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Art. 110 Codice Penale — Sezione Settima Penale

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Altri anni per Art. 110 Codice Penale

Reddito di cittadinanza: contanti nascosti e condanna
Due coniugi hanno presentato tre domande per ottenere il sussidio pubblico senza dichiarare ingenti somme di denaro contante, scoperte dalla dogana portuale tramite dichiarazioni valutarie per oltre trentaseimila euro complessivi. I giudici di merito hanno condannato entrambi i soggetti per indebita percezione del Reddito di Cittadinanza, escludendo la loro buona fede. Gli imputati hanno sostenuto davanti alla Corte di Cassazione che il denaro appartenesse a un parente e di essere stati rassicurati dal centro di assistenza fiscale. I giudici di legittimità hanno dichiarato inammissibile il ricorso: l'ignoranza della legge non scusa e le verifiche documentali doganali smentiscono la tesi difensiva. La condanna penale resta quindi definitiva, con l'obbligo di pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Fatture per operazioni inesistenti: condannato il capo occulto
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna penale a due anni e quattro mesi di reclusione nei confronti di un imprenditore, riconosciuto quale gestore effettivo di una società commerciale. L'uomo ha utilizzato nelle dichiarazioni fiscali diverse fatture per operazioni inesistenti emesse da imprese fittizie, con il chiaro scopo di evadere le imposte e ottenere rimborsi non dovuti. La difesa ha sostenuto l'assenza di deleghe formali e contestato la responsabilità penale, cercando di equiparare la propria posizione a quella dei legali rappresentanti assolti. I giudici hanno respinto la tesi difensiva perché prove solide, inclusi accordi riservati e indagini della Guardia di Finanza, hanno dimostrato il ruolo di dominio esclusivo dell'imputato sull'azienda. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Concorso nel reato di truffa: conto aperto e dati usati
Un soggetto contesta la condanna per concorso nel reato di truffa sostenendo l'utilizzo inconsapevole dei propri dati personali. Sul suo conto corrente, aperto personalmente con documento d'identità, erano confluiti i proventi illeciti dell'operazione ingannevole. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile: la tesi difensiva appare del tutto inverosimile in mancanza di prove contrarie e si risolve in una mera richiesta di rivalutazione del merito. Confermata la responsabilità penale e la sanzione, con condanna al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Inammissibilità del ricorso per Cassazione e condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna penale nei confronti di un imputato per i reati di concorso in ricettazione e violazione delle disposizioni sulle misure di prevenzione. La difesa ha impugnato la sentenza della Corte di Appello lamentando la mancata declaratoria di non punibilità immediata. I giudici supremi hanno rilevato la totale genericità dell'impugnazione, priva di argomentazioni critiche puntuali contro la decisione di secondo grado. Tale vizio ha determinato l'inammissibilità del ricorso per Cassazione, con il definitivo consolidamento della condanna e l'obbligo per il ricorrente di versare le spese processuali e una somma di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Resistenza a pubblico ufficiale: colpevole anche il passeggero
L'imputato ha contestato la condanna per resistenza a pubblico ufficiale e false dichiarazioni sull'identità, eccependo l'inattendibilità del sistema di riconoscimento facciale e sostenendo la mancanza di prove sul suo effettivo ruolo di guidatore o passeggero. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il riconoscimento diretto compiuto in aula dalle forze dell'ordine supera ogni dubbio sull'uso degli algoritmi. Inoltre, risponde del reato di resistenza a pubblico ufficiale anche il passeggero che rafforza o agevola la fuga del conducente. Il ricorrente deve versare le spese e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Falsa dichiarazione reddito di cittadinanza: condanna confermata
Un cittadino ha omesso di indicare nella dichiarazione ISEE due familiari conviventi, già percettori del sussidio, e alcuni beni immobili di proprietà del nucleo familiare diversi dalla prima casa. Il giudice di merito ha inflitto la condanna a un anno e quattro mesi di reclusione per il reato di indebita percezione mediante falsa attestazione. L'imputato ha proposto ricorso per Cassazione contestando la valutazione della propria responsabilità penale. I giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso inammissibile a causa della genericità delle censure difensive e della mancata rettifica preventiva dei dati anagrafici ufficiali. La Corte ha così confermato la condanna per la falsa dichiarazione reddito di cittadinanza, imponendo il pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: condanna confermata
La Suprema Corte ha confermato la condanna a due anni e otto mesi di reclusione inflitta a un imputato per violazione della legge sugli stupefacenti in concorso. La difesa aveva proposto impugnazione lamentando la mancata esclusione della recidiva e contestando l'eccessività della sanzione applicata. I giudici hanno rilevato che la recidiva non era mai stata applicata nei gradi di merito e che l'entità della pena non era stata censurata durante il giudizio di appello. Tale omissione rende la doglianza un motivo nuovo e non proponibile. L'inammissibilità del ricorso per cassazione ha comportato la condanna definitiva dell'imputato, oltre al pagamento delle spese legali del procedimento e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Bar o centro scommesse: condanna per raccolta abusiva di scommesse
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a un anno e quattro mesi di reclusione per la titolare di un bar responsabile del reato di raccolta abusiva di scommesse. Il locale era allestito in modo funzionale e quasi esclusivo all'accettazione di puntate su eventi sportivi senza la necessaria autorizzazione ministeriale. Gli agenti avevano rinvenuto monitor per il palinsesto sportivo, tre postazioni informatiche e stampanti per rilasciare le ricevute di gioco per conto di una società concessionaria a distanza. I giudici supremi hanno respinto le doglianze della difesa, ribadendo che non è possibile richiedere alla Cassazione una nuova valutazione delle prove già congruamente accertate.
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Danneggiamento seguito da incendio: fiamme e minaccia
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna penale nei confronti di un soggetto accusato di minaccia aggravata e danneggiamento seguito da incendio. L'imputato aveva appiccato il fuoco a beni della vittima per conto di terzi, compiendo un chiaro atto intimidatorio collegato a una precedente aggressione verso il coniuge della persona offesa. Il ricorrente sosteneva che le fiamme fossero limitate e che mancasse l'intento minaccioso. I giudici hanno invece ribadito la sussistenza di entrambi i reati. Poiché l'impugnazione riproponeva argomenti generici già respinti in appello, la Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, condannando l'imputato al pagamento delle spese legali e a tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Abbandono illecito di rifiuti: condannato l’amministratore
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna penale per abbandono illecito di rifiuti a carico dell'amministratore unico di una società edile. L'imputato si difendeva attribuendo la condotta a terzi e dichiarandosi ignaro della revoca dell'iscrizione all'Albo Nazionale Gestori Ambientali. I giudici hanno respinto la tesi difensiva valorizzando la titolarità del mezzo aziendale utilizzato, la corrispondenza dei residui con l'attività societaria e il mancato controllo imposto dalla carica direttiva. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: no a motivi copiati
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione presentato da un imputato condannato per reati inerenti alle sostanze stupefacenti e al possesso di armi. Il ricorrente contestava la sussistenza della responsabilità penale e la funzionalità dell'arma sequestrata. La Suprema Corte ha rilevato che i motivi di ricorso riproducevano pedissequamente le medesime argomentazioni già respinte dalla Corte di Appello, senza confrontarsi criticamente con la motivazione della sentenza di secondo grado. L'assenza di una critica puntuale determina la mancata specificità dell'impugnazione. I giudici hanno confermato la condanna penale, condannando il ricorrente alle spese processuali e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato edilizio del procuratore: delega formale e abuso
La Suprema Corte ha confermato la condanna penale nei confronti di tre soggetti coinvolti in interventi edilizi illeciti realizzati in zona sottoposta a vincolo paesaggistico. Uno dei ricorrenti sosteneva l'assenza di propria responsabilità, qualificandosi come mero rappresentante privo del potere di commissionare varianti al progetto originario. I giudici hanno invece confermato la configurabilità del reato edilizio del procuratore, avendo egli gestito i cantieri, coordinato le imprese e ordinato direttamente le difformità abusive. Il collegio ha respinto la richiesta di particolare tenuità del fatto per via del vincolo paesaggistico e del numero delle opere, dichiarando inoltre inapplicabile la prescrizione. La Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi, condannando i ricorrenti al pagamento delle spese e al versamento di una sanzione alla Cassa delle ammende.
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Concorso di persone nel reato di rapina: basta la presenza
Due imputati hanno proposto ricorso contro la condanna per plurime rapine aggravate e lesioni. La difesa ha sostenuto l'assenza di prove dirette per uno dei soggetti, contestando l'identificazione fotografica e chiedendo l'attenuante della lieve entità. La Corte di Cassazione ha confermato che la presenza sul luogo del delitto, se non casuale, integra a pieno titolo il concorso di persone nel reato di rapina quando accresce la forza intimidatoria e la sicurezza dell'esecutore materiale. I giudici hanno respinto ogni richiesta di sconto di pena e hanno dichiarato i ricorsi inammissibili, condannando entrambi i ricorrenti alle spese processuali e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spendita di banconote false: la difesa cede alla condanna
I giudici di merito hanno condannato l'imputata per il reato di spendita di banconote false in concorso con altri soggetti. L'accusata ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo l'estraneità ai fatti e offrendo una ricostruzione alternativa della vicenda. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Il giudice di legittimità non può rivalutare le prove o sostituirsi al convincimento espresso nelle precedenti sentenze quando la motivazione risulta logica, coerente ed esaustiva. Di conseguenza, la condanna a carico della donna è diventata definitiva, con l'obbligo di pagare le spese legali del giudizio e una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Concorso in estorsione: la Cassazione blocca il riesame
Due imputati hanno presentato ricorso per contestare la loro condanna relativa al reato di concorso in estorsione. Le difese sostenevano l'assenza di dolo, la mancanza di un contributo causale decisivo e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. I giudici hanno stabilito che l'impugnazione mirava unicamente a ottenere una nuova ricostruzione dei fatti storici, operazione vietata alla Suprema Corte. I magistrati hanno confermato la piena coerenza logica della sentenza d'appello, dichiarando inammissibili i ricorsi presentati. I ricorrenti dovranno pagare le spese del procedimento e versare tremila euro ciascuno in favore della Cassa delle ammende.
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Esercizio abusivo di scommesse nel club: condanna confermata
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a due anni di reclusione e oltre quattordicimila euro di multa inflitta al gestore di un circolo ricreativo per il reato di esercizio abusivo di scommesse e per la mancata esposizione della tabella dei giochi proibiti. Le autorità avevano sorpreso l'imputato dietro il bancone, intento a gestire un computer collegato a una stampante termica per i pagamenti, senza altre persone presenti con ruoli direttivi. L'uomo ha impugnato la sentenza contestando la motivazione sulla sua responsabilità penale. I giudici hanno dichiarato inammissibile il ricorso, poiché mirava a ottenere una nuova valutazione dei fatti già accertati nei precedenti gradi di giudizio, condannando il ricorrente anche al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Frode assicurativa: finto sinistro e ricorso inammissibile
La Suprema Corte di Cassazione ha confermato la condanna penale a carico di un soggetto accusato del reato di frode assicurativa in concorso. L'imputato aveva organizzato un finto incidente stradale utilizzando certificati medici falsi per ottenere indebiti risarcimenti economici dalla compagnia assicurativa. La difesa ha impugnato la condanna di merito contestando la ricostruzione dell'incidente e il diniego della sospensione condizionale della pena. I giudici di legittimità hanno dichiarato inammissibile il ricorso poiché la sentenza d'appello ha accertato la fittizietà del sinistro con prove solide e logiche. L'imputato non poteva inoltre beneficiare della sospensione della pena a causa dei suoi precedenti penali. La Corte ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese di giudizio, a versare tremila euro alla Cassa delle ammende e a rifondere le spese legali alla compagnia assicurativa costituita parte civile.
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Uso indebito di carte di pagamento: telecamere inchiodano le ree
I giudici hanno condannato due persone per concorso nel reato di uso indebito di carte di pagamento. Le telecamere di videosorveglianza hanno immortalato le autrici durante le transazioni fraudolente, consentendo la loro precisa identificazione. Le imputate hanno proposto ricorso per Cassazione, lamentando vizi di motivazione sull'accertamento della responsabilità e una presunta eccessività della pena. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi del tutto inammissibili. Le doglianze difensive non contestavano in modo specifico le riprese video e chiedevano una rivalutazione del merito sulla quantificazione della pena, già fissata vicino al minimo edittale. Le ricorrenti devono pagare le spese del procedimento e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Rapina con spray: niente attenuanti generiche per gli aggressori
Due individui aggrediscono e colpiscono violentemente un passante, neutralizzandolo con spray al peperoncino per rubargli delle sigarette. I responsabili impugnano la condanna contestando la mancata concessione delle attenuanti generiche e lamentando una scorretta suddivisione delle singole responsabilità nel calcolo della pena. La Corte di Cassazione dichiara i ricorsi inammissibili. I giudici confermano che, nel reato commesso in concorso, ciascun autore risponde dell'intera condotta violenta. Inoltre, il diniego delle attenuanti generiche è legittimo anche solo valorizzando elementi negativi decisivi, quali la particolare violenza dell'aggressione e la totale assenza di pentimento. Gli imputati vengono condannati anche alle spese e a una sanzione economica.
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Applicazione della recidiva: legittima la pena più dura
L'Imputato ha subito una condanna a quattro anni di reclusione e a una multa pecuniaria per detenzione, trasporto e cessione di sostanze stupefacenti, tra cui diciassette chilogrammi di marijuana. La difesa ha impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione, contestando esclusivamente l'applicazione della recidiva operata dai giudici di merito. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la valutazione sulla maggiore pericolosità sociale del reo e sulla ricaduta nel reato appartiene al giudice di merito. La presenza di precedenti condanne definitive per reati della stessa indole e per altri illeciti giustifica pienamente l'aumento di pena. L'Imputato deve quindi scontare la pena inflitta e versare tremila euro alla Cassa delle ammende.
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