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Art. 1158 Codice Civile — Sezione Sesta Civile

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72 provvedimenti

Altri anni per Art. 1158 Codice Civile

Usucapione di servitù di passaggio: possesso o opere visibili?
I proprietari di un terreno hanno agito in giudizio per far dichiarare l'acquisto per usucapione di una servitù di passaggio pedonale e carraia su un fondo vicino. Il Tribunale e la Corte d'Appello hanno accolto la domanda. I proprietari del fondo servente hanno proposto ricorso in Cassazione, contestando la mancanza di opere visibili e permanenti necessarie per dimostrare l'apparenza del passaggio, l'assenza di prove sul possesso ventennale e l'errata qualificazione giuridica del diritto come uso pubblico. La Suprema Corte, ritenendo che la questione richieda un approfondimento e non presenti un'evidenza decisoria immediata, ha disposto il rinvio della causa alla pubblica udienza. La controversia ruota attorno ai requisiti per l'usucapione di servitù di passaggio, in particolare la visibilità delle opere.
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Usucapione di beni comuni: la lite tra fratelli finisce in udienza
Un comproprietario ha chiesto l'accertamento dell'avvenuta usucapione di beni comuni, nello specifico una striscia di cortile condivisa con la sorella e il cognato. I parenti hanno resistito, chiedendo la comproprietà della costruzione edificata su tale area. Dopo il rigetto della domanda nei primi due gradi di giudizio, il ricorrente ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando anche il mancato sgombero del garage di sua proprietà. La Suprema Corte, con un'ordinanza interlocutoria, ha rilevato che la questione non presenta i presupposti per una decisione semplificata in camera di consiglio. Di conseguenza, i giudici hanno rimesso la causa alla pubblica udienza per una trattazione più approfondita. L'esito finale sulla proprietà e sullo sgombero resta quindi ancora da decidere.
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Usucapione di beni espropriati: scontro tra privati e Comune
Alcuni privati hanno richiesto l'usucapione di beni espropriati dal Comune nel 1996, sostenendo di essere rimasti in possesso dei terreni poiché le opere pubbliche non erano state completate. I privati ritenevano che la richiesta di condono edilizio e la domanda di retrocessione dei beni dimostrassero l'avvenuta interversione del possesso. Dopo il rigetto nei primi due gradi di giudizio, la Corte di Cassazione, con ordinanza interlocutoria, ha stabilito che la questione sull'usucapione di beni espropriati presenta profili di particolare rilevanza. Per questo motivo, i giudici hanno deciso di non risolvere la causa in camera di consiglio, ma di rimetterla alla pubblica udienza per una trattazione più approfondita.
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Usucapione di un’area: i vicini battono la società proprietaria
Una società ha avviato una causa per contestare l'occupazione di un terreno da parte dei vicini, i quali avevano aperto un varco nella recinzione. I vicini si sono difesi chiedendo l'accertamento dell'avvenuta usucapione di un'area pavimentata in cemento davanti alla loro abitazione. La Corte d'Appello ha riconosciuto l'usucapione poiché i vicini possedevano le chiavi del cancelletto di accesso, pulivano la zona e vi tenevano i cani. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso della società. I giudici hanno chiarito che i precedenti provvedimenti possessori non bloccano il giudizio sulla proprietà e che la presenza di un pannello di plastica sul cancello non rende il possesso clandestino. Di conseguenza, i vicini ottengono definitivamente l'usucapione di un'area contesa, mentre la società perde la causa e deve pagare le spese legali.
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Coltivare non basta: negata l’usucapione di un terreno
Un cittadino ha chiesto l'accertamento dell'avvenuta usucapione di un terreno che sosteneva di aver coltivato per oltre vent'anni. Il tribunale e la corte d'appello hanno rigettato la domanda, rilevando che sul fondo vi era un rudere non compreso nella richiesta e che la coltivazione era avvenuta solo per periodi insufficienti. Inoltre, il terreno non era recintato. La Corte di Cassazione ha rigettato definitivamente il ricorso, confermando che la semplice coltivazione di un fondo non basta a dimostrare l'usucapione di un terreno. Per ottenere la proprietà è necessario un possesso esclusivo e visibile, manifestato con atti inequivocabili come la recinzione dell'area, che dimostrino l'intenzione di comportarsi come unico proprietario (uti dominus) escludendo gli altri. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Usucapione di beni immobili: ko se manca l’interesse ad agire
Un cittadino interviene in una causa di usucapione promossa da alcuni comproprietari, rivendicando a sua volta l'usucapione di beni immobili su una porzione del compendio. Sia il Tribunale che la Corte d'Appello respingono la sua domanda. L'uomo ricorre in Cassazione, contestando però solo il possesso riconosciuto in favore degli altri soggetti e non il rigetto della propria pretesa acquisitiva. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che, senza contestare il mancato accoglimento della propria domanda di usucapione di beni immobili, il ricorrente non ha alcun interesse ad agire per impugnare la decisione favorevole emessa nei confronti delle altre parti. Di conseguenza, il ricorrente viene condannato al pagamento delle spese processuali.
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Usucapione e possesso: perché la causa possessoria non basta
Il Ricorrente ha richiesto l'accertamento dell'avvenuta usucapione di un terreno. La Corte d'Appello ha rigettato la domanda per incertezza sull'identificazione del bene e sull'effettivo possesso. Il Ricorrente ha impugnato la decisione in Cassazione, lamentando la mancata valutazione delle prove raccolte in un precedente giudizio possessorio. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il giudicato formatosi sulla tutela possessoria non ha efficacia nel giudizio petitorio di usucapione. Le prove del giudizio possessorio hanno solo valore indiziario. Il Ricorrente perde la causa ed è condannato a pagare le spese processuali.
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Usucapione negata sul terrazzo: vince chi contesta i lavori
I Vicini hanno chiesto l'accertamento dell'acquisto per usucapione di un terrazzino confinante con la loro abitazione, oltre alla costituzione di servitù di veduta e alla riduzione in pristino delle opere realizzate dalle Proprietarie. Sia il Tribunale che la Corte d'Appello hanno rigettato la domanda, rilevando che il possesso non era durato per il ventennio necessario e che l'uso era stato contestato dalle Proprietarie con l'esecuzione di lavori regolari. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dei Vicini. La Suprema Corte ha confermato che, in presenza di una "doppia conforme" sui fatti, non è possibile contestare la ricostruzione dei giudici di merito in sede di legittimità. Di conseguenza, i Vicini perdono definitivamente la causa e non ottengono l'usucapione del terrazzino.
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Donazione di bene usucapito: valida anche senza la sentenza
Una coppia di coniugi ha donato al figlio un immobile, dichiarando nell'atto di averlo acquistato per usucapione, senza però una precedente sentenza del giudice che lo accertasse. I parenti hanno impugnato l'atto chiedendone la nullità. La Corte d'Appello ha dichiarato nulla la donazione, ritenendola una donazione di cosa altrui. La Cassazione ha invece accolto il ricorso dei donanti, stabilendo che la donazione di bene usucapito è valida anche senza un preventivo accertamento giudiziale dell'usucapione. Se il tempo necessario per usucapire è già decorso al momento dell'atto, il bene è già di proprietà del donante. La causa è stata rinviata per verificare l'effettivo possesso ultraventennale alla data della donazione.
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Usucapione e interversione del possesso: ristrutturare non basta
Una donna ha richiesto l'usucapione di un appartamento di proprietà dei genitori, dove aveva vissuto inizialmente in comodato, sostenendo di aver eseguito lavori di manutenzione ordinaria e straordinaria a proprie spese. La Corte di Cassazione ha rigettato la richiesta, confermando che i lavori di ristrutturazione non costituiscono interversione del possesso. Per trasformare la semplice detenzione in possesso utile all'usucapione, occorre un atto esterno di esplicita opposizione contro il proprietario, non bastando la mera gestione del bene.
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Usucapione di beni comuni: tettoia abusiva o proprietà?
Un condomino ha installato una tettoia in acciaio e pannelli per coprire un pozzo luce comune, annettendolo di fatto alla sua proprietà esclusiva. L'altro comproprietario ha chiesto la rimozione delle opere. Il condomino autore dei lavori ha risposto chiedendo che venisse accertata l'avvenuta usucapione di beni comuni. La Corte d'Appello ha ordinato la rimozione della tettoia, escludendo l'usucapione per mancanza di prove sulla datazione dei lavori. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che per usucapire un'area condominiale non basta il semplice non uso da parte degli altri, ma serve un comportamento attivo e inequivocabile che escluda gli altri comproprietari dal possesso per almeno vent'anni.
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Custodia o proprietà? I limiti dell’interversione del possesso
Un ente assistenziale ha chiesto l'usucapione di un complesso immobiliare di proprietà di un Comune, sostenendo di averlo posseduto per decenni. Il bene era stato originariamente affidato all'ente in custodia. La Corte di Cassazione ha confermato che la semplice detenzione non può trasformarsi in possesso utile per l'usucapione senza un esplicito atto di opposizione contro il proprietario. Nel caso specifico, le opere di ristrutturazione erano state autorizzate dal Comune e il pagamento di imposte locali non costituisce prova del mutamento del titolo. La Suprema Corte ha quindi dichiarato inammissibile il ricorso dell'ente, ribadendo che l'interversione del possesso richiede atti materiali di netta e inequivocabile opposizione al proprietario, non potendo derivare da una mera intenzione interna del detentore. Vince il Comune, che mantiene la proprietà del bene.
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Integrazione del contraddittorio: salvi i termini del giudice
Un uomo ha chiesto l'usucapione di un terreno sostenendo di averlo posseduto per oltre vent'anni. Dopo il rigetto in primo grado, la Corte d'Appello ha accolto la domanda. Durante il secondo grado, il giudice ha ordinato l'integrazione del contraddittorio verso altri eredi. La comproprietaria ha impugnato la decisione in Cassazione, sostenendo che il termine per l'integrazione fosse scaduto e che l'atto mancasse di avvertimenti formali. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la proroga del termine decisa dal giudice per valutare un'istanza e legittima e che l'atto di integrazione del contraddittorio in appello non deve contenere gli avvertimenti previsti per il primo grado di giudizio.
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Usucapione di un terreno: l’errore dei giudici salva il fondo
Un proprietario ha citato in giudizio un agricoltore per rivendicare la proprietà di una porzione di fondo di seicento metri quadrati. L'agricoltore ha chiesto e ottenuto nei primi due gradi di giudizio l'acquisto per usucapione di un terreno. Tuttavia, la sentenza conteneva un errore materiale, attribuendo all'agricoltore l'intera particella catastale anziché la sola porzione effettivamente posseduta. Il proprietario ha fatto ricorso in Cassazione lamentando sia la sussistenza dell'usucapione sia la mancata correzione dell'errore da parte della Corte d'Appello. La Corte di Cassazione ha confermato l'usucapione della porzione di terreno, poiché l'agricoltore si era comportato come proprietario apponendo confini e incaricando terzi. Ha invece accolto il motivo sull'errore materiale, cassando la sentenza con rinvio affinché la Corte d'Appello corregga la superficie del terreno usucapito.
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Comodato d’uso immobiliare: scontro tra padre e figlio
Un padre ha citato in giudizio il figlio per ottenere la restituzione di un immobile concesso in comodato d'uso immobiliare. Il figlio ha eccepito l'usucapione del bene. Il Tribunale ha accolto la domanda del padre, ma la Corte d'Appello ha ribaltato la decisione, accertando la comproprietà dell'immobile tra le parti e negando il diritto del padre di chiedere la risoluzione del contratto. Il padre ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte, tramite ordinanza interlocutoria, ha disposto il rinvio della causa a nuovo ruolo per la trattazione in pubblica udienza, ritenendo che la questione meriti un approfondimento in tale sede.
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Azione di rivendicazione: l’erede batte la falsa usucapione
Un'erede ha promosso un'azione di rivendicazione per recuperare un terreno venduto illegittimamente a terzi da un parente e dal coniuge di quest'ultimo. I venditori avevano dichiarato falsamente nell'atto notarile di aver usucapito il bene, senza però alcun accertamento giudiziale. La Corte d'Appello ha accolto la domanda dell'erede, ritenendo valido l'atto di divisione del 1957 come prova della proprietà nei confronti dei familiari e dei loro aventi causa. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando inammissibili i ricorsi dei terzi acquirenti e della moglie del venditore. La Suprema Corte ha chiarito che chi acquista da chi dichiara un'usucapione non accertata si assume il rischio di un acquisto da un non proprietario, e che l'atto divisorio fa piena prova tra i condividenti e i loro eredi.
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Usucapione di beni ereditari: ricorso nullo senza tutti i coeredi
La Corte di Cassazione ha esaminato un caso relativo all'usucapione di beni ereditari. Una delle parti interessate ha presentato ricorso senza però notificarlo a una coerede, considerata litisconsorte necessaria. La Suprema Corte, rilevando questa grave mancanza procedurale, ha applicato l'articolo 331 del codice di procedura civile. Di conseguenza, i giudici hanno ordinato l'integrazione del contraddittorio, concedendo sessanta giorni di tempo per notificare l'atto alla coerede esclusa e rinviando la decisione finale.
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Apparenza della servitù: quando la strada non basta a usucapire
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso tra proprietari di terreni confinanti relativo all'acquisto di una servitù di passaggio su una strada comune. Il nodo centrale della controversia riguarda l'apparenza della servitù, requisito fondamentale per l'acquisto tramite usucapione o destinazione del padre di famiglia. Per dimostrare l'apparenza, non basta la semplice presenza di un tracciato stradale, ma serve un elemento ulteriore che provi la specifica destinazione della via all'esercizio del passaggio a favore del fondo vicino. Poiché la questione presenta profili complessi e non è di immediata soluzione, la Corte ha rinviato la decisione alla pubblica udienza per un esame più approfondito.
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Servitù di passaggio per usucapione: no al transito senza opere
Un cittadino ha chiesto al Tribunale di accertare il proprio diritto di transito sul terreno del vicino. La Corte d'Appello ha rigettato la domanda, rilevando la mancanza di opere visibili necessarie per l'acquisto della servitù. L'erede del richiedente ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo di aver usucapito il diritto. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la servitù di passaggio per usucapione richiede la presenza di opere visibili e permanenti destinate all'esercizio del transito. Inoltre, la valutazione delle prove spetta esclusivamente ai giudici di merito e non può essere ridiscussa in sede di legittimità. Di conseguenza, l'erede ha perso la causa e non potrà attraversare il fondo del vicino.
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Usucapione di bene pignorato: il possesso batte l’asta
La Corte di Cassazione ha chiarito il rapporto tra usucapione di bene pignorato e acquisto all'asta giudiziaria. Il Possessore di un terreno ha chiesto il riconoscimento dell'avvenuta usucapione. L'Azienda, che aveva acquistato lo stesso terreno tramite decreto di trasferimento a seguito di un pignoramento immobiliare, si è opposta. I giudici hanno stabilito che l'acquisto all'asta ha natura derivativa e non cancella l'usucapione, che è un acquisto a titolo originario. Di conseguenza, l'usucapione prevale sull'aggiudicazione forzata, anche se la sentenza che la accerta viene trascritta successivamente. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'Azienda, confermando la vittoria del Possessore e condannando la società al pagamento delle spese legali.
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