha proposto ricorso diretto in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, chiarendo che la corretta impugnazione dell'ordinanza ex art. 702 bis c.p.c. è l'appello e non il ricorso diretto, basandosi sul principio che la forma del rito adottata dal giudice determina il mezzo di gravame esperibile.
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Diritto all’assunzione: il ruolo dello ius superveniens
La Corte di Cassazione si è pronunciata sul caso di alcuni vincitori di un concorso pubblico che, a causa di ritardi dell'amministrazione e di una normativa sopravvenuta (ius superveniens), si sono visti riconoscere un inquadramento inferiore a quello previsto dal bando. La Corte ha confermato la decisione dei giudici di merito, stabilendo che il corretto inquadramento va determinato in base alla legge in vigore al momento dell'assunzione, non del bando. È stato così negato il diritto all'assunzione nella qualifica superiore e respinta la richiesta di risarcimento danni per vizi procedurali nell'appello.
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Danno da ritardo: onere della prova e nesso causale
Un ex dipendente pubblico, licenziato a seguito di una condanna penale, ha citato in giudizio il suo datore di lavoro per ottenere un risarcimento per il ritardo nel processo di riammissione previsto dalla legge. La Corte di Cassazione ha respinto la richiesta, stabilendo che il danno da ritardo presuppone che il lavoratore dimostri il nesso causale. In particolare, il dipendente deve provare che un procedimento disciplinare tempestivo avrebbe verosimilmente portato a un esito favorevole (la riammissione), onere che in questo caso non è stato soddisfatto.
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Clausola earn-out: valida anche in caso di pandemia?
Una società acquirente ha contestato la richiesta di pagamento di una tranche di prezzo variabile, legata a una clausola earn-out, a seguito del mancato raggiungimento del fatturato previsto a causa della pandemia di Covid-19. La società venditrice sosteneva che il mancato raggiungimento fosse imputabile a una cattiva gestione dell'acquirente. Il Tribunale ha dato ragione all'acquirente, stabilendo che la pandemia ha configurato un'impossibilità sopravvenuta non imputabile, escludendo così l'obbligo di pagamento. La sentenza ha inoltre chiarito la validità generale delle clausole earn-out e risolto una disputa sui costi del personale tramite un accordo di cut-off.
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Riduzione penale: l’interesse del creditore va valutato
Una società di costruzioni ha contestato una penale per ritardo nei lavori di restauro di una chiesa. La Corte di Cassazione ha stabilito che la valutazione sull'eccessività della penale, e quindi sulla sua eventuale riduzione, non deve basarsi solo sull'interesse del creditore al momento della firma del contratto. È necessaria una valutazione 'dinamica', che consideri l'equilibrio delle prestazioni e l'interesse del creditore anche al momento dell'inadempimento. La Corte ha quindi annullato la precedente sentenza, richiedendo una nuova valutazione del caso secondo questo principio di equità.
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