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Art. 114 Codice Penale — Anno 2022

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129 provvedimenti

Altri anni per Art. 114 Codice Penale

Coltivazione di sostanze stupefacenti tra i pomodori: condannati
Tre imputati sono stati condannati per la coltivazione di sostanze stupefacenti, avendo impiantato una piantagione di 273 piante di canapa indiana, nascoste tra filari di pomodori e dotate di un sistema di irrigazione. I soggetti sono stati sorpresi sul posto con le chiavi del cancello d'accesso. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi dei condannati. I giudici hanno escluso la lieve entità del fatto e la minima partecipazione di uno di essi, evidenziando l'organizzazione della coltivazione e l'attiva cura delle piante. La Suprema Corte ha confermato la condanna, obbligando i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e di tremila euro ciascuno alla Cassa delle ammende.
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Minima partecipazione nel reato: il ruolo attivo esclude lo sconto
Il Coautore del Reato è stato condannato per tentata estorsione in concorso con altri soggetti. Egli ha proposto ricorso in Cassazione lamentando il mancato riconoscimento dell'attenuante della minima partecipazione nel reato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, per ottenere lo sconto di pena per la minima partecipazione nel reato, non basta aver svolto un ruolo minore rispetto ai complici. È invece necessario che il contributo fornito sia stato del tutto marginale e trascurabile nell'economia del piano criminoso. Nel caso specifico, il soggetto aveva pianificato i tempi dell'estorsione e gestito la condotta, svolgendo quindi un ruolo attivo e rilevante. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna e inflitto una sanzione pecuniaria.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: complice ma condannato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per il reato di detenzione di sostanze stupefacenti. La ricorrente chiedeva l'applicazione dell'attenuante della minima importanza, negata poiché custodiva in casa gli strumenti per il confezionamento della droga. Il coimputato contestava il diniego delle attenuanti generiche e la recidiva. I giudici hanno confermato la decisione precedente, evidenziando che l'uomo si era sottratto all'interrogatorio e aveva spacciato mentre si trovava agli arresti domiciliari. La Suprema Corte ha confermato le condanne e ha sanzionato i ricorrenti con il pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Traffico di stupefacenti: la Cassazione condanna padre e figlio
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti, padre e figlio, condannati per il reato di traffico di stupefacenti in concorso con un terzo complice. Gli imputati erano stati trovati in possesso di cinquanta chilogrammi di droga. La difesa sosteneva l'innocenza dei due, facendo leva sulla confessione esclusiva del complice e su un presunto viaggio di lavoro del figlio. I giudici di legittimità hanno confermato la decisione dei gradi precedenti, rilevando che i tabulati telefonici smentivano la versione del padre e che il viaggio del figlio era privo di riscontri oggettivi. La Cassazione ha ribadito che non è possibile richiedere una nuova valutazione dei fatti in sede di legittimità, condannando i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Staffetta nel trasporto di droga: condanna anche senza possesso
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per tre soggetti coinvolti nel trasporto di oltre sei chilogrammi di eroina. Mentre il primo guidava l'auto con il carico, gli altri due svolgevano il ruolo di staffetta nel trasporto di droga a bordo di un secondo veicolo. I giudici hanno chiarito che chi funge da scorta risponde di concorso nel reato e non di semplice favoreggiamento, poiché agevola attivamente la detenzione e il controllo della sostanza. La difesa di uno dei complici, che sosteneva di essere un semplice acquirente e privo di contatti telefonici diretti, è stata ritenuta del tutto inverosimile. La Cassazione ha quindi rigettato i ricorsi, confermando la gravità del contributo fornito dalla staffetta.
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Rapina in concorso: il passaggio in auto costa la condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per una donna accusata di rapina in concorso. L'imputata era stata sorpresa a bordo dell'auto usata dai rapinatori per fuggire e, nella sua borsa, custodiva il documento d'identità di uno dei complici. La difesa sosteneva che la donna avesse solo accettato un passaggio casuale e contestava diverse violazioni procedurali, tra cui l'utilizzo delle dichiarazioni di una testimone irreperibile trasferitasi all'estero. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile, stabilendo che la presenza in auto e il possesso del documento dimostrano una piena partecipazione al reato. Inoltre, le dichiarazioni della testimone irreperibile sono state ritenute pienamente utilizzabili poiché la donna era fuggita all'estero rendendosi rintracciabile solo in un luogo sconosciuto.
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Rapina pluriaggravata: condanne stabili ma una pena è da rifare
Tre soggetti sono stati condannati per concorso in rapina pluriaggravata. Due di loro hanno proposto ricorso in Cassazione contestando l'uso delle armi e chiedendo sconti di pena per la speciale tenuità del danno. La Corte ha dichiarato inammissibili i loro ricorsi, confermando che la rapina lede sia il patrimonio sia la libertà personale, impedendo l'applicazione di attenuanti per danni lievi. Il terzo complice ha invece ottenuto l'annullamento della sentenza limitatamente al calcolo della pena. La Cassazione ha infatti rilevato un errore del giudice d'appello nel bilanciamento delle circostanze attenuanti per il risarcimento del danno, rinviando la decisione a un'altra sezione della Corte d'appello per rideterminare la sanzione.
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Bancarotta documentale: la firma fittizia costa la condanna
Una donna, formale titolare di un'impresa individuale (c.d. "testa di legno"), e suo padre, gestore di fatto, sono stati condannati per reati fallimentari. La donna sosteneva di aver assunto la carica solo per motivi affettivi e di non avere competenze, agendo come semplice esecutrice. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno stabilito che l'amministratore di diritto risponde del reato di bancarotta documentale anche se privo di ruolo operativo, poiché su di lui grava un preciso obbligo di legge di tenere e conservare le scritture contabili. La responsabilità penale sussiste qualora vi sia la consapevolezza dello stato di disordine della contabilità, idoneo a impedire la ricostruzione degli affari. Entrambi i ricorrenti perdono la causa e sono condannati al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Concorso nel reato di rapina: condannato chi sfonda il cancello
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per il reato di rapina. L'imputato aveva partecipato all'azione criminosa sfondando il cancello della ditta della vittima e rivolgendole gravi minacce. La difesa contestava la sua piena responsabilità, invocando una partecipazione minore o non voluta. Tuttavia, la Suprema Corte ha stabilito che la ricostruzione dei fatti spetta solo ai giudici di merito e che non si può richiedere una nuova valutazione delle prove in sede di legittimità. Di conseguenza, è stato confermato il pieno concorso nel reato di rapina, con la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: ospitare amici costa caro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per la detenzione di sostanze stupefacenti in concorso, nello specifico 74,49 grammi di cocaina. L'imputato sosteneva di non essere a conoscenza della droga portata in casa da due ospiti temporanei. Tuttavia, i giudici di merito hanno ritenuto provata la sua consapevolezza e partecipazione. La Suprema Corte ha chiarito che non è possibile richiedere una nuova valutazione dei fatti in sede di legittimità. Di conseguenza, è stata confermata la condanna penale e il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Bancarotta documentale: condannato il prestanome inattivo
L'Amministratore Formale di una società fallita è stato condannato per il reato di bancarotta documentale. Pur essendo una semplice "testa di legno" e non avendo gestito direttamente l'impresa, egli ha omesso di consegnare al curatore fallimentare la documentazione contabile completa, tra cui il registro IVA e il libro giornale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato, confermando la sua responsabilità penale. I giudici hanno chiarito che l'amministratore di diritto ha il dovere personale di tenere e conservare le scritture contabili. La consapevolezza di aver ricevuto una "scatola vuota" e la mancata consegna dei documenti integrano il dolo eventuale, poiché impediscono la ricostruzione del patrimonio aziendale a danno dei creditori. Di conseguenza, l'imputato perde il ricorso e viene condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Rapina aggravata sul bus: condannati i genitori dei multati
Due passeggeri sono stati condannati per i reati di violenza a pubblico ufficiale e rapina aggravata. I soggetti avevano strappato con violenza il blocchetto dei verbali ai controllori di un autobus per impedire la contestazione di sanzioni ai propri figli e costringerli ad annullarle. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi dei condannati, confermando la sussistenza della rapina aggravata. I giudici hanno chiarito che l'aggravante del reato commesso a bordo di un mezzo pubblico tutela chiunque si trovi sul veicolo, inclusi i controllori, e non solo i passeggeri. Di conseguenza, i ricorrenti perdono la causa e sono condannati a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Partecipazione di minima importanza: condannato anche il basista
Due soggetti sono stati condannati per rapina aggravata in banca e furto dell'auto usata per il colpo. Uno dei condannati ha agito come palo, mentre l'altro ha fornito supporto logistico e l'auto ai complici. Quest'ultimo ha richiesto l'applicazione dell'attenuante della partecipazione di minima importanza, sostenendo di aver avuto un ruolo marginale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che la partecipazione di minima importanza si applica solo se il contributo del complice è del tutto trascurabile e privo di efficacia causale sul reato. Nel caso specifico, fornire una base logistica e l'auto costituisce un aiuto concreto e determinante per la riuscita della rapina, escludendo qualsiasi riduzione di pena.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: la casa non protegge il reo
L'Imputato è stato condannato a sei anni di reclusione per la detenzione di sostanze stupefacenti, avendo nascosto nella propria abitazione 172 grammi di hashish e 408 pastiglie di ecstasy. La difesa ha richiesto la riqualificazione del fatto come di lieve entità e il riconoscimento della partecipazione di minima importanza nel reato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno evidenziato che l'ingente quantitativo di droga, la contabilità dello spaccio per quindicimila euro e il tentativo di occultare le sostanze all'arrivo delle forze dell'ordine impediscono qualsiasi riduzione di pena. La Suprema Corte ha inoltre chiarito che la liquidazione del patrocinio a spese dello Stato spetta al giudice di merito.
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Furto pluriaggravato: la Cassazione respinge il ricorso di fatto
L'Imputata è stata condannata per il reato di furto pluriaggravato in concorso. Ha proposto ricorso per cassazione contestando la valutazione delle prove e il mancato riconoscimento dell'attenuante della minima partecipazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché basato su questioni di fatto già ampiamente risolte nei precedenti gradi di giudizio e su motivi generici non presentati in appello. Di conseguenza, l'Imputata è stata condannata al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Tentato furto aggravato: ricorso inutile e condanna confermata
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati da due soggetti condannati per il reato di tentato furto aggravato e continuato. I giudici hanno rilevato che i motivi di ricorso erano del tutto generici e privi di un reale confronto con le motivazioni della sentenza d'appello. Inoltre, la Suprema Corte ha respinto l'eccezione sulla presunta mancata notifica degli atti a uno dei condannati, confermando la regolarità della notifica effettuata presso lo studio del difensore, dove l'imputato aveva espressamente eletto domicilio. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle Ammende.
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Ricorso personale in Cassazione: il fai da te costa caro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un'imputata condannata per furto aggravato. L'imputata aveva proposto personalmente il ricorso lamentando il mancato riconoscimento di una circostanza attenuante, dopo aver concordato la pena in appello. I giudici hanno chiarito che il ricorso personale in Cassazione non è più consentito dalla legge, essendo la firma riservata esclusivamente a un difensore abilitato. Inoltre, l'accordo sulla pena (concordato in appello) comporta la rinuncia ai motivi non concordati, impedendo di contestarli successivamente. L'imputata è stata condannata al pagamento delle spese e di quattromila euro alla Cassa delle Ammende.
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Testimonianza indiretta: targa anonima inchioda il complice
Un uomo è stato condannato per concorso in tentata rapina per aver fatto da autista durante uno scippo degenerato in violenza ai danni di un'anziana. La targa dell'auto era stata annotata da un passante rimasto anonimo. La difesa ha contestato l'utilizzabilità di questa prova, lamentando una violazione delle regole sulla testimonianza indiretta. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la testimonianza indiretta è valida se l'esistenza e l'attendibilità della fonte sono certe, e se la difesa non ha chiesto l'esame del testimone diretto. L'imputato perde definitivamente la causa e deve pagare le spese processuali.
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Spaccio continuativo ma lieve entità dello spaccio: pena ridotta
La Corte di Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso di una donna condannata per spaccio di crack. La Corte d'appello aveva escluso la qualificazione del reato come fatto di lieve entità dello spaccio basandosi solo sulla frequenza delle cessioni. I giudici di legittimità hanno invece chiarito che la continuità dell'attività non esclude automaticamente la minore gravità del fatto, specialmente se l'imputata ha partecipato solo a due singoli episodi e non è stato accertato un quantitativo ingente di droga a lei direttamente riferibile. Di conseguenza, la Cassazione ha riqualificato il reato e ha annullato la sentenza limitatamente alla determinazione della pena, ordinando un nuovo calcolo più favorevole.
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Riconoscimento fotografico: condanna valida anche senza firma
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per rapina ed estorsione a carico di due soggetti, dichiarando inammissibili i loro ricorsi. La difesa contestava la validità del riconoscimento fotografico effettuato durante le indagini, poiché mancava la firma dei testimoni accanto alle immagini. I giudici hanno chiarito che il riconoscimento fotografico costituisce una prova atipica. La sua forza probatoria non dipende da formalità come la firma, ma dall'attendibilità complessiva della testimonianza. Inoltre, la Corte ha confermato l'aggravante delle persone riunite, che richiede la sola presenza fisica di almeno due complici sul luogo del delitto per aumentare la gravità della minaccia, a prescindere dalla percezione visiva della vittima. I ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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