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Art. 1346 Codice Civile — Anno 2026

55 provvedimenti

Altri anni per Art. 1346 Codice Civile

Nullità clausola Euribor: la società vince contro la banca
Una società utilizzatrice stipulava un contratto di leasing immobiliare indicizzando i canoni al tasso Euribor. A causa del presunto inadempimento, la società finanziaria chiedeva la risoluzione del contratto e la condanna della società e dei garanti al pagamento di ingenti somme. La società proponeva ricorso eccependo la nullità clausola Euribor a causa dell'intesa anticoncorrenziale sanzionata dalla Commissione Europea, nonostante l'istituto bancario non avesse preso parte diretta al cartello. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, affermando che la manipolazione del parametro rende invalida la clausola negoziale a valle. La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio per un nuovo giudizio.
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Contratto autonomo di garanzia: debito ridotto e spese a carico
Un istituto di credito ha ottenuto un decreto ingiuntivo contro due garanti di una societa debitrice. I garanti hanno proposto opposizione contestando il calcolo degli interessi. Il Tribunale ha accolto parzialmente l'opposizione riducendo la somma dovuta, ma ha qualificato l'accordo come contratto autonomo di garanzia e ha posto il novanta percento delle spese di causa a carico dei garanti per soccombenza prevalente. La Corte d'Appello ha confermato la decisione. I garanti hanno impugnato la sentenza davanti alla Corte di Cassazione, lamentando l'errata qualificazione della garanzia e la condanna al pagamento delle spese legali. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso: la doglianza sul contratto autonomo di garanzia e stata dichiarata inammissibile per difetto di autosufficienza, mentre la ripartizione delle spese rientra nella discrezionalita del giudice di merito. I garanti devono quindi pagare il debito residuo e le spese di giudizio.
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Clausola di manleva compravendita e costi di esproprio casa
Un Ente pubblico ha assegnato un terreno a un Costruttore per edificare alloggi residenziali. I vecchi proprietari del terreno hanno avviato una causa per ottenere un indennizzo espropriativo maggiore. Negli atti di acquisto degli alloggi, il Costruttore ha inserito una specifica Clausola di manleva compravendita: gli acquirenti si impegnavano a coprire eventuali aumenti del costo del terreno. A seguito dell'aumento dell'indennizzo stabilito dai giudici, l'Ente locale ha preteso il pagamento delle somme. Gli Acquirenti hanno rifiutato il versamento, lamentando la mancata informazione sulla causa pendente e la nullità dell'accordo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso degli acquirenti, confermando la piena validità della pattuizione. Gli acquirenti devono quindi rimborsare le somme aggiuntive dovute per l'esproprio.
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Nullità contratti derivati: la Banca deve restituire i milioni
Un'Azienda ha citato in giudizio un Istituto di Credito chiedendo la nullità contratti derivati di tipo Interest Rate Swap stipulati nel 2007. La controversia riguarda l'assenza nel contratto della formula di calcolo del mark to market e degli scenari probabilistici necessari per misurare il rischio effettivo. La Corte d'Appello ha confermato la nullità del contratto e condannato la Banca a restituire oltre quattro milioni e novecentomila euro. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della Banca, stabilendo che la mancata esplicitazione dei criteri di calcolo dell'alea rende indeterminato l'oggetto e viziata la causa del contratto. L'accordo finanziario deve garantire una misurabilità oggettiva del rischio.
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Indeterminatezza del tasso leasing: garanti salvi
Una società creditrice ha agito contro due garanti per ottenere il pagamento di canoni arretrati derivanti da un contratto di locazione finanziaria stipulato con un'impresa poi fallita. I garanti si sono opposti contestando la nullità delle clausole economiche a causa dell'indeterminatezza del tasso leasing. La società sostenitrice del credito affermava che il tasso potesse essere determinato tramite un foglio finanziario inviato dopo la firma del contratto. La Corte di Cassazione ha confermato l'indeterminatezza del tasso leasing, precisando che un documento unilaterale inviato successivamente non può colmare la mancanza di chiarezza originaria del contratto. Di conseguenza, la Suprema Corte ha rigettato il ricorso della società, confermando la nullità della clausola e condannando la parte ricorrente al pagamento delle spese di lite.
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Contratti derivati interest rate swap: validità e rinuncia
Un'azienda ha stipulato con un istituto di credito due contratti derivati interest rate swap collegati a mutui fondiari. In seguito, la società ha chiesto l'annullamento dei contratti e la restituzione delle somme versate, lamentando la mancata copertura del rischio, l'omessa indicazione della formula di calcolo del valore e la violazione dei doveri informativi da parte della banca. I giudici hanno invece accertato la validità degli accordi, in quanto il contratto conteneva tutti i parametri matematici necessari, le commissioni applicate e la simulazione degli scenari probabilistici. L'impresa ha impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione, ma ha successivamente formalizzato la rinuncia agli atti. I Supremi Giudici hanno dichiarato estinto il procedimento, confermando la vittoria dell'istituto di credito e condannando l'azienda a rimborsare le spese legali sostenute dalla controparte.
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Nullità del contratto preliminare: risarcimento azzerato
La vicenda nasce da un accordo di permuta tra il Promissario Acquirente e i Promittenti Venditori per lo scambio di terreni con appartamenti da costruire. Il Promissario Acquirente ha citato in giudizio i venditori chiedendo la risoluzione del contratto e un risarcimento milionario per inadempimento. La Corte d'Appello ha invece dichiarato la nullità del contratto preliminare per indeterminatezza dell'oggetto, poiché la scelta specifica delle unità immobiliari era rimessa a un accordo futuro senza criteri oggettivi prestabiliti. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, rigettando il ricorso del Promissario Acquirente. L'oggetto del preliminare deve essere determinato o determinabile al momento della firma. Di conseguenza, il Promissario Acquirente perde definitivamente la causa e viene condannato al pagamento delle spese legali e di una sanzione per lite temeraria.
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Cessione dei crediti futuri: quando il tempo annulla il factoring
La Società Acquirente ha chiesto la restituzione di somme indebitamente pagate per accise sull'energia elettrica alla Società Fornitrice. Quest'ultima ha eccepito il proprio difetto di legittimazione, sostenendo di aver ceduto il credito a una società finanziaria tramite un contratto di factoring. La Corte d'Appello ha accolto la tesi della fornitrice, ritenendo valida la cessione. La Cassazione ha invece accolto il ricorso della Società Acquirente. La Corte ha chiarito che la cessione dei crediti futuri in massa è valida solo per crediti derivanti da contratti stipulati entro ventiquattro mesi dall'accordo di factoring. Poiché il contratto di fornitura era stato firmato oltre sei anni dopo il factoring, la cessione di quel credito era nulla per indeterminatezza dell'oggetto. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Determinatezza del tasso di interesse: la banca perde sui giorni
Un garante ha impugnato un decreto ingiuntivo legato a un finanziamento a tasso variabile, contestando la nullità del contratto per la mancata indicazione del TAN e di elementi chiave come la "days count convention". Mentre i giudici di merito hanno ritenuto valido il contratto poiché il tasso era calcolabile dal TAEG, la Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso. La Suprema Corte ha stabilito che la mancata specificazione della base di calcolo temporale (360 o 365 giorni) rende incerta la determinatezza del tasso di interesse variabile. La sentenza è stata quindi cassata con rinvio per un nuovo esame su questo specifico profilo di trasparenza bancaria.
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Nullità clausola indicizzazione: il cliente batte la finanziaria
Un utilizzatore di un contratto di leasing per un'imbarcazione ha contestato la validità della clausola che legava i canoni al tasso Libor e al rischio cambio. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione dei giudici di merito, dichiarando la nullità clausola indicizzazione per via della sua totale indeterminatezza. La clausola, infatti, non permetteva di calcolare in modo chiaro e preventivo le variazioni dei canoni. Di conseguenza, la Suprema Corte ha stabilito che l'utilizzatore non deve pagare le somme richieste dalla società di leasing a titolo di rischio cambio, né i canoni successivi alla scadenza del contratto, avendo egli esercitato correttamente il diritto di riscatto del bene. La società di leasing perde il ricorso ed è condannata al pagamento delle spese processuali.
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Revoca del finanziamento pubblico: regole violate e fondi persi
Un ente di formazione ha ricevuto un contributo pubblico per un progetto formativo. A seguito di un controllo, l'ente pubblico ha disposto la parziale revoca del finanziamento pubblico per circa 36.000 euro. La contestazione riguardava l'affidamento di servizi a un terzo senza la gara competitiva prevista dal Vademecum ufficiale, richiamato nel bando e nella convenzione. L'organizzazione ha impugnato il provvedimento, sostenendo che il Vademecum non fosse vincolante. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che i documenti esterni richiamati nel contratto sono pienamente obbligatori per il beneficiario. Di conseguenza, l'organizzazione perde la causa e deve restituire le somme contestate, oltre a pagare le spese legali.
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Commissione di massimo scoperto: la società perde contro la banca
Una società ha citato in giudizio la banca chiedendo la rideterminazione del saldo del proprio conto corrente e la restituzione degli addebiti ritenuti illegittimi sul vecchio conto della ditta individuale a cui era subentrata. La banca ha eccepito la prescrizione del diritto al rimborso, sostenendo che il trasferimento del saldo passivo sul nuovo conto costituisse un pagamento definitivo avvenuto oltre dieci anni prima. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società, confermando l'autonomia dei due conti e la decorrenza della prescrizione decennale dal momento del bonifico. Inoltre, i giudici hanno dichiarato valida la commissione di massimo scoperto applicata, poiché il contratto ne indicava chiaramente la percentuale, la base di calcolo e la periodicità trimestrale. La società perde la causa e deve pagare le spese legali.
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Disdetta unilaterale del CCNL: l’azienda perde in Cassazione
Un'associazione datoriale ha comunicato la disdetta unilaterale del CCNL applicato ai propri dipendenti per sostituirlo con un altro meno favorevole. Tuttavia, l'ente ha continuato ad applicare il vecchio accordo anche dopo la sua scadenza formale. I Lavoratori hanno fatto causa chiedendo il pagamento delle differenze retributive. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'ente datoriale, confermando che la disdetta unilaterale del CCNL prima della scadenza è illegittima. Inoltre, il prolungato utilizzo del vecchio contratto costituisce un comportamento concludente che vincola il datore di lavoro alla sua applicazione. L'Associazione è stata condannata anche per abuso del processo a causa della manifesta infondatezza del ricorso.
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Udienza lampo e diritto di difesa: nulla la sentenza
Una società di ristorazione ha impugnato una cartella esattoriale per indennità di occupazione di un immobile demaniale. La Corte di Appello ha deciso la causa fissando l'udienza con modalità di trattazione scritta solo due giorni prima dello svolgimento, violando il termine di legge di trenta giorni. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, dichiarando la nullità della sentenza d'appello. I giudici hanno stabilito che il mancato rispetto dei termini procedurali lede irrimediabilmente il diritto di difesa e il principio del contraddittorio, senza che la parte debba dimostrare un danno concreto. La causa è stata quindi rinviata alla Corte di Appello per un nuovo esame.
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Contratto di fornitura: piastrelle difettose e risarcimento
Un'impresa costruttrice ha acquistato piastrelle per rivestire la facciata di un edificio pubblico. Le piastrelle consegnate in più lotti presentavano evidenti differenze di colore e gravi difetti strutturali che ne causavano la rottura. L'azienda fornitrice ha sostenuto che si trattasse di ordini separati e che l'oggetto fosse indeterminato. La Corte di Cassazione ha respinto questa tesi, confermando l'esistenza di un unico contratto di fornitura con consegne ripartite. Il fornitore è stato ritenuto responsabile per non aver avvisato l'acquirente del rischio di variazioni cromatiche e per aver consegnato merce difettosa. La Suprema Corte ha condannato il fornitore al risarcimento dei danni e al pagamento delle spese legali, confermando la decisione dei giudici di merito.
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Aliud pro alio: l’auto rubata non rende il contratto nullo
L'Acquirente acquistava da un Venditore un'auto poi rivelatasi rubata e con telaio contraffatto. La Corte d'appello dichiarava la nullità del contratto per illiceità dell'oggetto. La Cassazione accoglie il ricorso del Venditore, stabilendo che un bene materiale non può essere considerato illecito in sé. Se le parti ignorano senza colpa la provenienza furtiva, non vi è nullità. La vendita di un'auto rubata o con telaio alterato configura invece un'ipotesi di aliud pro alio (consegna di una cosa completamente diversa da quella pattuita). Questo costituisce un grave inadempimento contrattuale che legittima la risoluzione del contratto e non la sua nullità. La sentenza viene cassata con rinvio.
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Interpretazione del contratto: quando la postilla cancella il debito
Un venditore di quote societarie chiedeva la risoluzione del contratto per il mancato pagamento del prezzo da parte degli acquirenti. Gli acquirenti sostenevano che un successivo accordo, contenente una postilla di manleva, avesse estinto il debito originario sostituendolo con un nuovo affare immobiliare. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del venditore, confermando che l'interpretazione del contratto non deve limitarsi al solo significato letterale delle parole, ma deve considerare il comportamento complessivo delle parti e la reale intenzione pratica dell'accordo. Lo scioglimento del successivo affare immobiliare a causa del fallimento della società non ha fatto venir meno l'effetto estintivo del debito originario, poiché i due contratti erano distinti e autonomi. Di conseguenza, gli acquirenti delle quote sono stati liberati dal pagamento del prezzo originario e il venditore ha perso la causa.
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Determinazione del corrispettivo dell’appalto: paga il giudice
Un'impresa edile ha richiesto il pagamento di lavori extra appalto eseguiti su una proprietà privata. La Corte d'appello aveva negato il compenso poiché l'impresa non aveva provato le ore di lavoro effettive pattuite "in economia". La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'impresa, stabilendo che la mancata prova delle ore lavorate non cancella il diritto al compenso se le opere sono state effettivamente realizzate. In questi casi, per la determinazione del corrispettivo dell'appalto si applica l'articolo 1657 del codice civile: il giudice deve quantificare il valore economico dei lavori eseguiti utilizzando criteri sussidiari, tariffe o usi locali, senza rigettare la domanda. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Calcolo Provvigioni Agente: Sconti e Indennità, la Sentenza
Un Agente ha citato in giudizio un'Azienda Mandante per ottenere maggiori provvigioni e un'indennità di fine rapporto più elevata. L'Agente sosteneva che gli sconti promozionali non dovessero ridurre la base di calcolo delle provvigioni e che avesse diritto all'indennità massima. La Corte d'Appello aveva respinto le sue richieste. La Corte Suprema ha confermato questa decisione. Ha stabilito che il `calcolo provvigioni agente` era corretto secondo il contratto, che escludeva gli sconti promozionali. L'Agente non ha dimostrato un uso aziendale diverso né ha provato tutti i requisiti per l'indennità massima. L'Agente ha perso la causa e dovrà pagare le spese legali.
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Nullità contratto di mantenimento: l’assistenza al genitore non basta
Una madre cede due immobili alla figlia e al genero con un contratto di mantenimento, in cambio di assistenza. Dopo la sua morte, gli altri eredi impugnano l'atto, sostenendo che mascheri una donazione e leda le loro quote. La Cassazione conferma la decisione dei giudici di merito, dichiarando la nullità del contratto di mantenimento. La ragione risiede nell'eccessiva genericità delle prestazioni di assistenza pattuite, che si sovrappongono ai normali doveri morali e legali di un figlio verso un genitore. Viene inoltre respinta la richiesta di convertire l'atto in una donazione, poiché non era stata provata la volontà delle parti in tal senso. Di conseguenza, gli immobili rientrano nell'asse ereditario da dividere tra tutti gli eredi.
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