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Art. 1226 Codice Civile — Sezione Lavoro Civile

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206 provvedimenti

Altri anni per Art. 1226 Codice Civile

Assunzione a tempo indeterminato: non è un diritto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di alcuni lavoratori che, pur inseriti in una graduatoria definitiva, chiedevano l'assunzione a tempo indeterminato presso un'Azienda Sanitaria. La Corte ha stabilito che la stabilizzazione del personale precario non è un diritto soggettivo, ma una scelta discrezionale della Pubblica Amministrazione, soggetta a vincoli di bilancio e fabbisogno organico. Il ricorso è stato respinto anche per vizi procedurali, in quanto la domanda per il tempo indeterminato era stata proposta in via subordinata e i motivi di ricorso non affrontavano correttamente le ragioni della decisione d'appello.
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Patto di prova illegittimo: l’assunzione è un diritto
La Corte di Cassazione conferma la decisione di merito che ha dichiarato l'illegittimità del patto di prova imposto da una società di servizi postali a una lavoratrice. La lavoratrice, già inserita in una graduatoria per l'assunzione a tempo indeterminato, si era vista negare il posto per il mancato superamento di una prova di guida del motomezzo. I giudici hanno ritenuto la clausola nulla e contraria a buona fede, poiché inserita unilateralmente e dopo che la lavoratrice aveva già dimostrato le sue capacità in precedenti rapporti a termine. Di conseguenza, è stato dichiarato costituito il rapporto di lavoro con diritto al risarcimento del danno.
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Tempo di viaggio: quando è orario di lavoro retribuito?
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 18008/2024, ha stabilito che il tempo di viaggio impiegato da un lavoratore per recarsi dal deposito aziendale al primo cliente e dall'ultimo cliente al deposito, utilizzando un mezzo aziendale, costituisce a tutti gli effetti orario di lavoro e deve essere retribuito. La Corte ha chiarito che un accordo sindacale che preveda una franchigia non retribuita per tale spostamento è nullo. Inoltre, ha precisato che, una volta accertato il diritto alla retribuzione, il giudice deve procedere alla quantificazione delle somme dovute, anche utilizzando i dati di geolocalizzazione aziendali, senza poter rigettare la domanda solo perché il lavoratore non ha fornito una prova specifica e dettagliata dei minuti esatti.
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Tempo di viaggio: quando è orario di lavoro retribuito
La Cassazione stabilisce che il tempo di viaggio dei tecnici dal deposito aziendale al primo cliente rientra nell'orario di lavoro retribuito. Una clausola contrattuale che introduce una franchigia non retribuita è nulla e il giudice deve quantificare il dovuto anche se la prova dell'esatto ammontare non è fornita dal lavoratore.
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Risarcimento abuso contratti a termine: l’analisi
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un'amministrazione pubblica contro una docente che aveva ottenuto un risarcimento per l'abuso di contratti a termine. Il ricorso è stato respinto perché basato su presupposti di fatto errati, come l'inesistente stabilizzazione della lavoratrice, e perché non si confrontava con la motivazione della sentenza precedente. La Corte ha ribadito che, in assenza di stabilizzazione, il risarcimento abuso contratti a termine nel pubblico impiego è dovuto in misura forfettaria, senza che il lavoratore debba fornire prova di un danno specifico.
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Danno contratti a termine: no prova agevolata
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 15814/2024, ha stabilito che non si applica la presunzione agevolata della prova per il danno da contratti a termine illegittimi stipulati prima dell'entrata in vigore della direttiva comunitaria 1999/70/CE. La lavoratrice che chiedeva il risarcimento avrebbe dovuto fornire prova specifica del danno subito, non potendo beneficiare dell'agevolazione probatoria riconosciuta dalla giurisprudenza per i rapporti successivi.
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Responsabilità disciplinare medico: onere della prova
La Corte di Cassazione ha confermato l'annullamento di una sanzione disciplinare contro un dirigente medico per irregolarità nella registrazione di ricoveri. La decisione sottolinea che la responsabilità disciplinare medico non può basarsi sulla sola posizione gerarchica. Spetta all'azienda sanitaria l'onere di provare l'elemento soggettivo (colpa) della condotta, cosa che non è avvenuta nel caso di specie. La Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'azienda, che mirava a una rivalutazione dei fatti.
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Stabilizzazione nullo: no a risarcimento senza fondi
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un gruppo di lavoratori la cui stabilizzazione era stata annullata in autotutela da un consorzio pubblico. La Corte ha stabilito che la procedura di assunzione, avvenuta senza la necessaria copertura finanziaria, era affetta da un vizio genetico che la rendeva nulla fin dall'inizio. Di conseguenza, nessun contratto di lavoro valido è mai sorto. La sentenza esclude il diritto dei lavoratori a qualsiasi forma di risarcimento per la mancata stabilizzazione, confermando che l'annullamento di un atto illegittimo non genera responsabilità per l'ente. L'unico diritto riconosciuto è la retribuzione per il lavoro effettivamente prestato.
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Perdita di chance: onere della prova del dipendente
Un gruppo di dipendenti pubblici ha citato in giudizio il Ministero di appartenenza per ottenere un risarcimento danni da perdita di chance, a causa della mancata conclusione delle procedure per la progressione di carriera. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la decisione della Corte d'Appello. È stato ribadito che spetta al lavoratore l'onere di provare l'esistenza di una probabilità concreta ed elevata di successo, prova che nel caso di specie non è stata fornita. La norma contrattuale che prevedeva le procedure è stata inoltre considerata di natura meramente programmatica, non tale da creare un diritto soggettivo alla progressione.
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Perdita di chance: onere della prova nel pubblico impiego
Un gruppo di dipendenti pubblici ha citato in giudizio il proprio Ministero per la mancata attivazione di procedure di progressione di carriera, chiedendo un risarcimento per perdita di chance. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 15308/2024, ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che spetta al lavoratore dimostrare, anche tramite presunzioni, la sussistenza di una probabilità concreta e non meramente ipotetica di successo. L'esistenza di un danno risarcibile deve essere provata prima di poterne chiedere una valutazione equitativa.
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Perdita di chance: onere della prova del dipendente
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 15301/2024, ha dichiarato inammissibile il ricorso di alcuni dipendenti del Ministero della Giustizia. I lavoratori chiedevano un risarcimento per la perdita di chance di progressione di carriera, a causa della mancata attivazione delle procedure selettive previste dal contratto collettivo. La Corte ha ribadito che, per ottenere il risarcimento, non basta dimostrare l'inadempimento dell'amministrazione, ma è necessario che il dipendente provi, anche tramite presunzioni, di avere avuto una concreta e probabile possibilità di successo se la selezione si fosse svolta. In assenza di tale prova, la domanda di risarcimento non può essere accolta.
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Giudicato: cosa copre la sentenza definitiva?
Un dipendente pubblico ha richiesto un risarcimento danni, sostenendo la "falsità ideologica" di un provvedimento di distacco. La Corte di Cassazione ha respinto la domanda, confermando le decisioni dei gradi inferiori basate sul principio del giudicato. La Corte ha ribadito che una sentenza definitiva impedisce di riproporre non solo le questioni già sollevate (il dedotto), ma anche tutte quelle che si sarebbero potute sollevare nel medesimo giudizio (il deducibile).
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Lavaggio DPI: obbligo del datore e risarcimento
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 14436/2024, ha stabilito che l'obbligo del datore di lavoro di manutenere i Dispositivi di Protezione Individuale (DPI) include anche il loro lavaggio. In caso di inadempimento, il danno per il lavoratore si presume esistente e deve essere risarcito. La Corte ha invertito l'onere della prova: spetta all'azienda dimostrare di aver adempiuto all'obbligo di lavaggio DPI o che l'omissione non ha causato pregiudizio. Il risarcimento può essere liquidato dal giudice in via equitativa.
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Lavaggio indumenti DPI: obbligo del datore di lavoro
Un operaio specializzato ha citato in giudizio la sua azienda per il risarcimento del danno derivante dal mancato lavaggio degli indumenti da lavoro, qualificati come Dispositivi di Protezione Individuale (DPI). Mentre i giudici di merito avevano respinto la richiesta, la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del lavoratore. La Suprema Corte ha stabilito che l'obbligo del lavaggio indumenti DPI spetta al datore di lavoro. L'inadempimento di tale obbligo fa presumere l'esistenza di un danno, e spetta all'azienda dimostrare il contrario per evitare il risarcimento, che può essere liquidato in via equitativa.
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Risoluzione anticipata: obbligo di motivazione per la PA
Un dirigente pubblico ha subito la risoluzione anticipata del suo contratto biennale a causa del raggiungimento dell'anzianità contributiva massima. La Corte di Cassazione ha stabilito l'illegittimità del provvedimento per mancanza di motivazione. La sentenza sottolinea che, specialmente per i casi antecedenti alla riforma del 2011, la Pubblica Amministrazione ha l'obbligo di spiegare le ragioni organizzative alla base della risoluzione anticipata rapporto di lavoro, a tutela dei principi di buona fede e correttezza.
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Giudicato esterno: annulla il debito retributivo
La Corte di Cassazione ha annullato una condanna al pagamento di differenze retributive in favore di alcuni lavoratori. La decisione si basa su un "giudicato esterno", ovvero una sentenza definitiva emessa in un altro processo tra le stesse parti, che ha negato il diritto all'assunzione su cui si fondava la pretesa economica. Di conseguenza, venendo meno il presupposto del diritto, anche la richiesta di pagamento è stata respinta, ribaltando le decisioni dei giudici di merito.
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Revoca incarico dirigenziale: ricorso inammissibile
Una dirigente impugna la revoca anticipata del suo incarico e la successiva assegnazione a una posizione di staff. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la decisione d'appello basata sul principio della "ragione più liquida". La Corte ha evidenziato che la domanda sull'illegittimità della revoca incarico dirigenziale non era stata formulata come richiesta principale in primo grado, precludendone l'esame nel merito.
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Demansionamento: risarcimento confermato dalla Cassazione
Un lavoratore di un'azienda di telecomunicazioni ha ottenuto il risarcimento per demansionamento dopo essere stato assegnato a mansioni inferiori al suo livello. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'azienda, confermando l'illegittimità della condotta e la correttezza della quantificazione equitativa del danno professionale, basata su presunzioni come la durata del demansionamento e la qualità dell'attività lavorativa.
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Dimissioni per violenza privata: annullabilità
Un lavoratore, costretto a dimettersi sotto minaccia, ha chiesto l'ammissione al passivo fallimentare per le retribuzioni non percepite, sostenendo la nullità delle dimissioni. La Corte di Cassazione ha stabilito che le dimissioni per violenza privata configurano un "reato in contratto", rendendo l'atto annullabile e non nullo. Poiché l'azione di annullamento era prescritta, la Corte ha respinto la richiesta di retribuzioni, confermando il solo diritto al risarcimento del danno.
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Danno da demansionamento: guida alla prova e risarcimento
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza 7209/2024, ha rigettato il ricorso di un istituto di credito, confermando la condanna per aver demansionato un proprio dipendente, ex direttore di agenzia. La Corte ha ribadito che il danno da demansionamento può essere provato anche tramite presunzioni e che la sua quantificazione, effettuata in via equitativa come percentuale della retribuzione, è legittima se adeguatamente motivata.
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