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Art. 1256 Codice Civile

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193 provvedimenti

Compenso professionale: quando è dovuto senza fondi
Una società committente nega il saldo del compenso professionale a uno studio di architettura dopo la perdita di un finanziamento pubblico, causata da un'informativa antimafia poi annullata. La Corte di Cassazione conferma la condanna al pagamento, stabilendo che il diritto al compenso sorge quando il progetto è idoneo a ottenere i fondi, a prescindere da eventi successivi imputabili al cliente. La perdita del finanziamento, non dipendendo da vizi progettuali, non esonera il committente dal suo obbligo contrattuale.
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Soglia di fallibilità: il debito fiscale conta sempre
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza in esame, ha stabilito un principio cruciale in materia di soglia di fallibilità. Il caso riguardava una società dichiarata fallita il cui liquidatore sosteneva che recenti debiti fiscali, divenuti definitivi poco prima della dichiarazione, non dovessero essere conteggiati perché non ancora iscritti in bilancio. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, chiarendo che per valutare il superamento della soglia debitoria, rileva la situazione patrimoniale al momento della dichiarazione di fallimento, e la prova del debito può provenire da qualsiasi documento, inclusi gli avvisi di accertamento fiscali, a prescindere dalla loro registrazione contabile.
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Ricorso inammissibile: motivi e conseguenze pratiche
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di una società di produzione cinematografica contro la risoluzione di un contratto di associazione in partecipazione. La decisione si fonda su vizi procedurali, tra cui il difetto di autosufficienza, la contestazione di valutazioni di fatto riservate al merito e la proposizione di questioni nuove. La sentenza conferma l'importanza di rispettare le rigide regole formali del giudizio di legittimità, ribadendo che il mancato adempimento a obblighi contrattuali essenziali, come la rendicontazione dei costi, giustifica la risoluzione del contratto.
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Agevolazioni prima casa: quando si perdono i benefici?
Un contribuente ha perso le agevolazioni prima casa perché, a causa di difficoltà nei lavori di ristrutturazione, non ha trasferito la residenza entro 18 mesi. La Corte di Cassazione ha stabilito che i problemi con l'immobile non costituiscono forza maggiore, poiché l'obbligo legale è di trasferire la residenza nel Comune di acquisto, non necessariamente nell'abitazione specifica. La richiesta del contribuente è stata quindi definitivamente respinta.
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Leasing traslativo: i limiti del ricorso in Cassazione
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile un ricorso riguardante un contratto di leasing per un'automobile. L'utilizzatore sosteneva che si trattasse di un leasing traslativo, chiedendo l'applicazione dell'art. 1526 c.c. La Corte ha stabilito che la qualificazione del contratto è una valutazione di fatto riservata ai giudici di merito e non può essere riesaminata in sede di legittimità se non per specifici vizi di legge, non sollevati nel caso di specie.
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Sospensione unilaterale rapporto di lavoro e contributi
Un ente previdenziale ha richiesto il pagamento di contributi insoluti a un ente di formazione fallito, che aveva sospeso i dipendenti dopo la revoca del suo accreditamento. La Cassazione ha stabilito che la sospensione unilaterale del rapporto di lavoro è illegittima se l'azienda non prova un'impossibilità assoluta e non a lei imputabile di ricevere la prestazione lavorativa. La perdita di un accreditamento per colpa dell'azienda rientra nel normale rischio d'impresa e non giustifica la sospensione, mantenendo vivo l'obbligo di versare i contributi.
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Riduzione canone locazione: No in automatico per Covid
In un caso riguardante una locazione commerciale, la Corte di Cassazione ha stabilito che le restrizioni dovute alla pandemia di Covid-19 non conferiscono al conduttore il diritto automatico a una riduzione del canone locazione. L'ordinanza chiarisce che, sebbene l'inadempimento possa essere giustificato, la modifica del contratto non può essere imposta dal giudice ma resta legata ai rimedi generali come la risoluzione per eccessiva onerosità sopravvenuta, che la controparte può evitare offrendo una modifica equa.
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Sospensione unilaterale rapporto: obblighi contributivi
La Corte di Cassazione ha stabilito che, in caso di sospensione unilaterale rapporto di lavoro, il datore di lavoro rimane obbligato al versamento dei contributi previdenziali. Tale obbligo viene meno solo se l'azienda dimostra che la sospensione deriva da un'impossibilità assoluta della prestazione lavorativa, non imputabile a propria negligenza. Nel caso specifico, un ente di formazione, a seguito della revoca dell'accreditamento regionale, aveva sospeso i dipendenti. La Corte ha chiarito che la semplice revoca non basta a giustificare la sospensione, ma occorre verificare se essa sia stata causata da irregolarità gestionali dell'ente stesso. Il caso è stato rinviato al Tribunale per un nuovo esame.
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Riduzione canone locazione Covid: no al diritto
Un'azienda conduttrice di un immobile commerciale, costretta alla chiusura a causa delle misure anti-Covid, ha richiesto una riduzione del canone di locazione. Dopo una decisione favorevole in primo grado, la Corte d'Appello aveva respinto la richiesta. La Corte di Cassazione ha confermato quest'ultima decisione, stabilendo che le restrizioni pandemiche, pur potendo giustificare il ritardo nel pagamento, non conferiscono al conduttore un diritto automatico a ottenere una riduzione del canone dal giudice. Il rimedio principale per l'eccessiva onerosità sopravvenuta resta la risoluzione del contratto, non il suo adeguamento forzato.
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Risoluzione associazione in partecipazione: la Cassazione
La Cassazione ha confermato la decisione di merito che respingeva la domanda di risoluzione associazione in partecipazione. La Corte ha ritenuto inammissibile la modifica della domanda da risoluzione per inadempimento a quella per impossibilità sopravvenuta, avvenuta oltre i termini processuali. Inoltre, ha escluso il diritto di recesso in un contratto a tempo determinato, ribadendo l'inammissibilità delle censure su accertamenti di fatto.
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Clausola earn-out: valida anche in caso di pandemia?
Una società acquirente ha contestato la richiesta di pagamento di una tranche di prezzo variabile, legata a una clausola earn-out, a seguito del mancato raggiungimento del fatturato previsto a causa della pandemia di Covid-19. La società venditrice sosteneva che il mancato raggiungimento fosse imputabile a una cattiva gestione dell'acquirente. Il Tribunale ha dato ragione all'acquirente, stabilendo che la pandemia ha configurato un'impossibilità sopravvenuta non imputabile, escludendo così l'obbligo di pagamento. La sentenza ha inoltre chiarito la validità generale delle clausole earn-out e risolto una disputa sui costi del personale tramite un accordo di cut-off.
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Giudicato: no a nuove richieste di stipendio
La Cassazione ha annullato la condanna di una società IT al pagamento di retribuzioni a seguito di una cessione di ramo d'azienda illegittima. La Corte ha stabilito che la richiesta dei lavoratori era preclusa dal principio del giudicato, essendo già stata respinta in un precedente procedimento con le stesse parti e lo stesso oggetto.
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Onere della prova pagamento: la Cassazione chiarisce
Una società subappaltatrice cita in giudizio la committente per il mancato pagamento di fatture. La committente si difende sostenendo di aver già pagato, senza però fornire alcuna prova. I giudici di primo e secondo grado danno torto alla creditrice, applicando erroneamente il principio di non contestazione. La Corte di Cassazione, con questa ordinanza, cassa la sentenza, ribadendo un principio fondamentale: l'onere della prova del pagamento spetta sempre al debitore. Il creditore deve solo allegare l'inadempimento, non provare di non aver ricevuto il pagamento.
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Impossibilità sopravvenuta: quando è inammissibile?
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di una società che aveva smesso di pagare il canone di locazione a seguito del sequestro di un'area adiacente. L'ordinanza chiarisce che l'impossibilità sopravvenuta non si applica alle obbligazioni pecuniarie, in base al principio 'genus numquam perit'. Il conduttore non può unilateralmente sospendere i pagamenti, ma al massimo recedere per giusta causa. Il ricorso è stato respinto anche per la novità delle domande e la mancanza di specificità dei motivi.
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Clausola risolutiva espressa: Covid non è scusa
Un'azienda del settore ristorazione ha smesso di pagare l'affitto nel 2021, adducendo come causa le difficoltà economiche post-pandemia. La società proprietaria dell'immobile ha attivato la clausola risolutiva espressa prevista nel contratto. La Corte di Cassazione ha confermato la risoluzione del contratto, stabilendo che le tutele speciali legate all'emergenza Covid erano applicabili solo durante il periodo di lockdown e non giustificano inadempimenti successivi.
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Cessione ramo d’azienda: doppio stipendio legittimo
La Corte di Cassazione, con ordinanza, ha stabilito un principio fondamentale in materia di cessione ramo d'azienda dichiarata illegittima. Se il datore di lavoro originario (cedente) non riammette in servizio il lavoratore, quest'ultimo ha diritto alla retribuzione completa, anche se nel frattempo ha lavorato e percepito uno stipendio dal nuovo datore (cessionario). La Corte ha chiarito che si creano due rapporti di lavoro distinti: uno 'de iure' con il cedente, che deve lo stipendio a causa del suo rifiuto illegittimo, e uno 'de facto' con il cessionario, che paga per la prestazione effettivamente ricevuta. Pertanto, le somme percepite dal cessionario non possono essere detratte da quanto dovuto dal cedente.
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Cessione ramo d’azienda: il doppio stipendio è lecito
La Corte di Cassazione ha confermato che, in caso di cessione di ramo d'azienda dichiarata illegittima, il lavoratore ha diritto a percepire sia la retribuzione dal datore di lavoro originario (cedente) sia quella dall'azienda che lo ha acquisito (cessionaria). La sentenza stabilisce che si vengono a creare due rapporti di lavoro paralleli e distinti: uno 'de iure' con il cedente, ripristinato giudizialmente, e uno 'de facto' con il cessionario, per il quale il lavoratore ha effettivamente prestato servizio. Di conseguenza, la retribuzione versata dal cessionario non può essere detratta da quella dovuta dal cedente, poiché non si tratta di un risarcimento del danno ma del corrispettivo per due obbligazioni distinte.
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Espromissione: no rimborso se il matrimonio salta
Una futura suocera si era impegnata a pagare l'abito da sposa della nuora tramite un accordo qualificato come espromissione. A seguito dell'annullamento del matrimonio, chiedeva la restituzione delle somme versate. La Corte di Cassazione ha respinto la richiesta, dichiarando il ricorso inammissibile e specificando che, nell'espromissione, non si possono opporre al creditore eccezioni basate su eventi successivi all'accordo, come la cancellazione delle nozze.
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Cessione ramo d’azienda: il diritto alla doppia paga
Una lavoratrice, illegittimamente trasferita attraverso una cessione ramo d'azienda, ha visto ripristinato il suo rapporto di lavoro con il datore originale. La Corte di Cassazione ha confermato che, se il datore di lavoro originale non la reintegra, deve corrisponderle l'intera retribuzione, anche se la lavoratrice ha continuato a lavorare e a percepire uno stipendio dalla nuova società. Il pagamento del cessionario non estingue il debito del cedente.
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Lavoro effettivo: anche senza prestazione per colpa datoriale
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 19630/2025, ha stabilito che il requisito del "lavoro effettivo" per l'accesso all'indennità NASpI è soddisfatto anche quando il dipendente è impossibilitato a svolgere la propria mansione a causa di un ingiustificato rifiuto da parte del datore di lavoro. Secondo la Corte, il concetto di "lavoro effettivo" ha una valenza giuridica e non meramente naturalistica, comprendendo tutti i periodi in cui il rapporto di lavoro è attivo e dà diritto a retribuzione e contribuzione. Di conseguenza, è stata annullata la decisione della Corte d'Appello che richiedeva la presenza fisica del lavoratore, penalizzandolo per una condotta illecita del datore.
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