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Art. 1226 Codice Civile — Sezione Lavoro Civile

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206 provvedimenti

Altri anni per Art. 1226 Codice Civile

Lavoro domenicale: indennità aggiuntiva è dovuta
La Corte di Cassazione ha stabilito che il lavoro domenicale, anche se compensato con un giorno di riposo infrasettimanale, deve essere retribuito con un'indennità aggiuntiva per la sua particolare penosità. La sentenza conferma che il sacrificio degli interessi familiari e sociali legati alla domenica merita un compenso ulteriore, un "quid pluris", che può essere determinato dal giudice in via equitativa se non previsto dal contratto collettivo.
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Risarcimento danno demansionamento: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 32527/2024, ha confermato il diritto al risarcimento danno demansionamento per due dipendenti bancari, anche in presenza di una precedente sentenza che aveva escluso il risarcimento per un periodo anteriore. La Corte ha stabilito che la continuità del demansionamento in un periodo successivo costituisce un illecito distinto, per il quale è possibile richiedere e ottenere un nuovo risarcimento. Inoltre, ha ribadito che il danno alla professionalità può essere provato anche in via presuntiva e liquidato equitativamente dal giudice sulla base di elementi come la durata e la gravità del demansionamento.
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Lavoro domenicale: indennità per maggiore penosità
La Corte di Cassazione ha confermato il diritto di un lavoratore a ricevere un'indennità aggiuntiva per il lavoro domenicale, liquidata in via equitativa, a causa della sua maggiore penosità. Questa penosità è presunta e non richiede una prova specifica del danno da parte del lavoratore. La Corte ha inoltre stabilito che le maggiorazioni corrisposte con continuità, come quelle per lavoro notturno e domenicale, devono essere incluse nel calcolo del TFR e delle mensilità supplementari.
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Lavoro domenicale: indennità per maggiore penosità
Una società di servizi ha contestato una sentenza che riconosceva a un dipendente un inquadramento superiore e un'indennità per il lavoro domenicale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la maggiore penosità del lavoro domenicale è presunta e non necessita di prova specifica, giustificando un compenso aggiuntivo. Ha inoltre confermato che la prescrizione dei crediti retributivi non decorre durante il rapporto di lavoro se questo non è assistito da un regime di stabilità reale.
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Perdita di chance: risarcimento anche con probabilità 33%
La Corte di Cassazione ha confermato il diritto al risarcimento del danno da perdita di chance per due medici, esclusi da un incarico dirigenziale a seguito di una selezione pubblica viziata. L'Azienda Sanitaria aveva illegittimamente ammesso un candidato i cui requisiti di anzianità erano dubbi. La Corte ha ritenuto corretta la valutazione del danno basata su una probabilità di successo del 33%, chiarendo la distinzione tra la prova della sussistenza di una chance concreta e la sua successiva quantificazione equitativa.
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Perdita di chance: onere della prova e ricorso
Un dirigente medico ha citato in giudizio il suo datore di lavoro per il risarcimento dei danni derivanti da una perdita di chance nella sua carriera, sostenendo che un ritardato riconoscimento della sua anzianità gli ha impedito di ottenere ruoli dirigenziali. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, evidenziando vizi procedurali e la mancata prova dell'esistenza effettiva delle opportunità perse. La sentenza conferma che l'onere di dimostrare la concreta possibilità di successo ricade interamente sul richiedente.
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Dequalificazione: come si prova il danno professionale?
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un'azienda di telecomunicazioni al risarcimento per dequalificazione professionale di un suo dipendente. Il lavoratore, un quadro con lunga esperienza nelle risorse umane, era stato assegnato a compiti marginali in un settore informatico senza formazione. La Suprema Corte ha stabilito che, sebbene il danno non sia automatico, può essere provato tramite presunzioni basate sulla durata, la gravità e la natura del demansionamento, legittimando la liquidazione equitativa del danno da parte del giudice.
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Revoca incarico dirigente: illegittima se pretestuosa
Un dirigente sanitario ha subito la revoca anticipata del suo incarico, ufficialmente legata alla nomina di un nuovo vertice aziendale, seguita a breve dal suo collocamento in quiescenza. La Corte di Cassazione ha stabilito che la revoca dell'incarico del dirigente sanitario era illegittima e che il successivo pensionamento non può sanare l'illegittimità dell'atto. La normativa che vieta di attribuire nuovi incarichi a personale in pensione non si applica al mantenimento di un contratto già in essere. Di conseguenza, il dirigente ha diritto a una nuova valutazione in merito alla reintegra o al risarcimento del danno.
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Interpretazione accordo: la Cassazione decide
Un'analisi della Cassazione sull'interpretazione di un accordo transattivo. La Corte dichiara inammissibile il ricorso di una compagnia assicurativa, confermando che una clausola sulla disdetta del portafoglio clienti era un obbligo giuridico e non una mera dichiarazione d'intenti. La valutazione dei giudici di merito non è sindacabile se logica e rispettosa dei canoni legali.
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Responsabilità precontrattuale: risarcimento e danno
La Corte di Cassazione conferma la decisione della Corte d'Appello, che aveva ridotto il risarcimento a una lavoratrice per la mancata conclusione di un contratto di lavoro. Il caso chiarisce i limiti del risarcimento per responsabilità precontrattuale, circoscrivendolo all'interesse negativo (spese sostenute e occasioni perse) e non al mancato guadagno derivante dal contratto non stipulato (interesse positivo). La liquidazione equitativa del danno è legittima quando la parte lesa non fornisce prove precise del pregiudizio subito.
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Perdita di chance e obbligo di formazione aziendale
Un'azienda di trasporti non ha attivato un corso di formazione promesso a un dipendente, che di conseguenza ha superato il limite di età per ottenere una promozione. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna dell'azienda al risarcimento del danno per la perdita di chance, rigettando le giustificazioni della società, ritenute non provate. La sentenza sottolinea che l'impegno formativo del datore di lavoro è un obbligo il cui inadempimento genera responsabilità.
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Controllo email dipendenti: quando è illecito?
La Corte di Cassazione ha confermato la decisione della Corte d'Appello, rigettando il ricorso di una società che aveva utilizzato le email personali di ex dipendenti come prova in una causa per concorrenza sleale. La Suprema Corte ha stabilito che l'accesso a caselle di posta elettronica personali, anche se configurate su server aziendali e protette da password, costituisce una violazione della privacy e un illegittimo controllo email dipendenti. Di conseguenza, le prove così ottenute sono state ritenute inutilizzabili nel processo, in quanto il controllo datoriale deve rispettare i principi di finalità, proporzionalità e previa informazione, non potendo tradursi in un monitoraggio massivo e indiscriminato.
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Demansionamento pubblico impiego: la decisione chiave
Un dipendente pubblico, trasferito illegittimamente e poi reintegrato, ha citato in giudizio l'ente per demansionamento pubblico impiego, lamentando l'assegnazione a compiti meno qualificanti. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo che nel pubblico impiego rileva solo l'equivalenza formale delle mansioni, ovvero l'inquadramento contrattuale, e non la professionalità concreta acquisita. Di conseguenza, non essendoci un illecito, è stata negata anche la richiesta di risarcimento per perdita di chance.
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Demansionamento infermieri: onere della prova
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 25174/2025, ha chiarito l'onere della prova nel demansionamento infermieri. Alcuni infermieri avevano citato in giudizio la loro azienda ospedaliera, sostenendo di essere stati demansionati per aver svolto mansioni inferiori tipiche degli Operatori Socio-Sanitari. La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, specificando che spetta al lavoratore allegare e provare in modo specifico la prevalenza delle mansioni inferiori. Solo a fronte di un'allegazione precisa e dettagliata, l'onere di provare il corretto adempimento contrattuale passa al datore di lavoro.
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Danno da demansionamento: onere della prova e risarcimento
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 11586/2025, interviene su un caso di presunto danno da demansionamento. Una lavoratrice, dopo aver ottenuto in appello il riconoscimento di un inquadramento superiore e il risarcimento, vede la sentenza parzialmente annullata. La Suprema Corte ribadisce che il danno da demansionamento non è automatico (in re ipsa), ma deve essere allegato e provato dal lavoratore, anche tramite presunzioni. Il giudice non può liquidarlo equitativamente basandosi solo sulla dequalificazione, ma deve indicare gli elementi di fatto concreti che dimostrano l'esistenza di un pregiudizio.
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Danno da demansionamento: come si calcola il risarcimento
Un dipendente di un istituto di credito subisce un prolungato demansionamento. Dopo un lungo iter giudiziario, la Corte di Cassazione chiarisce i criteri per la quantificazione del danno professionale. La Corte conferma che il danno deve essere provato, anche tramite presunzioni, e che la liquidazione equitativa del giudice deve essere basata su valori attuali. La decisione finale si concentra sulla correzione del calcolo delle spese legali, stabilendo un principio chiave sul valore della controversia ai fini tariffari, confermando nel merito la valutazione sul danno da demansionamento.
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Giudicato interno e calcolo del danno: i limiti
Una lavoratrice ottiene il diritto all'assunzione e al risarcimento del danno. In appello, il risarcimento viene ridotto escludendo una voce retributiva non specificamente contestata dall'azienda. La Cassazione annulla la decisione, affermando che sulla quantificazione del danno si era formato un giudicato interno, invalicabile dal giudice d'appello in assenza di uno specifico motivo di gravame.
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Tempo tuta medici: la Cassazione annulla la sentenza
La Corte di Cassazione ha annullato una sentenza della Corte d'Appello che riconosceva a un gruppo di medici il diritto al compenso per il cosiddetto 'tempo tuta' e per il lavaggio delle divise. L'ordinanza stabilisce che la prova di tali attività, specialmente per i medici convenzionati con rapporto di parasubordinazione, deve essere rigorosa e non può essere presunta. La Corte ha riscontrato una grave carenza di motivazione nella decisione di secondo grado, la quale non ha specificato gli elementi probatori a sostegno della condanna dell'azienda sanitaria. Il caso è stato rinviato alla Corte d'Appello per un nuovo esame.
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Tempo tuta: quando va retribuito? La Cassazione decide
L'ordinanza della Corte di Cassazione analizza il caso di alcuni medici che chiedevano la retribuzione per il cosiddetto "tempo tuta", ovvero il tempo impiegato per indossare e togliere la divisa, e per il lavaggio della stessa. La Corte ha cassato la sentenza d'appello favorevole ai medici, ritenendola priva di una motivazione adeguata. In particolare, è stata sottolineata la mancanza di prove concrete riguardo allo svolgimento di tali attività al di fuori dell'orario di lavoro e al tempo effettivamente impiegato, ribadendo che l'onere della prova grava sui lavoratori.
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Risarcimento del danno: come si calcola per demansionamento
Un lavoratore ha citato in giudizio un ente pubblico per demansionamento. La Corte d'Appello, pur confermando l'illecito, ha ridotto il risarcimento del danno dal 100% al 30% della retribuzione. La Corte di Cassazione ha annullato questa riduzione, giudicando la motivazione troppo generica e insufficiente. La sentenza sottolinea che la liquidazione equitativa del danno richiede un percorso logico chiaro e trasparente, soprattutto in caso di notevole divergenza con la decisione di primo grado. Il caso è stato rinviato alla Corte d'Appello per una nuova quantificazione.
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