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Art. 1227 Codice Civile — Sezione Lavoro Civile

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138 provvedimenti

Altri anni per Art. 1227 Codice Civile

Omissione contributiva: obblighi del datore di lavoro
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di una società di vigilanza per omissione contributiva nei confronti dei propri dipendenti. L'azienda è stata ritenuta responsabile per il mancato versamento di contributi a un fondo sanitario e a un fondo pensione. La Corte ha stabilito che il pagamento tardivo dei contributi non esonera il datore di lavoro dal risarcire i danni diretti subiti dai lavoratori, come le spese mediche non coperte e la perdita di rendimento del fondo pensione. Il ricorso della società è stato integralmente respinto.
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Giudicato: no a nuove richieste di stipendio
La Cassazione ha annullato la condanna di una società IT al pagamento di retribuzioni a seguito di una cessione di ramo d'azienda illegittima. La Corte ha stabilito che la richiesta dei lavoratori era preclusa dal principio del giudicato, essendo già stata respinta in un precedente procedimento con le stesse parti e lo stesso oggetto.
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Aliunde percipiendum e onere della prova del datore
La Corte di Cassazione conferma che, in caso di licenziamento illegittimo, spetta al datore di lavoro l'onere di provare l'aliunde percipiendum, ovvero quanto il lavoratore ha guadagnato o avrebbe potuto guadagnare altrove. La mera allegazione della negligenza del lavoratore nella ricerca di un nuovo impiego non è sufficiente; il datore deve fornire prove concrete sulle opportunità lavorative disponibili e sulla professionalità richiesta, dimostrando che il lavoratore avrebbe potuto essere assunto.
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Ripristino del rapporto: dove deve avvenire?
Un lavoratore, dopo aver ottenuto la conversione di contratti di somministrazione in un rapporto a tempo indeterminato, è stato reintegrato in una sede diversa e più lontana. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna dell'azienda al risarcimento del danno, chiarendo che il ripristino del rapporto di lavoro deve avvenire nel luogo in cui il dipendente prestava la sua ultima attività. Qualsiasi successivo trasferimento deve essere giustificato da comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive, la cui prova spetta al datore di lavoro.
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Cessione ramo d’azienda: il doppio stipendio è lecito
La Corte di Cassazione ha confermato che, in caso di cessione di ramo d'azienda dichiarata illegittima, il lavoratore ha diritto a percepire sia la retribuzione dal datore di lavoro originario (cedente) sia quella dall'azienda che lo ha acquisito (cessionaria). La sentenza stabilisce che si vengono a creare due rapporti di lavoro paralleli e distinti: uno 'de iure' con il cedente, ripristinato giudizialmente, e uno 'de facto' con il cessionario, per il quale il lavoratore ha effettivamente prestato servizio. Di conseguenza, la retribuzione versata dal cessionario non può essere detratta da quella dovuta dal cedente, poiché non si tratta di un risarcimento del danno ma del corrispettivo per due obbligazioni distinte.
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Aliunde Perceptum: la prova spetta al Giudice?
La Cassazione ha stabilito che, in una causa per risarcimento danni da ritardata assunzione di un'insegnante, il giudice ha il potere di acquisire d'ufficio i documenti reddituali per calcolare l'aliunde perceptum, ovvero i guadagni alternativi percepiti dal lavoratore. La Corte ha respinto il ricorso della docente, confermando che la detrazione di tali redditi è un'eccezione in senso lato e la prova può essere ricercata attivamente dal tribunale, anche in assenza di una specifica contestazione del datore di lavoro pubblico.
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Rifiuto proroga missione: no al licenziamento
La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del licenziamento di un lavoratore in somministrazione che aveva rifiutato la proroga della sua missione. La decisione si basa sull'interpretazione del CCNL di settore, che non prevede sanzioni disciplinari per un singolo rifiuto, ma solo per la "reiterazione del rifiuto non giustificato". Il rifiuto della proroga missione, pertanto, non costituisce una giusta causa di licenziamento.
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Cessione ramo d’azienda: doppio stipendio legittimo?
La Corte di Cassazione ha stabilito che, in caso di cessione ramo d'azienda dichiarata illegittima, il lavoratore ha diritto alla retribuzione completa dal datore di lavoro originario (cedente) dal momento in cui offre la propria prestazione. La somma percepita dal datore di lavoro di fatto (cessionario) non può essere detratta, poiché si originano due rapporti di lavoro distinti: uno 'de iure' con il cedente e uno 'de facto' con il cessionario. La Corte ha rigettato il ricorso dell'azienda, confermando il principio della non detraibilità delle somme percepite altrove.
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Errore certificazione unica: chi paga i danni?
A causa di un errore nella certificazione unica, una lavoratrice perdeva un bonus fiscale. L'azienda datrice di lavoro, condannata al risarcimento in appello, ha fatto ricorso in Cassazione sostenendo un concorso di colpa della dipendente per non aver segnalato tempestivamente l'errore presente in busta paga. La Suprema Corte ha respinto il ricorso, confermando la piena responsabilità del datore di lavoro. È stato chiarito che non è esigibile dal lavoratore un controllo meticoloso dei documenti aziendali, e la sua segnalazione al momento della ricezione della Certificazione Unica è stata ritenuta sufficiente ad escludere ogni sua colpa.
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Cessione ramo d’azienda: doppio stipendio legittimo
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 20314/2025, ha stabilito che in caso di cessione di ramo d'azienda dichiarata illegittima, il lavoratore ha diritto alla retribuzione sia dal datore di lavoro originario (cedente) che da quello di fatto (cessionario). La Corte ha chiarito che si configurano due rapporti di lavoro distinti: uno 'de iure' ripristinato con il cedente e uno 'de facto' proseguito con il cessionario. Di conseguenza, la retribuzione versata da quest'ultimo non può essere detratta da quella dovuta dal cedente, poiché non si applica il principio della 'compensatio lucri cum damno'.
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Demansionamento: durata e prova del danno professionale
Un dipendente di una società di telecomunicazioni, inquadrato al quinto livello, veniva assegnato a mansioni di call center inferiori. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna dell'azienda per demansionamento, stabilendo che la notevole durata del declassamento professionale costituisce un elemento sufficiente per presumere l'esistenza di un danno risarcibile, invertendo di fatto l'onere della prova a carico del datore di lavoro.
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Onere della prova: chi paga i danni da trasferimento?
Un dipendente pubblico, trasferito illegittimamente, chiede il risarcimento dei costi di viaggio sostenuti con la propria auto. La Corte di Cassazione, con ordinanza n. 18903/2025, stabilisce che spetta al datore di lavoro l'onere della prova di dimostrare che il lavoratore avrebbe potuto mitigare il danno utilizzando mezzi alternativi, come i trasporti pubblici. La Corte ribalta la decisione di merito che aveva posto tale onere a carico del dipendente.
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Sgravi contributivi: quando l’INPS non può chiederli?
Una società si opponeva alla richiesta di restituzione di sgravi contributivi da parte dell'ente previdenziale, sostenendo di averne diritto per assunzioni con contratti di formazione e lavoro. La Corte di Cassazione ha parzialmente accolto il ricorso dell'azienda, stabilendo che gli sgravi contributivi goduti per l'assunzione di lavoratori con età inferiore ai 25 anni erano legittimi e non potevano essere recuperati, in quanto compatibili con la normativa comunitaria sugli aiuti di Stato. La Corte ha invece confermato che l'onere della prova sui requisiti per accedere ai benefici spetta sempre al datore di lavoro. La causa è stata rinviata alla Corte d'Appello per una nuova valutazione.
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Danno contratti a termine: sì al risarcimento PA
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 9114/2019, ha stabilito che un lavoratore del settore pubblico, vittima di un utilizzo abusivo di contratti a termine, ha diritto a un risarcimento del danno anche se non può ottenere la conversione del rapporto in uno a tempo indeterminato. Riformando la decisione della Corte d'Appello, che aveva negato il risarcimento per mancata prova del danno, la Suprema Corte ha affermato che il cosiddetto 'danno comunitario' è presunto e deve essere liquidato secondo parametri specifici, invertendo di fatto l'onere probatorio a favore del lavoratore. Viene invece negato il diritto alla retribuzione per i periodi non lavorati tra un contratto e l'altro.
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Risarcimento danno pubblico impiego: la Cassazione
Una lavoratrice del settore pubblico, assunta con una serie di contratti a tempo determinato illegittimi, ha agito in giudizio per ottenere la conversione del rapporto in tempo indeterminato e il risarcimento del danno. La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 9115/2019, ha ribadito il divieto di conversione del contratto nel pubblico impiego, in ossequio al principio costituzionale del concorso pubblico. Tuttavia, ha affermato il diritto della lavoratrice al risarcimento del danno per l'abuso subito. Tale danno, definito 'comunitario', non richiede una prova specifica ma viene presunto e liquidato dal giudice in una misura compresa tra 2,5 e 12 mensilità dell'ultima retribuzione. La Corte ha chiarito che neppure la successiva stabilizzazione della lavoratrice presso una società controllata dall'ente pubblico elimina il diritto al risarcimento per l'abuso pregresso. La sentenza della Corte d'Appello, che aveva negato il risarcimento, è stata quindi cassata con rinvio.
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Risarcimento contratti a termine: le regole nel P.A.
Una lavoratrice del settore pubblico, dopo una serie di contratti a termine illegittimi, si è vista negare la conversione del rapporto in tempo indeterminato. La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 9116/2019, ha confermato il divieto di conversione, ma ha stabilito il suo diritto a un risarcimento del danno. Questo risarcimento per contratti a termine abusivi è presunto dalla legge, quantificato tra 2,5 e 12 mensilità, e non viene annullato da un'eventuale successiva stabilizzazione. La Corte ha così cassato la decisione d'appello che aveva negato ogni indennizzo.
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Contratto di gestione: qualificazione e risarcimento
La Corte di Cassazione conferma la condanna al risarcimento del danno per una società che aveva interrotto illegittimamente un contratto di gestione di un impianto di carburanti. La sentenza analizza la qualificazione del rapporto come collaborazione coordinata e continuativa e stabilisce i criteri per il calcolo del danno da mancato guadagno, rigettando i motivi di ricorso basati su presunta incompetenza e vizi di motivazione.
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Onere della prova licenziamento: chi paga il conto?
Con la sentenza n. 7647/2019, la Cassazione Civile, Sezione Lavoro, ha affrontato il tema dell'onere della prova nel licenziamento illegittimo. Un istituto di credito, condannato a risarcire un dipendente, sosteneva che il risarcimento dovesse essere ridotto per la mancata ricerca di un nuovo lavoro da parte di quest'ultimo. La Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che l'onere della prova della negligenza del lavoratore grava interamente sul datore di lavoro, il quale deve allegare fatti specifici e non può limitarsi a una contestazione generica.
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