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665 provvedimenti

Litisconsorzio necessario: nullità del giudizio
Una socia di una s.a.s. impugna un avviso di accertamento per redditi non dichiarati, derivante da un'indagine sulla società. Dopo vari gradi di giudizio, la Corte di Cassazione dichiara la nullità dell'intero processo. La motivazione è la violazione del litisconsorzio necessario, poiché né la società né l'altro socio erano stati coinvolti nel giudizio, rendendo la procedura invalida fin dall'inizio. Il caso è stato rinviato al primo grado per integrare correttamente il contraddittorio.
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Sanzione amministrativa: chiarezza del regolamento
Un'impresa individuale ha ricevuto una sanzione amministrativa per aver violato un regolamento comunale che limita la vendita di frutta secca al 20% del totale della merce esposta in un mercato storico. La società ha impugnato la sanzione sostenendo che il regolamento fosse vago e incomprensibile. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, affermando che i termini del regolamento erano sufficientemente chiari e che, in materia di illeciti amministrativi, la colpa è presunta, rendendo difficile invocare la buona fede, specialmente per un operatore professionale.
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Sanzione amministrativa: chiarezza e buona fede
Una società ha ricevuto una sanzione amministrativa per aver violato un regolamento di un mercato locale che limitava la vendita di determinati prodotti. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso e confermato la multa, stabilendo che un regolamento che utilizza termini di uso comune è sufficientemente chiaro. Inoltre, ha precisato che lo status di operatore professionale impedisce di invocare la buona fede per giustificare la violazione.
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Sanzione amministrativa: chiarezza del precetto e colpa
Un'impresa individuale ha ricevuto una sanzione amministrativa da un Comune per aver superato il limite del 20% di frutta secca in vendita, violando un regolamento locale per la tutela di un mercato storico. La Corte di Cassazione ha confermato la sanzione, respingendo tutti i motivi di ricorso. Ha stabilito che il regolamento era sufficientemente chiaro e determinato, escludendo così l'invocata buona fede o l'ignoranza inevitabile della legge. Per le sanzioni amministrative, la colpa è presunta e spetta al trasgressore dimostrare il contrario.
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Sanzione amministrativa: chiarezza della norma basta
Una società ha ricevuto una sanzione amministrativa da un Comune per aver violato un regolamento che limitava la vendita di certi beni al 20% della merce esposta. La società ha impugnato la sanzione, sostenendo che la norma fosse poco chiara. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, affermando che i termini usati nel regolamento erano sufficientemente comprensibili per un operatore professionale e che la colpa si presume. La sanzione amministrativa è stata quindi confermata.
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Eccezione in senso stretto: la polizza non paga?
Una società produttrice chiede alla propria assicurazione il rimborso per costi di bonifica ambientale. L'assicurazione nega la copertura invocando una clausola di esclusione, ma solleva l'eccezione tardivamente. La Corte di Cassazione stabilisce che tale obiezione costituisce un'eccezione in senso stretto, soggetta a precisi termini procedurali. Essendo stata sollevata fuori termine, l'eccezione è inammissibile e la Corte d'Appello dovrà riesaminare il caso.
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Qualifica dirigenziale: mansioni superiori non bastano
Una dipendente pubblica, stabilizzata nei ruoli di un'Amministrazione Regionale, ha richiesto il riconoscimento di una qualifica dirigenziale basandosi sulle mansioni superiori svolte. La Corte d'Appello aveva accolto la sua richiesta. Tuttavia, la Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione, stabilendo che nel pubblico impiego lo svolgimento di fatto di compiti superiori non è sufficiente per ottenere l'inquadramento superiore. È necessario che esista una specifica posizione organizzativa dirigenziale e che l'accesso avvenga secondo le procedure formali, come un concorso pubblico. La domanda della lavoratrice è stata quindi definitivamente respinta.
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Contratto autonomo di garanzia: ricorso inammissibile
Un garante ha presentato ricorso in Cassazione contro la decisione della Corte d'Appello relativa a un contratto autonomo di garanzia. Il garante sosteneva di doversi ritenere liberato dall'obbligazione a causa della condotta del creditore e lamentava la mancata ammissione di una perizia tecnica su presunti tassi usurari. La Corte Suprema ha dichiarato il ricorso inammissibile per motivi procedurali, tra cui la genericità delle censure e la violazione del principio di autosufficienza. Ha inoltre ribadito che, in un contratto autonomo di garanzia, il garante non può sollevare eccezioni relative al debito principale e che la conoscenza della situazione finanziaria del debitore da parte del garante esclude l'applicazione della liberazione prevista dall'art. 1956 c.c. L'appellante è stato anche condannato per abuso del processo.
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Assegno familiare stranieri: prova reddito decisiva
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un lavoratore extracomunitario a cui era stato negato l'assegno per il nucleo familiare per i parenti residenti all'estero. La decisione si fonda sulla mancata presentazione della documentazione attestante il reddito complessivo dell'intero nucleo. La Suprema Corte ha confermato che la prova del reddito familiare non è un mero dato per il calcolo, ma un requisito costitutivo del diritto, applicabile a tutti i lavoratori senza discriminazioni, inclusi i casi di assegno familiare stranieri.
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Perdita di chance: come si calcola il risarcimento?
La Corte di Cassazione conferma la decisione di merito che aveva qualificato come perdita di chance il danno subito da un professionista a seguito del mancato convenzionamento con la P.A. La Suprema Corte chiarisce che, data l'incertezza intrinseca alla possibilità di ottenere un risultato favorevole, il risarcimento deve essere liquidato in via equitativa e non sulla base del mancato guadagno. Viene inoltre ribadito che il principio di non contestazione non si applica alla parte rimasta contumace.
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Diritto di voto cartolarizzazione: la Cassazione nega
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 3220/2025, ha stabilito un principio fondamentale in materia di diritto fallimentare. La Corte ha negato il diritto di voto alle società di cartolarizzazione nei concordati fallimentari, qualora queste abbiano acquistato i crediti dopo la dichiarazione di fallimento e non siano iscritte nell'albo degli intermediari finanziari previsto dall'art. 106 del Testo Unico Bancario. La decisione si basa su un'interpretazione letterale e restrittiva della norma (art. 127 Legge Fallimentare), che concede una deroga al divieto di voto solo a banche e, appunto, agli 'altri intermediari finanziari' vigilati. Secondo la Suprema Corte, le società di cartolarizzazione, pur operando nel mercato dei crediti, non possiedono i requisiti di vigilanza e controllo richiesti dalla legge per essere equiparate a tali intermediari, escludendo quindi una loro partecipazione al voto sulla proposta di concordato. Questo chiarisce il perimetro del diritto di voto cartolarizzazione, privilegiando la stabilità e la prevenzione di manovre speculative.
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Intimazione di pagamento: quando è legittima? Analisi
Una società ha impugnato un'intimazione di pagamento per oltre 1,6 milioni di euro, sollevando questioni sulla rappresentanza legale dell'Agenzia delle Entrate, sulla prescrizione, sulla validità della notifica PEC e sulla mancata allegazione degli atti presupposti. La Corte di Cassazione ha respinto integralmente il ricorso, confermando la piena legittimità dell'intimazione di pagamento e chiarendo importanti principi procedurali in materia di riscossione.
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Deducibilità TFM amministratori: la Cassazione chiarisce
Una società si è vista negare la deducibilità integrale degli accantonamenti per il Trattamento di Fine Mandato (TFM) dei propri amministratori, poiché l'Agenzia delle Entrate applicava i limiti previsti per il TFR dei dipendenti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della società, confermando la piena deducibilità TFM amministratori, a condizione che il diritto a tale trattamento risulti da un atto scritto con data certa anteriore all'inizio del rapporto. La Corte ha ribadito che non esiste alcuna norma che equipari fiscalmente il TFM al TFR.
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Deducibilità TFM: Cassazione esclude il limite TFR
Due società hanno contestato un avviso di accertamento che limitava la deducibilità del Trattamento di Fine Mandato (TFM) dei propri amministratori, applicando le stesse regole del Trattamento di Fine Rapporto (TFR) dei dipendenti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso delle società, stabilendo che i limiti quantitativi previsti per il TFR non sono applicabili al TFM. Per la piena deducibilità TFM secondo il principio di competenza, è sufficiente che l'indennità sia stabilita da un atto scritto con data certa, anteriore all'inizio del rapporto, che ne specifichi l'importo.
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Deducibilità TFM amministratori: no a limiti TFR
Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha stabilito che la deducibilità TFM amministratori non è soggetta agli stessi limiti quantitativi previsti per il TFR dei dipendenti. L'Agenzia delle Entrate aveva contestato a due società la deduzione di accantonamenti TFM ritenuti eccessivi. La Corte ha chiarito che, in assenza di una norma specifica, non si può applicare per analogia l'art. 2120 del codice civile. La deducibilità per competenza è ammessa a condizione che il diritto al TFM e il suo importo risultino da un atto scritto con data certa anteriore all'inizio del rapporto. In caso contrario, si applica il principio di cassa.
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Contratto a tempo determinato: tutele Fondazioni Liriche
Un lavoratore del settore lirico-sinfonico ha contestato la legittimità di una serie di contratti a tempo determinato stipulati con una nota Fondazione. La Corte d'Appello aveva respinto le sue richieste, ritenendo prescritta l'impugnazione per i contratti più datati e validi quelli più recenti, in base alla normativa sulla "acausalità". La Corte di Cassazione, con ordinanza interlocutoria, ha rilevato la complessità della questione, che contrappone la normativa nazionale a quella europea (Direttiva 1999/70/CE) sulla prevenzione dell'abuso del contratto a tempo determinato. Data l'assenza di precedenti specifici e la particolare valenza della decisione, ha disposto il rinvio della causa a un'udienza pubblica per un esame approfondito.
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Patto commissorio: vendita con riscatto nulla
La Corte di Cassazione ha confermato la nullità di un contratto di compravendita immobiliare con patto di riscatto. La Corte ha stabilito che l'operazione non costituiva una reale vendita, ma un modo per aggirare il divieto di patto commissorio, in quanto la sua unica funzione era quella di garantire un debito preesistente. La sproporzione tra il prezzo di vendita e il valore del bene, insieme ad altri indizi, ha rivelato la natura illecita dell'accordo, che mirava a far acquisire la proprietà al creditore in caso di inadempimento del debitore.
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Ammortamento figurativo: Cassazione contro l’elusione
Una società interrompeva l'ammortamento dei beni per massimizzare un credito d'imposta. L'Agenzia delle Entrate contestava l'operazione applicando un ammortamento figurativo. La Corte di Cassazione ha confermato l'operato del Fisco, qualificando il comportamento dell'impresa come abuso del diritto, poiché privo di qualsiasi giustificazione economica se non quella di ottenere un vantaggio fiscale indebito.
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Assegno nucleo familiare: prova reddito e stranieri
La Corte di Cassazione ha stabilito che, per ottenere l'assegno per il nucleo familiare, il lavoratore extracomunitario con familiari a carico all'estero deve fornire la prova del reddito complessivo di tutto il nucleo. La sola dichiarazione dei redditi del richiedente prodotta in Italia non è sufficiente. La Corte ha ritenuto che questo onere probatorio non costituisca discriminazione, in quanto il requisito reddituale familiare è un elemento costitutivo del diritto stesso, applicabile a tutti i lavoratori, italiani e stranieri.
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Assegno nucleo familiare: prova del reddito essenziale
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza 4035/2025, ha stabilito che per ottenere l'assegno nucleo familiare, il lavoratore extracomunitario deve dimostrare il reddito complessivo di tutti i componenti della sua famiglia, anche se residenti all'estero. La Corte ha chiarito che presentare la sola certificazione dei propri redditi non è sufficiente, in quanto la prova del reddito familiare è un requisito costitutivo del diritto e non una mera base di calcolo. Questo onere della prova, identico a quello richiesto ai cittadini italiani, non costituisce discriminazione.
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