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Art. 13 D.P.R. n. 115 del 2002 — Sezione Lavoro Civile

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150 provvedimenti

Altri anni per Art. 13 D.P.R. n. 115 del 2002

Cessazione della materia del contendere e accordo
La Corte di Cassazione ha dichiarato la cessazione della materia del contendere in una lite tra un ente sanitario e diversi dipendenti relativa al superiore inquadramento professionale. Durante il giudizio di legittimità, le parti hanno raggiunto un accordo conciliativo, rendendo superflua la decisione della Corte. Tale evento ha determinato il venir meno dell'efficacia della sentenza di appello precedentemente impugnata e la compensazione integrale delle spese di lite.
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Conciliazione e fine del processo in Cassazione
Una dipendente pubblica ha agito in giudizio per ottenere un superiore inquadramento professionale e le relative differenze retributive. Dopo una sentenza d'appello favorevole alla lavoratrice, l'ente pubblico ha proposto ricorso in Cassazione. Durante il giudizio di legittimità, le parti hanno raggiunto un accordo di conciliazione. La Suprema Corte ha dunque dichiarato la cessazione della materia del contendere, annullando l'efficacia della sentenza impugnata e disponendo la compensazione delle spese di lite, escludendo inoltre il raddoppio del contributo unificato.
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Parasubordinazione: competenza del giudice del lavoro
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di una società che contestava la competenza del Tribunale del Lavoro in merito a una lite su provvigioni e indennità di agenzia. La società sosteneva che l'agente operasse come imprenditore autonomo, invocando la competenza del tribunale civile ordinario. La Suprema Corte ha invece confermato che, trattandosi di agente persona fisica, opera una presunzione di parasubordinazione. La decisione ribadisce che la competenza si determina sulla base della domanda dell'attore e che l'impiego di collaboratori ausiliari non esclude la natura personale e coordinata del rapporto di lavoro.
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Contribuzione figurativa: onere prova calcolo pensione
La Corte di Cassazione ha confermato il diritto di un pensionato alla riliquidazione del trattamento pensionistico includendo gli emolumenti extra mensili nella base di calcolo della contribuzione figurativa. La controversia riguardava l'onere della prova: l'ente previdenziale sosteneva che spettasse al pensionato dimostrare l'errato calcolo. I giudici hanno invece stabilito che, a fronte della contestazione del beneficiario, spetta all'ente dimostrare l'esatto adempimento del proprio obbligo di accredito, provando l'effettiva inclusione di tutte le voci retributive spettanti.
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Inammissibilità ricorso: i termini per la Cassazione
Un'azienda sanitaria locale ha impugnato una sentenza d'appello favorevole a un dirigente medico in merito al pagamento di indennità di posizione variabile. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità ricorso per tardività, poiché la notifica è avvenuta oltre il termine semestrale previsto dall'art. 327 c.p.c. dalla pubblicazione della sentenza. La decisione conferma che il superamento dei termini processuali preclude definitivamente l'esame dei motivi di merito.
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Estinzione del giudizio: rinuncia e spese legali
Una struttura sanitaria pubblica ha impugnato una sentenza che la condannava a risarcire un dirigente veterinario per il mancato calcolo dell'indennità di posizione. Durante il procedimento in Cassazione, l'ente ha depositato un atto di rinuncia formale accettato dalla controparte. La Suprema Corte ha dichiarato l'estinzione del giudizio, confermando l'accordo tra le parti per la compensazione delle spese legali. L'estinzione del giudizio impedisce inoltre l'applicazione del raddoppio del contributo unificato, chiudendo definitivamente la lite senza ulteriori oneri fiscali per il ricorrente.
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Mobilità docenti: rinuncia al ricorso e spese
Una docente ha impugnato il mancato riconoscimento del punteggio per il servizio svolto in una scuola paritaria nell'ambito delle procedure di mobilità docenti. Dopo una sentenza d'appello sfavorevole, la lavoratrice ha presentato ricorso in Cassazione, decidendo successivamente di depositare atto di rinuncia. La Suprema Corte ha dichiarato l'estinzione del giudizio, disponendo la compensazione delle spese di lite a causa del mutamento del quadro giurisprudenziale avvenuto durante il processo.
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Rinuncia al ricorso: stop al raddoppio del contributo
Una società tecnologica ha presentato rinuncia al ricorso in Cassazione relativo a una controversia su retribuzioni e trasferimenti d'azienda. La Suprema Corte ha dichiarato l'estinzione del giudizio per cessazione della materia del contendere. Il punto centrale della decisione riguarda l'esclusione del raddoppio del contributo unificato: la rinuncia al ricorso, configurando un'inammissibilità sopravvenuta, non attiva il meccanismo sanzionatorio previsto per le impugnazioni dilatorie o pretestuose.
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Estinzione del processo: rinuncia al ricorso
Una dipendente di un Ente Locale, con qualifica di architetto, ha impugnato la revoca del proprio incarico di posizione organizzativa e denunciato un demansionamento. Dopo una sentenza d'appello che ha parzialmente accolto le sue richieste, il caso è giunto dinanzi alla Suprema Corte. Tuttavia, prima della decisione di merito, entrambe le parti hanno depositato atti di rinuncia ai rispettivi ricorsi. La Corte di Cassazione ha dunque dichiarato l'estinzione del processo, prendendo atto dell'accordo tra le parti anche in merito alla compensazione delle spese legali, evitando così la prosecuzione di un lungo contenzioso.
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Mobbing: quando le direttive non sono vessatorie
Una dipendente pubblica ha richiesto il risarcimento per presunto mobbing subito da parte dei dirigenti scolastici. La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità del ricorso, precisando che le richieste di attenersi alle procedure, se espresse con cortesia e giustificate dall'inadeguatezza professionale del lavoratore, non costituiscono vessazione. L'Art. 2087 c.c. non garantisce un benessere assoluto, ma reprime condotte di gratuita prevaricazione.
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Periodo di prova: validità e limiti del licenziamento
Un operatore sociosanitario ha impugnato il licenziamento per mancato superamento del **periodo di prova**, contestando che la durata di sei mesi prevista nel contratto individuale fosse superiore ai due mesi stabiliti dalla contrattazione collettiva. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. La questione della durata della prova è stata ritenuta 'nuova' poiché mai sollevata nei precedenti gradi di merito. Inoltre, la Corte ha confermato che non è possibile richiedere un nuovo esame delle testimonianze in sede di legittimità, restando tale valutazione prerogativa esclusiva dei giudici di merito.
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Lite temeraria: quando l’appello è abuso del processo
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per lite temeraria a carico di una grande azienda che aveva impugnato una sentenza di merito con motivazioni giudicate pretestuose. La controversia riguardava il calcolo del risarcimento dovuto a una dipendente dopo la dichiarazione di illegittimità del suo licenziamento. La Suprema Corte ha ribadito che l'abuso dello strumento processuale, finalizzato a ritardare il pagamento del dovuto attraverso appelli privi di utilità pratica, giustifica la sanzione pecuniaria prevista dall'art. 96 c.p.c., anche in assenza di prova di un danno specifico subito dalla controparte.
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Licenziamento disciplinare: i rischi dei vizi formali
La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità di un licenziamento disciplinare intimato oltre i termini perentori stabiliti dalla contrattazione collettiva. Nel caso di specie, il datore di lavoro ha inviato la lettera di recesso al settimo giorno dalla scadenza del termine per le giustificazioni, violando il limite di sei giorni previsto dal CCNL Metalmeccanica. Inoltre, è stata accertata la violazione dell'obbligo di audizione orale, espressamente richiesta dal lavoratore. Tali vizi procedurali hanno comportato la condanna della società al pagamento di un'indennità risarcitoria pari a otto mensilità, pur confermando l'estinzione del rapporto di lavoro.
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Competenza territoriale: come scegliere il giudice
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un lavoratore riguardante la competenza territoriale in una causa di licenziamento. Il ricorrente sosteneva la competenza del Tribunale di Milano o di Siracusa, ma la Corte ha confermato la decisione del giudice di merito in favore del Tribunale di Napoli. La decisione chiarisce che la competenza territoriale non si radica nel semplice luogo di lavoro, ma richiede la presenza di una dipendenza aziendale organizzata presso cui il dipendente prestava servizio al momento della cessazione del rapporto.
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Mansioni superiori pubblico impiego: i criteri
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di un dipendente pubblico che richiedeva differenze retributive per mansioni superiori pubblico impiego. Il giudice del merito ha correttamente applicato il giudizio trifasico, stabilendo che le attività di autista-soccorritore svolte erano di mero supporto e prive dell'autonomia e della responsabilità necessarie per l'inquadramento in un'area superiore.
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Revocazione per errore di fatto: quando è ammessa?
La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile un ricorso per revocazione per errore di fatto presentato da un privato cittadino contro un'amministrazione pubblica. Il ricorrente sosteneva che i giudici avessero erroneamente percepito la mancata lettura di un dispositivo in udienza. La Corte ha stabilito che, trattandosi di un fatto controverso e oggetto di valutazione logica, non si configura l'errore revocatorio previsto dalla legge, bensì un eventuale errore di giudizio non impugnabile con questo strumento.
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Obbligo retributivo cedente: il datore di lavoro paga
La Corte di Cassazione conferma che, in caso di cessione di ramo d'azienda dichiarata illegittima, l'obbligo retributivo del cedente verso il lavoratore è di natura salariale e non risarcitoria. Il datore di lavoro originario, che non riammette in servizio il dipendente, è tenuto a corrispondere l'intera retribuzione, senza poter detrarre quanto percepito dal lavoratore presso l'azienda cessionaria (c.d. aliunde perceptum). La sentenza ribadisce che il rapporto di lavoro prosegue legalmente con il cedente, il quale si trova in una situazione di mora del creditore.
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Superiore inquadramento: contano le mansioni, non il ruolo
Una lavoratrice ha ottenuto il riconoscimento di un superiore inquadramento professionale. Il datore di lavoro si era opposto sostenendo che la dipendente non fosse formalmente a capo di un ufficio. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che per il superiore inquadramento sono decisive le effettive mansioni svolte, la loro complessità e responsabilità, e non la mera preposizione a una struttura organizzativa formale.
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Natura giuridica associazione: quando è di diritto privato
Un'associazione controllata dalla Pubblica Amministrazione ha sostenuto che il suo status di ente 'in house' la sottoponesse alle regole del pubblico impiego, impedendo la conversione di un contratto a termine in uno a tempo indeterminato. La Corte di Cassazione ha respinto tale tesi, chiarendo che la natura giuridica di un'associazione è stabilita per legge. Poiché la normativa qualifica l'ente come soggetto di diritto privato, i suoi rapporti di lavoro sono disciplinati dal diritto privato, che ammette la conversione del contratto in assenza di una valida causale per il termine.
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Discriminazione per altezza: illegittimo il limite
La Corte di Cassazione ha confermato la natura di discriminazione indiretta di genere del requisito di altezza minima identico per uomini e donne in una procedura di selezione. Una candidata era stata esclusa da una società di trasporto ferroviario perché non raggiungeva l'altezza di 1,60 m. La Corte ha ritenuto il requisito non appropriato né funzionale alla mansione, confermando così il diritto della candidata al risarcimento del danno per perdita di chance, seppur ridotto rispetto alla richiesta iniziale.
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