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Art. 1227 Codice Civile — Sezione Lavoro Civile

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138 provvedimenti

Altri anni per Art. 1227 Codice Civile

Qualificazione rapporto di lavoro: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione rigetta il ricorso di un'emittente radiofonica, confermando la decisione dei giudici di merito sulla qualificazione rapporto di lavoro di una sua collaboratrice. Nonostante contratti formali di collaborazione autonoma, il rapporto è stato ritenuto di natura subordinata basandosi sul principio di effettività. La Corte ha convalidato la condanna per licenziamento illegittimo e il calcolo del risarcimento basato sulla retribuzione di fatto, superiore a quella contrattuale.
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Omissione contributiva: la Cassazione chiarisce
Un lavoratore ha citato in giudizio un'azienda sanitaria per ottenere il risarcimento del danno derivante da un'omissione contributiva per il periodo dal 1983 al 2006. La Corte di Cassazione, con la presente ordinanza, ha chiarito un punto fondamentale sulla successione tra enti: la nuova Azienda Sanitaria (ASL) non possiede la legittimazione passiva per rispondere dei debiti delle vecchie Unità Sanitarie Locali (USL) maturati prima del 31 dicembre 1994. Di conseguenza, la domanda del lavoratore è stata rigettata per il periodo antecedente a tale data.
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Legittimazione passiva ASL: chi paga i debiti?
Una lavoratrice ha citato in giudizio un'Azienda Sanitaria Locale per ottenere il risarcimento del danno derivante da contributi previdenziali non versati tra il 1987 e il 1995. La Corte di Cassazione ha affrontato il tema della legittimazione passiva ASL, stabilendo che le nuove Aziende non rispondono dei debiti maturati dalle vecchie USL prima del 31 dicembre 1994. Di conseguenza, la domanda della lavoratrice è stata rigettata per il periodo in questione.
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Legittimazione passiva ASL: chi paga i debiti?
Una psicologa ha citato un'Azienda Sanitaria Locale per il risarcimento del danno da omessi contributi previdenziali relativi al periodo 1987-1995, quando era in servizio presso la soppressa Unità Sanitaria. La Corte di Cassazione ha stabilito il difetto di legittimazione passiva ASL per i debiti sorti prima del 31 dicembre 1994, attribuendo la responsabilità alle gestioni liquidatorie regionali. La domanda della lavoratrice contro l'Azienda è stata quindi rigettata per tale periodo.
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Legittimazione passiva ASL: chi paga i debiti USL?
Una professionista ha citato in giudizio un'Azienda Sanitaria Locale (ASL) per ottenere il risarcimento del danno derivante dall'omesso versamento di contributi previdenziali relativi al periodo 1987-1995, quando operava la precedente Unità Sanitaria Locale (USL). La Corte di Cassazione ha stabilito che la legittimazione passiva ASL non sussiste per i debiti maturati prima del 31 dicembre 1994. Per tale periodo, la responsabilità ricade sulle Regioni attraverso le apposite gestioni liquidatorie. Di conseguenza, la Corte ha accolto parzialmente il ricorso dell'ASL, rigettando la domanda della lavoratrice per il periodo fino al 1994.
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Motivazione per relationem: quando la sentenza è nulla
Un professionista ha richiesto la regolarizzazione dei contributi previdenziali a un'azienda sanitaria. Dopo due gradi di giudizio favorevoli, l'azienda ha fatto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha annullato la sentenza d'appello per un vizio di motivazione. La Corte d'Appello aveva infatti utilizzato una motivazione per relationem, richiamando un'altra sentenza senza effettuare un'analisi critica e autonoma del caso specifico. La Cassazione ha ribadito che tale pratica, se non accompagnata da una valutazione effettiva dei motivi di impugnazione, rende la sentenza nulla per motivazione apparente.
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Demansionamento dirigenza sanitaria: la Cassazione
Un dirigente medico veterinario ha agito in giudizio contro un'azienda sanitaria a seguito di una riorganizzazione che ha comportato la cessazione dei suoi incarichi di direttore. Sosteneva di aver subito un demansionamento e chiedeva il risarcimento dei danni e il pagamento di differenze retributive. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando le decisioni dei gradi precedenti. La Corte ha stabilito che, nel contesto di una riorganizzazione aziendale, la modifica degli incarichi per la dirigenza sanitaria, che è inquadrata in un ruolo unico, non costituisce automaticamente un demansionamento. Inoltre, ha ritenuto inammissibili i motivi di ricorso volti a una rivalutazione dei fatti e delle prove, confermando la legittimità dell'operato dell'azienda sanitaria.
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Indebito previdenziale: la Cassa può recuperare?
Un professionista ha ricevuto per anni una pensione superiore al dovuto a causa di un errore di calcolo. La Cassazione ha confermato il diritto della Cassa di previdenza a richiedere la restituzione dell'indebito previdenziale, anche se trasformata in ente privato. La Corte ha chiarito i limiti temporali per l'azione di recupero, rigettando il ricorso dell'erede che si opponeva alla restituzione.
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Recesso anticipato: l’onere della prova del danno
Un dirigente della pubblica amministrazione, il cui contratto era stato interrotto prima della scadenza a causa di una clausola di 'spoil system', ha fatto ricorso. La Corte di Cassazione ha stabilito che la clausola è nulla. In caso di recesso anticipato illegittimo, l'onere di provare l'esatto ammontare dei guadagni percepiti dal lavoratore altrove (aliunde percipiendum), al fine di ridurre il risarcimento, spetta al datore di lavoro e non al dipendente. Inoltre, il giudice ha il dovere di utilizzare i propri poteri istruttori per quantificare il danno qualora esista un principio di prova.
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Responsabilità del comune: convenzione e segretario
La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un ente locale contro la sentenza che escludeva la responsabilità del comune convenzionato per la revoca di un segretario. La decisione sottolinea che la responsabilità per la cessazione del rapporto ricade solo sul comune datore di lavoro, a meno che non si provi un contributo causale dell'altro ente, e ribadisce l'inefficacia del ricorso incidentale tardivo se quello principale è inammissibile.
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Assunzione categorie protette e precedenti penali
Un lavoratore iscritto alle liste per l'assunzione di categorie protette si è visto negare l'impiego da una società a partecipazione pubblica a causa di precedenti penali. I giudici di merito hanno ritenuto legittimo il diniego, basandosi su un regolamento interno dell'azienda. La Corte di Cassazione, investita della questione, ha ritenuto il quesito di particolare importanza giuridica (rilievo nomofilattico), decidendo di non pronunciarsi immediatamente. Con ordinanza interlocutoria, ha rinviato la causa a una pubblica udienza per un esame più approfondito, al fine di stabilire se un regolamento aziendale possa introdurre requisiti di accesso più restrittivi rispetto alla legge speciale sull'assunzione obbligatoria.
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Avviamento categorie protette: la prova di idoneità
Un lavoratore iscritto alle categorie protette, primo in graduatoria per un posto in un ente comunale, è stato giudicato non idoneo dopo un colloquio. La Corte di Cassazione ha respinto il suo ricorso, chiarendo che nell'avviamento categorie protette, la prova di idoneità non deve essere necessariamente un test pratico-manuale. Un colloquio è sufficiente per verificare le capacità del candidato, specialmente per mansioni concettuali, e il diritto all'assunzione sorge solo dopo il superamento di tale prova.
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Prova idoneità categorie protette: il colloquio basta
Un candidato appartenente alle categorie protette ha impugnato la sua esclusione da una selezione pubblica, avvenuta a seguito di un colloquio. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, stabilendo che un colloquio costituisce una valida prova idoneità categorie protette quando è finalizzato a valutare le capacità pratiche e relazionali richieste dalla mansione, rendendo superflua un'ulteriore prova manuale in caso di esito negativo.
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Indennità di mobilità: quando va restituita? Cassazione
L'ordinanza interlocutoria della Corte di Cassazione affronta il caso di lavoratori che, dopo essere stati licenziati e aver percepito l'indennità di mobilità, ottengono una sentenza di reintegrazione. Tuttavia, a causa del fallimento del datore di lavoro, la reintegrazione non avviene mai di fatto. L'INPS chiede la restituzione delle indennità versate. Rilevando un profondo contrasto giurisprudenziale sulla questione, la Corte non decide nel merito ma rimette la causa alle Sezioni Unite per stabilire un principio di diritto definitivo. Il dilemma è se prevalga la reintegrazione formale ('de iure') o la mancata ripresa effettiva del lavoro ('de facto') nel determinare la legittimità dell'indennità.
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Iscrizione Gestione Separata: obblighi e sanzioni
Un professionista ha impugnato una richiesta di pagamento di contributi previdenziali, sostenendo la prescrizione del debito e l'illegittimità delle sanzioni. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, confermando che l'obbligo di iscrizione Gestione Separata sussisteva. La Corte ha ritenuto inammissibili o infondati i motivi del ricorso, sottolineando che la presentazione di una dichiarazione dei redditi correttiva può essere interpretata come un indizio di occultamento del debito, tale da sospendere i termini di prescrizione.
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Licenziamento giusta causa: la prova indiziaria basta?
Un dirigente commerciale estero viene licenziato per giusta causa da un'azienda produttrice di tabacco per il suo presunto coinvolgimento in spedizioni fittizie volte all'evasione fiscale. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del licenziamento, basato su prove indiziarie provenienti da indagini penali. L'ordinanza stabilisce che l'utilizzo di tali elementi non costituisce un'inversione dell'onere della prova a carico del datore di lavoro. Inoltre, è stata confermata la condanna del dirigente al risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale (danno all'immagine) subito dall'azienda, quantificato anche in via equitativa sulla base della notorietà mediatica della vicenda.
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Impossibilità sopravvenuta: contratto risolto
Un dirigente amministrativo di un'azienda sanitaria ha visto il suo contratto risolto a seguito della soppressione dell'ente per cui lavorava, a causa di una riorganizzazione regionale. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità della risoluzione, qualificandola come un caso di impossibilità sopravvenuta della prestazione, escludendo il diritto al risarcimento del danno.
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Risarcimento Danno: limiti al dovere di mitigazione
Una docente, a cui era stata negata l'assunzione in ruolo nel 1991, ha agito per ottenere il risarcimento del danno. La Corte d'Appello aveva limitato il risarcimento, sostenendo che la docente non avesse usato l'ordinaria diligenza per mitigare il danno, non avendo cercato supplenze in province lontane dalla sua residenza. La Corte di Cassazione ha annullato tale decisione, stabilendo che il dovere di mitigazione del danno non può imporre al danneggiato comportamenti gravosi o che comportino notevoli sacrifici personali e familiari, soprattutto a fronte di risultati incerti. La valutazione della condotta del danneggiato deve essere effettuata 'ex ante', cioè in base alle informazioni disponibili al momento, e non 'ex post', con il senno di poi.
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Patto di prova illegittimo: l’assunzione è un diritto
La Corte di Cassazione conferma la decisione di merito che ha dichiarato l'illegittimità del patto di prova imposto da una società di servizi postali a una lavoratrice. La lavoratrice, già inserita in una graduatoria per l'assunzione a tempo indeterminato, si era vista negare il posto per il mancato superamento di una prova di guida del motomezzo. I giudici hanno ritenuto la clausola nulla e contraria a buona fede, poiché inserita unilateralmente e dopo che la lavoratrice aveva già dimostrato le sue capacità in precedenti rapporti a termine. Di conseguenza, è stato dichiarato costituito il rapporto di lavoro con diritto al risarcimento del danno.
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Concorso di colpa: la banca risponde per i controlli?
In un caso di danno patrimoniale causato da un dipendente, la Corte di Cassazione ha stabilito un importante principio sul concorso di colpa. La Corte ha annullato la sentenza d'appello che escludeva la responsabilità della banca, affermando che spetta all'istituto di credito, e non al lavoratore, dimostrare di aver adottato adeguate misure di controllo interno per prevenire l'illecito. La mancanza di tali prove può configurare un concorso di colpa della banca, riducendo l'obbligo risarcitorio del dipendente.
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