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Art. 1359 Codice Civile

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155 provvedimenti

Condizione sospensiva: niente rimborso se manca la buona fede
La controversia nasce dal contratto preliminare per la cessione di un bar tra la Società Venditrice e la Società Acquirente. L'accordo conteneva una condizione sospensiva: la risoluzione del vecchio affitto e la firma di un nuovo contratto di locazione tra la Società Acquirente e i proprietari delle mura. La Società Acquirente ha chiesto la restituzione della caparra di 20.000 euro, sostenendo che la condizione non si fosse avverata. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della Società Acquirente. I giudici hanno chiarito che, trattandosi di una condizione potestativa mista, la Società Acquirente aveva l'obbligo di comportarsi secondo buona fede e avviare le trattative con i proprietari. Non avendo dimostrato di averci provato o che i proprietari si fossero rifiutati, la Società Acquirente perde la causa e non ha diritto al rimborso.
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Interessi moratori nei contratti pubblici: no prima del visto
Una società di ristorazione ha richiesto il pagamento di oltre tre milioni di euro per interessi moratori nei contratti pubblici stipulati con un'amministrazione statale. I giudici di merito hanno stabilito che tali interessi decorrono solo dalla registrazione dei contratti da parte della Corte dei conti, escludendo la mora per il periodo di esecuzione anticipata e per un contratto annullato dal giudice amministrativo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della società. La Corte ha confermato che l'approvazione dell'organo di controllo è una condizione di efficacia del contratto. Prima di tale approvazione, non può esservi alcun ritardo colpevole dell'amministrazione, escludendo così il diritto a percepire gli interessi moratori nei contratti pubblici per le prestazioni eseguite in via d'urgenza.
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Arricchimento senza causa: stop a indennizzi senza calcoli chiari
Un professionista ha svolto per un Comune attività di censimento di terreni demaniali. Il contratto è stato dichiarato nullo perché mancava la formale nomina regionale del tecnico. Il professionista ha quindi chiesto l'indennizzo per arricchimento senza causa. La Corte d'appello ha riconosciuto l'utilità del lavoro per l'ente e ha liquidato in via equitativa un indennizzo di 150.000 euro. Il Comune ha fatto ricorso in Cassazione contestando la quantificazione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso del Comune, stabilendo che la liquidazione equitativa non può essere priva di una motivazione logica e dettagliata che spieghi il calcolo effettuato, specie se supera di molto le cifre inizialmente pattuite. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Retribuzione variabile: niente bonus se l’azienda è in crisi
Un dirigente ha chiesto l'ammissione al passivo fallimentare della ex azienda per ottenere il pagamento della retribuzione variabile degli anni 2018-2019 e il rimborso delle spese legali di un processo penale. Il Tribunale ha respinto le richieste per mancanza di obiettivi concordati, per la grave crisi aziendale che rendeva impossibile raggiungere i risultati e per l'assenza di prove sull'effettivo pagamento delle spese legali. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del lavoratore. I giudici hanno chiarito che la mancata fissazione degli obiettivi non fa scattare automaticamente la retribuzione variabile se la crisi aziendale rende comunque impossibile il risultato. Inoltre, per il rimborso delle spese legali, è indispensabile dimostrare l'effettivo esborso finanziario e non basta una semplice nota proforma del difensore.
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Compenso del professionista: niente pagamento se il progetto fallisce
Un professionista ha firmato un contratto con un'azienda per realizzare impianti fotovoltaici. L'accordo prevedeva che il pagamento delle sue prestazioni fosse subordinato all'ottenimento di un finanziamento bancario (condizione sospensiva). Il professionista ha individuato un'impresa costruttrice e ha avviato le trattative con una banca, ma l'operazione è fallita perché l'impresa non ha fornito i documenti necessari alla banca. La Corte di Cassazione ha stabilito che il mancato avveramento della condizione è imputabile alla negligenza del professionista, che non ha verificato prima l'affidabilità dell'impresa. Di conseguenza, il compenso del professionista non è dovuto. La Suprema Corte ha confermato la validità della clausola che subordina il compenso del professionista al successo del finanziamento, respingendo il ricorso del lavoratore autonomo e condannandolo a pagare le spese processuali.
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Premio di accelerazione: no al bonus se i lavori sono in ritardo
L'Appaltatore ha richiesto il pagamento del premio di accelerazione per la realizzazione di una tratta ferroviaria, sostenendo che il mancato rispetto del termine finale fosse imputabile alla Committente. La Corte di Cassazione ha rigettato la richiesta, stabilendo che il premio di accelerazione ha natura autonoma, accessoria e aleatoria. Esso spetta esclusivamente se l'opera viene effettivamente ultimata prima della data prestabilita. Di conseguenza, lo slittamento del termine finale, anche se causato dalla Committente, esclude il diritto al compenso straordinario, poiché l'anticipazione temporale rappresenta un requisito oggettivo insostituibile per il perfezionamento del diritto.
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Condizione sospensiva: se eviti il mutuo risarcisci il venditore
Un acquirente si impegna a comprare un appartamento tramite un contratto preliminare sottoposto alla condizione sospensiva dell'ottenimento di un mutuo. Dopo il rifiuto di una prima banca, l'acquirente interrompe le ricerche e acquista un altro immobile con un diverso finanziamento. I venditori, costretti a svendere la casa a terzi, chiedono il risarcimento dei danni. La Corte di Cassazione respinge il ricorso dell'acquirente. La Corte stabilisce che l'acquirente ha violato l'obbligo di buona fede durante la pendenza della condizione sospensiva. Di conseguenza, il mancato avveramento della condizione è a lui imputabile, rendendolo responsabile del danno subito dai venditori per la mancata conclusione dell'affare.
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Risoluzione per mutuo consenso: serve sempre l’atto scritto
Un'impresa edile e un proprietario terriero stipulano un contratto preliminare di permuta immobiliare. Successivamente, sorge una controversia sull'adempimento degli obblighi. La Corte d'Appello dichiara risolto il contratto per mutuo consenso, valorizzando il comportamento successivo delle parti, che avevano avviato trattative diverse non andate a buon fine. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso dell'impresa edile, stabilendo che la risoluzione per mutuo consenso di un contratto preliminare immobiliare richiede obbligatoriamente la forma scritta ad substantiam. Di conseguenza, non è sufficiente un comportamento tacito o una proposta d'acquisto non accettata per sciogliere il vincolo originario. La sentenza impugnata viene cassata con rinvio.
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Contratto preliminare con condizione sospensiva: caparra contesa
Un promissario acquirente ha stipulato un contratto preliminare con condizione sospensiva per l'acquisto di un terreno, subordinato al rilascio di concessioni edilizie entro un termine prestabilito. Poiché le autorizzazioni non sono state rilasciate, l'acquirente ha chiesto la restituzione della caparra confirmatoria. La società venditrice si è opposta, sostenendo che il mancato avveramento fosse imputabile all'inerzia del compratore e chiedendo la risoluzione per inadempimento. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della venditrice. I giudici hanno chiarito che, in pendenza della condizione sospensiva, non è possibile chiedere la risoluzione per inadempimento delle prestazioni principali, ma solo per violazione dell'obbligo di buona fede. Non essendo emerso un comportamento scorretto dell'acquirente, il contratto è rimasto inefficace e la venditrice deve restituire l'intera caparra.
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Diritto alla provvigione: niente compenso se il mutuo salta
Un'agenzia immobiliare ha richiesto il pagamento della provvigione a un promissario acquirente dopo la firma di una proposta d'acquisto. Tale proposta era però subordinata all'ottenimento di un mutuo bancario, che non è stato concesso. L'agenzia sosteneva che il diritto alla provvigione fosse comunque maturato e che il mancato ottenimento del mutuo fosse imputabile all'acquirente. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'agenzia, confermando che il diritto alla provvigione non sorge se il contratto è sottoposto a condizione sospensiva e questa non si verifica. Inoltre, la mancata concessione del mutuo non era imputabile all'acquirente, che si era attivato diligentemente, ma a comportamenti ostruzionistici del venditore. Di conseguenza, senza l'avveramento della condizione, l'affare non può dirsi concluso.
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Clausola penale da 780mila euro: il venditore paga i suoi ritardi
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un Promittente Venditore e del suo socio al pagamento di una clausola penale di 780.000 euro a favore della Società Acquirente. Le parti avevano stipulato un contratto preliminare di vendita per un immobile da costruire. Il venditore non ha ottenuto i permessi edilizi entro il termine a causa di proprie negligenze documentali, pretendendo poi di considerare il contratto risolto automaticamente. I giudici hanno invece qualificato la clausola sui permessi come clausola risolutiva espressa a favore dell'acquirente. Non essendosi quest'ultimo avvalso della risoluzione, il contratto è rimasto valido. Di conseguenza, la mancata consegna dell'immobile nei tempi stabiliti ha fatto scattare l'obbligo di pagare la penale pattuita, che la Cassazione ha ritenuto non riducibile in sede di legittimità poiché mai contestata nei precedenti gradi di giudizio.
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Contratto Preliminare senza planimetria: valido se l’oggetto è determinato
La Corte di Cassazione ha stabilito che la validità di un accordo immobiliare non è compromessa dalla mancata allegazione di una planimetria, se l'immobile è comunque identificabile. Nel caso specifico, le venditrici sostenevano la nullità di un preliminare per incertezza sull'oggetto. La Corte ha invece confermato la risoluzione del contratto per loro grave inadempimento, condannandole al risarcimento. Il principio sancito è che la determinatezza dell'oggetto del contratto preliminare può essere raggiunta anche tramite documenti esterni (come una pratica edilizia) e dal comportamento delle parti, che dimostravano di aver identificato chiaramente i beni. L'azienda acquirente ha quindi vinto la causa.
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Simulazione assoluta del contratto: vendita finta, casa persa
Una creditrice agisce in giudizio per far dichiarare la nullità di una compravendita immobiliare, sostenendo si tratti di una simulazione assoluta del contratto architettata dal suo debitore e da una finta acquirente per sottrarre i beni alla sua garanzia. La finta acquirente si oppone, affermando la regolarità della vendita. La Corte di Cassazione conferma la decisione dei giudici di merito, dichiarando inammissibile il suo ricorso. La Corte ha ritenuto che la presunta compratrice non abbia fornito prove sufficienti del pagamento del prezzo, come l'assenza di disponibilità economica sui suoi conti correnti. Di conseguenza, la vendita è stata considerata fittizia e quindi nulla, con condanna della ricorrente al pagamento delle spese legali.
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Proposta di assunzione condizionata: accetta ma non viene assunta
Una lavoratrice accetta una proposta di assunzione condizionata da una nuova banca, inserita in un accordo di ristrutturazione aziendale. L'assunzione era subordinata a due condizioni: le dimissioni dalla vecchia banca e la firma di una conciliazione per rinunciare a ogni pretesa sul rapporto precedente. La lavoratrice non ha mai firmato la conciliazione. Di conseguenza, la nuova banca non l'ha assunta. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione dei giudici precedenti, stabilendo che il mancato avveramento della condizione sospensiva (la firma della conciliazione) ha reso la proposta di assunzione inefficace. La nuova banca non aveva quindi alcun obbligo di assumerla. La richiesta della lavoratrice è stata definitivamente respinta.
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Diritto all’assunzione del vincitore: P.A. nega, Cassazione conferma
La Cassazione ha affermato il diritto all'assunzione del vincitore di concorso pubblico anche se l'ente adduce una successiva mancanza di fondi. Una volta approvata la graduatoria, l'Amministrazione ha l'obbligo di assumere e non può aggiungere condizioni non previste nel bando originale. L'inerzia dell'ente nel reperire i fondi viola il principio di buona fede. Tuttavia, la Corte ha specificato che dal risarcimento del danno per la mancata assunzione deve essere detratto quanto eventualmente percepito dal lavoratore con un altro impiego nello stesso periodo (cosiddetto 'aliunde perceptum'). La sentenza è stata quindi cassata con rinvio per ricalcolare il danno.
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Compromesso con mutuo: il venditore perde, la condizione è valida
La Corte di Cassazione ha confermato la validità di un contratto preliminare di vendita immobiliare subordinato all'ottenimento di un mutuo. Il venditore sosteneva la nullità dell'accordo, ma i giudici hanno chiarito che tale clausola costituisce una 'condizione potestativa mista', pienamente legittima. L'efficacia del contratto dipende infatti non solo dalla volontà di una parte, ma anche da un fattore esterno (la decisione della banca). La Corte ha ribadito che, se la parte con un interesse contrario (il venditore) ostacola l'avverarsi della condizione, la legge la considera come se si fosse verificata. Di conseguenza, il venditore ha perso il ricorso e la vendita deve procedere.
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Forma scritta contratti PA: delibera non basta, incarico non prorogato
Una professionista riceve un incarico di sei mesi da un Ente Pubblico, con la promessa di una proroga triennale legata all'ottenimento di finanziamenti. La proroga era prevista solo in una delibera interna dell'ente, non nel contratto firmato. Quando la proroga non si concretizza, la professionista chiede i danni. La Corte di Cassazione ha stabilito che la **forma scritta contratti PA** è un requisito invalicabile. Una delibera interna, essendo un atto con efficacia limitata all'ente, non può integrare o modificare il contratto formale se non esplicitamente richiamata. Di conseguenza, la richiesta di risarcimento basata sulla mancata proroga è stata respinta, annullando la precedente decisione favorevole alla professionista.
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Sentenza ex art. 2932 c.c.: Pagamento è Obbligo, non Condizione
Un promissario acquirente ottiene una sentenza costitutiva ex art. 2932 c.c. per il trasferimento di un immobile, subordinata al pagamento del prezzo. Nel frattempo, i venditori vendono lo stesso bene a una società che estingue il mutuo, rendendo impossibile per il primo acquirente adempiere alla sua condizione. La Cassazione chiarisce un principio fondamentale: il pagamento del prezzo in questi casi non è una condizione sospensiva che blocca il trasferimento, ma un'obbligazione. La proprietà passa con la sentenza definitiva. Il mancato pagamento è un inadempimento che può portare alla risoluzione del contratto, ma non rende nullo in automatico il trasferimento già avvenuto. La Corte ha quindi accolto il ricorso del primo acquirente.
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Caparra Confirmatoria: Contratto nullo, restituzione obbligatoria
La Corte di Cassazione si è pronunciata sulla restituzione caparra confirmatoria in un caso immobiliare. Una società costruttrice aveva versato 150.000 euro per l'acquisto di un terreno. Il contratto preliminare conteneva una condizione: sarebbe diventato inefficace se il piano regolatore avesse ridotto l'indice di edificabilità. Tale evento si è verificato. La società ha quindi chiesto la restituzione della somma. I venditori si sono opposti, volendo trattenere la caparra. La Cassazione ha dato ragione alla società costruttrice, stabilendo che, essendosi avverata la condizione risolutiva, il contratto ha perso efficacia. Di conseguenza, non c'era più una giustificazione per trattenere la caparra, che doveva essere restituita.
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Condizione sospensiva e restituzione della caparra
La Corte di Cassazione ha confermato l'inefficacia di un contratto preliminare di cessione d'azienda a causa del mancato avveramento di una condizione sospensiva. Il contratto era subordinato alla stipula di un nuovo contratto di locazione a condizioni migliorative per gli acquirenti. Poiché tale evento non si è verificato per cause non imputabili ai promittenti acquirenti, il venditore è stato condannato alla restituzione della caparra. Il ricorso del venditore è stato dichiarato inammissibile poiché i motivi presentati non erano pertinenti alla decisione impugnata e introducevano questioni nuove mai discusse nei precedenti gradi di giudizio.
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