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Art. 114 Codice Penale — Anno 2022

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129 provvedimenti

Altri anni per Art. 114 Codice Penale

Trecento dosi di cocaina: esclusa la lieve entità dello spaccio
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per detenzione e spaccio in concorso di cinquantadue grammi di cocaina, suddivisa in trecento dosi. I ricorrenti chiedevano la riqualificazione del reato nella fattispecie di lieve entità dello spaccio e, per uno di essi, il riconoscimento della minima partecipazione. La Suprema Corte ha confermato la decisione dei giudici di merito, sottolineando che l'ingente quantitativo di droga, il confezionamento pronto per lo smercio, la diversità della sostanza e l'accordo preventivo tra i soggetti escludono categoricamente la lieve entità dello spaccio. Di conseguenza, i ricorsi sono stati respinti con la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali e di tremila euro ciascuno alla Cassa delle Ammende.
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Estorsione in concorso: nessun automatismo per gli sconti di pena
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per il reato di estorsione in concorso. Il primo ricorrente lamentava il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche. I giudici hanno chiarito che lo sconto di pena non spetta in automatico solo perché mancano elementi negativi, ma richiede elementi positivi meritevoli di nota. Il secondo ricorrente contestava la propria responsabilità e chiedeva l'attenuante per la minima partecipazione al reato. La Suprema Corte ha respinto la richiesta, confermando che il suo ruolo è stato decisivo per la consumazione del reato. Entrambi i condannati dovranno pagare le spese del processo e una sanzione pecuniaria.
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Droga in auto: concorso e connivenza non punibile a confronto
Due uomini a bordo di un'auto vengono fermati dai Carabinieri dopo un inseguimento ad alta velocità. Durante il controllo, i militari rinvengono eroina e marijuana nascoste sotto il sedile e nel cambio. Entrambi i soggetti vengono condannati per detenzione di stupefacenti in concorso. Gli imputati ricorrono in Cassazione sostenendo che la loro condotta integrasse una semplice connivenza non punibile, poiché la droga era sotto il sedile del passeggero. La Suprema Corte dichiara inammissibili i ricorsi. I giudici chiariscono che non vi è connivenza non punibile se i soggetti agiscono attivamente per eludere i controlli e nascondere la droga. Entrambi i ricorrenti perdono la causa e sono condannati a pagare le spese processuali e tremila euro ciascuno alla Cassa delle ammende.
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Reato continuato: la Cassazione taglia la pena illegale
Quattro imputati sono stati condannati per reati di droga e resistenza a pubblico ufficiale. Il Primo Imputato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando che la Corte d'Appello, nell'applicare la disciplina del reato continuato, ha superato il limite massimo di aumento della pena previsto dalla legge, pari al triplo della pena per il reato più grave. Gli altri coimputati hanno contestato il mancato riconoscimento della lieve entità e delle attenuanti generiche. La Corte di Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso del Primo Imputato, annullando senza rinvio la sentenza limitatamente al calcolo della pena e rideterminandola in sei anni di reclusione. Ha invece dichiarato inammissibili i ricorsi degli altri tre coimputati, condannandoli al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Chiamata in correità: i vuoti di memoria non salvano i killer
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per i partecipanti all'omicidio di un esponente criminale avvenuto nel 1993. I ricorrenti contestavano l'attendibilità dei collaboratori di giustizia a causa di alcune divergenze nei loro racconti. La Suprema Corte ha stabilito che la chiamata in correità è valida anche in presenza di lievi discrepanze su dettagli secondari, poiché la memoria umana può fallire su fatti remoti senza intaccare il nucleo essenziale della verità. Inoltre, la Corte ha chiarito che l'omicidio punibile con l'ergastolo resta imprescrittibile anche se al colpevole viene riconosciuta l'attenuante speciale per la collaborazione con la giustizia. I ricorsi sono stati dichiarati inammissibili, confermando le condanne e obbligando i ricorrenti al pagamento delle spese processuali.
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Concordato in appello: sconti di pena ma addio al ricorso
L'Imputato, condannato in primo grado per reati di droga, ha concordato in appello una pena ridotta a tre anni e otto mesi di reclusione. Successivamente, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancanza di motivazione su una circostanza attenuante. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in caso di concordato in appello, l'imputato rinuncia ai motivi di gravame originari. Di conseguenza, il ricorso per cassazione è limitato esclusivamente ai vizi sulla formazione della volontà delle parti, al consenso del Procuratore generale o alla difformità della decisione del giudice rispetto all'accordo. Non è possibile contestare la motivazione sulla responsabilità o sulla misura della pena concordata. L'Imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Associazione a delinquere: condanne definitive in Cassazione
Cinque persone sono state condannate per aver partecipato a una stabile associazione a delinquere finalizzata a compiere furti e rapine. Gli imputati hanno proposto ricorso davanti alla Corte di Cassazione, contestando la ricostruzione dei fatti, l'uso dei tracciamenti elettronici e il calcolo delle pene. La Suprema Corte ha dichiarato tutti i ricorsi inammissibili. I giudici hanno chiarito che i motivi di ricorso erano generici e ripetevano semplicemente le difese già respinte nei precedenti gradi di giudizio. Inoltre, i ricorrenti hanno denunciato i vizi di motivazione in modo confuso e cumulativo. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato le condanne e ha inflitto a ciascun ricorrente il pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Imprescrittibilità dell’ergastolo: sconti di pena non salvano
Il Collaboratore di Giustizia, condannato a dieci anni di reclusione per concorso in un duplice omicidio aggravato da modalità mafiose commesso nel 1986, ha presentato ricorso in Cassazione. La difesa sosteneva che il reato fosse estinto per prescrizione, poiché la concessione dell'attenuante della collaborazione aveva sostituito l'ergastolo con una pena temporanea, rendendo applicabile il vecchio e più favorevole calcolo dei termini. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando il principio dell'imprescrittibilità dell'ergastolo per i delitti punibili in astratto con la pena perpetua commessi prima della riforma del 2005, anche in presenza di attenuanti. Inoltre, ha escluso la minima partecipazione del ricorrente, avendo egli fornito le armi per il delitto. Il ricorrente perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Reato di devastazione: da bravata notturna a grave condanna
Cinque giovani sono stati condannati per il reato di devastazione dopo aver danneggiato, di notte e con una pistola ad aria compressa, i vetri di sessanta auto in sosta e di un'ambulanza nel centro di Salerno. La difesa sosteneva si trattasse di un semplice danneggiamento, definendo l'azione una goliardata notturna senza feriti. La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che il reato si configura quando il danno è indiscriminato, vasto e profondo, colpendo non solo i singoli beni ma anche l'ordine pubblico. I messaggi scambiati dagli imputati dopo il fatto hanno confermato la volontà di provocare un forte impatto sociale, escludendo l'ipotesi del semplice atto vandalico isolato.
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