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Art. 114 Codice Penale — Anno 2022

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129 provvedimenti

Altri anni per Art. 114 Codice Penale

Inammissibilità del ricorso per cassazione: no al riesame
Due imputati hanno impugnato la condanna penale emessa dalla Corte di Appello. I ricorrenti contestavano la ricostruzione della responsabilità penale, il mancato riconoscimento del ruolo di minima importanza nel reato e il diniego delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha rilevato che le censure presentate miravano soltanto a una nuova valutazione dei fatti già correttamente analizzati nei gradi precedenti. I giudici hanno riscontrato motivazioni d'appello complete, prive di vizi logici e saldamente ancorate ai criteri di legge. La Suprema Corte ha dunque pronunciato la formale inammissibilità del ricorso per cassazione, condannando entrambi i ricorrenti al pagamento delle spese legali del procedimento e al versamento di tremila euro ciascuno alla Cassa delle ammende.
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Estorsione aggravata e credito: illecita la pretesa
Tre individui hanno preteso somme di denaro da un professionista con minacce e intimidazioni. Gli autori hanno giustificato la richiesta come compenso per un presunto accordo di mediazione e recupero crediti verso un terzo debitore. La difesa degli imputati ha richiesto di qualificare il fatto come esercizio arbitrario delle proprie ragioni anziché come estorsione aggravata, sostenendo la convinzione di agire per un credito spettante. La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi dichiarandoli inammissibili. I giudici hanno chiarito che un patto di recupero fondato su metodi illeciti ha causa illegale e non conferisce alcun diritto azionabile in tribunale. L'impossibilità di ricorrere a un giudice civile esclude il reato meno grave e conferma integralmente la condanna per estorsione aggravata.
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Espulsione dello straniero: reato contro legami familiari stabili
La Corte di Cassazione ha esaminato i ricorsi di due individui condannati per traffico di sostanze stupefacenti. Uno dei condannati, custode del denaro impiegato per l'acquisto della droga, contestava la confisca del denaro trovato nella sua abitazione e l'ordine di espulsione dal territorio nazionale. La Suprema Corte ha confermato la penale responsabilità di entrambi i soggetti. I giudici di legittimità hanno però annullato con rinvio la sentenza limitatamente alla confisca e alla misura di sicurezza. Per disporre la misura patrimoniale serve una puntuale smentita dei redditi leciti da lavoro. Inoltre, il provvedimento di espulsione dello straniero richiede un concreto bilanciamento tra la pericolosità sociale e il diritto alla vita familiare del reo radicato sul territorio.
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Reato di estorsione: no al ricorso tra minacce e prove
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di estorsione a carico di un imputato che contestava la sussistenza del dolo e richiedeva il riconoscimento dell'attenuante per il ruolo di minima importanza. I giudici hanno stabilito che le dichiarazioni della persona offesa, riscontrate dalle testimonianze e dai referti medici, dimostrano pienamente la responsabilità penale. Inoltre, la reiterazione delle minacce estorsive esclude qualsiasi partecipazione marginale. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, vietando l'introduzione di nuove prove documentali nel giudizio di legittimità e condannando il ricorrente al pagamento delle spese e a una sanzione pecuniaria.
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Pena ridotta ma calcolo diverso: divieto di reformatio in peius
L'Imputato ha partecipato a un tentativo di rapina aggravata con lesioni personali minacciando la vittima. La Corte d'Appello ha ridotto la pena base di partenza ma ha concesso uno sconto minore per le attenuanti generiche rispetto al primo grado. L'Imputato ha presentato ricorso in Cassazione lamentando un ruolo marginale e la violazione della regola sul divieto di reformatio in peius. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il divieto di peggioramento sanzionatorio tutela soltanto il risultato finale della pena. Il giudice di secondo grado mantiene piena discrezionalità nel ricalcolare i singoli passaggi matematici intermedi purché la pena definitiva non aumenti. L'Imputato deve pagare le spese processuali e una sanzione di tremila euro.
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Concorso nel reato di truffa: rassicurare non salva da condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per concorso nel reato di truffa a carico di un uomo che aveva affiancato il fratello minore durante una compravendita ingannevole. I due avevano acquistato una bicicletta pagandola con un assegno privo di validità. L'imputato sosteneva di non aver partecipato all'inganno materiale. I giudici hanno invece rilevato il suo ruolo determinante. L'uomo aveva rassicurato direttamente il venditore sulla bontà del titolo di pagamento sfruttando la propria maggiore età ed esperienza. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la pena con l'aggravante della recidiva, negando le attenuanti generiche e condannando il ricorrente alle spese legali e a una sanzione pecuniaria.
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Violazione di domicilio e lesioni: ricorso respinto
Un imputato ha proposto ricorso per Cassazione contro la sentenza di condanna a un anno di reclusione per violazione di domicilio e lesioni personali aggravate in concorso con altri soggetti. La difesa ha lamentato la mancata concessione dell'attenuante per la minima partecipazione e ha contestato la quantificazione della pena decisa dai giudici di merito. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso totalmente inammissibile. I giudici di legittimità non possono rivalutare i fatti storici né ridiscutere la misura della pena quando la sentenza precedente è motivata in modo logico e coerente. L'imputato perde definitivamente la causa, deve scontare la condanna inflitta e versare tremila euro alla Cassa delle ammende, oltre alle spese processuali.
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Associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e reato unico
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per due imputati accusati del reato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e dell'importazione di 415 chilogrammi di marijuana. I ricorrenti sostenevano di aver svolto solo un trasporto isolato con mezzi di fortuna, chiedendo l'esclusione del vincolo associativo e la concessione delle attenuanti per via delle confessioni rese. I giudici supremi hanno dichiarato inammissibili i ricorsi. Anche la commissione di un solo reato dimostra la partecipazione al gruppo criminale se l'agente impiega le risorse del sodalizio e ricopre un ruolo operativo continuativo. La confessione tardiva e parziale non obbliga il giudice a concedere sconti di pena, soprattutto a fronte della gravità del reato e della latitanza degli imputati.
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Cessione di sostanze stupefacenti: rigettato il ricorso
Un imputato è stato condannato a sei anni di reclusione e ventimila euro di multa per continuata cessione di sostanze stupefacenti (cocaina e hashish) in concorso con altri soggetti. La difesa ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo la natura marginale del ruolo dell'imputato, la mancata concessione delle attenuanti generiche e l'eccessività della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato la piena responsabilità penale: l'attività di spaccio si è protratta per quasi due anni con centinaia di cessioni documentate da testimonianze, foto e tabulati telefonici. Il ricorrente è stato condannato alle spese e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Furto e aggravante della destrezza: la condanna resta
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di un imputato condannato per furto pluriaggravato. L'imputato contestava la propria responsabilità penale e contestava l'applicazione della circostanza aggravante. I giudici supremi hanno ribadito che l'aggravante della destrezza sussiste quando l'autore del reato mette in atto una particolare abilità o astuzia per superare la sorveglianza della vittima sul bene sottratto. L'impugnazione presentava motivi generici e questioni non sollevate nei precedenti gradi di giudizio. Di conseguenza, la Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese legali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Tentato furto aggravato: ricorso respinto per pena e attenuanti
Due imputati hanno proposto ricorso contro la condanna per tentato furto aggravato in concorso. I ricorrenti contestavano la quantificazione della pena, il mancato riconoscimento della minima partecipazione per la complice e il rigetto della sospensione condizionale. La Corte di Cassazione ha giudicato infondate e inammissibili le doglianze. I giudici hanno chiarito che la determinazione della pena al di sotto della media edittale non richiede una motivazione analitica quando tiene conto dei precedenti penali e del ruolo svolto. Inoltre, le valutazioni sul contributo materiale e sulla prognosi di recidiva spettano ai giudici di merito. La Suprema Corte ha confermato la condanna e ha inflitto il pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Furto in spogliatoio e privata dimora: condanna confermata
Due soggetti si sono introdotti nello spogliatoio di un circolo sportivo per rubare beni e utilizzare illecitamente carte di credito della vittima. Condannati in appello, gli imputati hanno proposto ricorso in Cassazione sostenendo che lo spogliatoio non costituisca un luogo abitativo. La Corte ha confermato che il furto in spogliatoio e privata dimora si integra pienamente anche nei complessi sportivi. Tali locali sono infatti destinati allo svolgimento di attività riservate al riparo da estranei. I giudici hanno dichiarato inammissibili i ricorsi e rigettato le doglianze relative al ricalcolo della pena. Di conseguenza, i due ricorrenti hanno perso la causa e devono versare le spese processuali insieme a tremila euro ciascuno alla Cassa delle Ammende.
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Concorso nel reato di peculato: reo anche il privato
Un funzionario di un ente pubblico accreditava indennità non dovute sui conti correnti di cittadini privati. I beneficiari e i delegati fornivano volontariamente le proprie coordinate bancarie e riscuotevano somme sproporzionate rispetto a qualunque titolo lecito. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna dei privati cittadini per concorso nel reato di peculato. I giudici hanno stabilito che l'incasso ripetuto di denaro pubblico, privo di qualsiasi pratica amministrativa, dimostra la piena consapevolezza dell'illecito. Senza l'apporto dei privati, che hanno fornito i conti e prelevato le somme, il reato non si sarebbe consumato. Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi degli imputati, confermando le sanzioni penali e il pagamento delle spese processuali.
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Traffico di stupefacenti: la Cassazione conferma la condanna
Un uomo è stato condannato a quattro anni di reclusione e ventimila euro di multa per il reato di traffico di stupefacenti, avendo partecipato all'acquisto di oltre mezzo chilo di cocaina proveniente dal Brasile. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando il mancato ascolto di testimoni a discarico in appello, l'errata attribuzione del ruolo di finanziatore e la mancata applicazione dell'ipotesi di lieve entità. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'organizzazione del viaggio all'estero e la quantità di droga escludono la lieve entità. Inoltre, la richiesta di riapertura dell'istruttoria in appello è ammessa solo per prove scoperte dopo la sentenza di primo grado, e la Cassazione non può riesaminare le valutazioni di merito logiche della Corte d'Appello.
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Concorso nel reato di rapina: condannati i basisti assenti
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per due soggetti accusati di concorso nel reato di rapina ai danni di una banca. I due imputati avevano fornito informazioni cruciali e supporto logistico agli esecutori materiali, utilizzando un linguaggio in codice durante le telefonate intercettate. La difesa sosteneva l'irrilevanza del loro contributo e invocava la desistenza volontaria. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi, stabilendo che per la configurabilità del concorso è sufficiente un qualsiasi contributo agevolatore, anche minimo, che aumenti la probabilità di successo del piano criminoso. Inoltre, la desistenza non è applicabile una volta che l'azione causale è già stata avviata. I ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Traffico di stupefacenti: la Cassazione nega la lieve entità
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per traffico di stupefacenti. Il primo ricorrente, custode di un box usato per lo stoccaggio di cocaina, contestava la mancata concessione della lieve entità e l'assenza di perizia sulla purezza della droga. La seconda ricorrente contestava la sua partecipazione all'associazione criminale e l'interpretazione delle intercettazioni telefoniche. La Suprema Corte ha confermato le condanne, precisando che la lieve entità va esclusa quando vi è un'organizzazione strutturata con mezzi professionali (telefoni, auto) e misure di sicurezza per evitare i controlli. Inoltre, l'interpretazione delle intercettazioni spetta esclusivamente al giudice di merito e non può essere ridiscussa in sede di legittimità. I ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: la borsa costa cara
Una donna è stata condannata per il reato di detenzione di sostanze stupefacenti, dopo essere stata sorpresa a Porto Recanati con la droga nascosta nella propria borsetta. La difesa ha presentato ricorso in Cassazione contestando la competenza territoriale del tribunale e richiedendo l'applicazione di una circostanza attenuante per la presunta marginalità del ruolo della donna. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. L'eccezione sulla competenza territoriale è stata sollevata tardivamente, oltre i termini previsti dalla legge. Inoltre, i giudici hanno escluso l'attenuante del ruolo marginale, definendo determinante l'azione di trasportare la droga nella borsetta. Di conseguenza, l'imputata è stata condannata al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Furto aggravato di automobile: ricorso respinto e multa salata
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un automobilista condannato per il furto aggravato di automobile. L'imputato contestava la ricostruzione dei fatti e il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti. I giudici di legittimità hanno chiarito che le contestazioni sulla valutazione delle prove non possono essere sollevate in Cassazione se non collegate a specifiche nullità previste dalla legge. Inoltre, la richiesta di sconti di pena era generica e priva di reale critica alla decisione precedente. Di conseguenza, la condanna è diventata definitiva e il ricorrente è stato condannato a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: confermato il furto
L'Imputato, condannato per furto aggravato, ha proposto ricorso lamentando il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti e l'eccessiva severità della pena. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione. I giudici hanno rilevato che i motivi presentati erano generici, basati su questioni di fatto già ampiamente affrontate e risolte nei precedenti gradi di giudizio, e privi di un reale confronto con la sentenza d'appello. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Ricettazione di lieve entità: la fuga esclude lo sconto di pena
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per ricettazione. I giudici di merito avevano accertato la responsabilità penale degli imputati, sorpresi in un garage con beni di provenienza illecita di cui non sapevano spiegare l'origine, con il tentativo di fuga di uno di essi. La Suprema Corte ha ribadito che, in caso di doppia decisione conforme, le motivazioni dei primi due gradi si integrano a vicenda. Inoltre, per la concessione della circostanza attenuante della ricettazione di lieve entità, il giudice deve valutare non solo il valore economico del bene, ma anche la condotta complessiva, le modalità dell'azione e la personalità del colpevole. Di conseguenza, i ricorsi sono stati rigettati con condanna al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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