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Art. 110 Codice Penale — Sezione Seconda Penale

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Altri anni per Art. 110 Codice Penale

Rapina impropria in concorso: condannato anche chi guida l’auto
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per rapina impropria in concorso a carico di un soggetto che ha partecipato a un furto in un negozio. Mentre il complice minacciava la cassiera con un'arma per fuggire con la refurtiva, il ricorrente fungeva da palo, distraeva l'addetta alla cassa simulando un pagamento e garantiva la fuga guidando l'auto. La difesa sosteneva l'estraneità alla minaccia armata, invocando il reato minore di favoreggiamento. I giudici hanno invece ribadito che chi partecipa a un'azione criminosa prevedendo l'uso di armi accetta preventivamente il rischio del loro utilizzo da parte del complice. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Associazione di stampo mafioso: condannata la zia-messaggera
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per associazione di stampo mafioso nei confronti di una donna che fungeva da intermediaria costante tra il nipote, capo clan detenuto, e i membri in libertà. La difesa sosteneva si trattasse di semplice connivenza non punibile o concorso esterno. I giudici hanno invece stabilito che il passaggio continuativo e fiduciario di messaggi e direttive dal carcere configura una vera e propria partecipazione all'associazione, poiché garantisce la funzionalità del clan nei momenti di difficoltà. È stato inoltre dichiarato inammissibile il ricorso del coimputato, ritenuto organizzatore di un traffico di stupefacenti. Entrambi sono stati condannati al pagamento delle spese processuali.
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Estorsione aggravata dal metodo mafioso: intermediario o vittima?
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imprenditore contro l'ordinanza di custodia cautelare ai domiciliari. L'indagato era accusato di concorso in estorsione aggravata dal metodo mafioso per aver svolto il ruolo di intermediario tra un clan locale e alcune vittime, veicolando le richieste estorsive. La difesa contestava l'uso delle intercettazioni tramite captatore informatico e l'assenza di indizi gravi. La Suprema Corte ha chiarito che la questione sulle intercettazioni non era stata sollevata nei gradi precedenti e che, comunque, gli altri elementi di prova superavano la prova di resistenza. I giudici hanno confermato la sussistenza delle esigenze cautelari, evidenziando la spregiudicatezza dell'indagato e i suoi rapporti con esponenti della criminalità organizzata. L'imprenditore è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Concorso nel reato di usura: condannato anche l’intermediario
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per un intermediario accusato di concorso nel reato di usura. L'uomo aveva messo in contatto la vittima con l'usuraio effettivo, accompagnandola più volte presso la sua abitazione e riscuotendo gli interessi illeciti per conto del titolare del credito. La difesa sosteneva l'innocenza dell'imputato, descrivendolo come un soggetto sottomesso all'usuraio e contestando la data d'inizio dei prestiti. I giudici di legittimità hanno rigettato il ricorso, stabilendo che l'attività di intermediazione e riscossione configura pienamente la complicità nel reato. Inoltre, la Corte ha chiarito i limiti di deducibilità del travisamento della prova in presenza di una doppia decisione conforme di condanna. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al risarcimento della parte civile.
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Rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale: stop ai documenti
Due imputati, condannati per danneggiamento in concorso, hanno proposto ricorso per Cassazione lamentando la mancata rinnovazione dell'istruttoria dibattimentale in appello. La difesa sosteneva che l'acquisizione di un documento da essa stessa richiesto imponesse la riapertura del dibattimento per garantire il contraddittorio. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che la rinnovazione dell'istruttoria dibattimentale riguarda l'assunzione di prove orali e non la semplice acquisizione di documenti. L'acquisizione documentale, sollecitata dalla stessa difesa, non lede il contraddittorio poiché le parti possono discuterne durante la discussione finale. I ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e al risarcimento della parte civile.
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Reato di estorsione allo stadio: condanna corretta ma prescritta
Durante una partita di calcio, il capo di un gruppo di tifosi organizzati ha costretto con violenza alcuni spettatori a consegnare delle magliette non ufficiali, poi distrutte, per garantire al proprio gruppo il monopolio delle vendite. Il Tribunale aveva qualificato il fatto come violenza privata. La Corte d'Appello ha invece ravvisato il reato di estorsione. La Cassazione ha confermato che la costrizione a consegnare i beni configura il reato di estorsione consumato, poiché l'ingiusto profitto consiste anche nel solo vantaggio di escludere la concorrenza, con immediato danno per le vittime. Tuttavia, accertato il decorso del tempo dal giorno del fatto, la Suprema Corte ha annullato la condanna senza rinvio per intervenuta prescrizione del reato.
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Esercizio abusivo di professione: titolare assolto senza prove
La Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio la condanna inflitta a un medico, titolare di uno studio dentistico, accusato di concorso in esercizio abusivo di professione per aver consentito a un odontotecnico di svolgere l'attività di odontoiatra. I giudici di merito avevano confermato la responsabilità penale basandosi unicamente sulla posizione di garanzia del titolare e sulla sua qualità di socio dello studio. La Cassazione ha chiarito che, per configurare il concorso nel reato, non basta la semplice titolarità dello studio, ma occorre dimostrare una condotta attiva che abbia concretamente agevolato o consentito l'attività abusiva. Non essendovi prove di tale comportamento, l'imputato è stato assolto per non aver commesso il fatto.
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Reato di truffa: condanna confermata anche senza contatto diretto
Il caso esamina la condanna di un soggetto per tentata truffa e falso documentale. L'imputato aveva consegnato quietanze di pagamento contraffatte a un terzo, che le aveva poi utilizzate per evitare azioni esecutive da parte dell'Ente di Riscossione. La difesa sosteneva l'insussistenza del reato per mancanza di contatti diretti tra l'imputato e la persona offesa, oltre a eccepire l'avvenuta prescrizione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno stabilito che per la configurabilità del reato di truffa non è necessaria l'identità tra la persona indotta in errore e quella che subisce il danno, purché sussista un nesso causale tra l'inganno e il danno patrimoniale. Inoltre, trattandosi di truffa a consumazione prolungata, la prescrizione non era ancora maturata.
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Rapina con finto verbale: ricorso per cassazione inammissibile
Due soggetti sono stati condannati per rapina aggravata e falso, commessi simulando una perquisizione domiciliare ai danni di cittadini stranieri tramite un verbale contraffatto. La Corte d'Appello ha confermato la condanna di primo grado. I condannati hanno proposto ricorso, ma la Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso per cassazione inammissibile. I giudici di legittimità hanno chiarito che non è possibile richiedere una rivalutazione dei fatti già ampiamente analizzati nei precedenti gradi di giudizio (doppia conforme). Inoltre, la semplice confessione strategica o il risarcimento parziale non integrano l'attenuante del ravvedimento operoso per i reati patrimoniali. I ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Attenuanti generiche: negarle a un incensurato è illegittimo
La Corte di Cassazione ha esaminato i ricorsi di diversi soggetti condannati per rapina in banca. Tra questi, il ricorso del presunto basista è stato dichiarato inammissibile poiché i tabulati telefonici e le celle agganciate smentivano la sua estraneità, confermando il supporto logistico fornito ai complici. Al contrario, la Suprema Corte ha accolto parzialmente il ricorso di un altro imputato. I giudici di appello gli avevano negato le attenuanti generiche motivando la decisione con la presenza di "precedenti penali", mentre l'uomo era in realtà incensurato. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato la sentenza limitatamente al diniego delle attenuanti, rinviando la decisione alla Corte d'appello per un nuovo esame, mentre ha confermato la condanna per gli altri ricorrenti, ritenendo i loro ricorsi inammissibili o presentati senza la firma di un difensore abilitato.
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Concorso nel delitto di usura: condannato chi fa da tramite
La Corte di Cassazione ha confermato la responsabilità di un intermediario per il reato di concorso nel delitto di usura. L'indagato aveva accompagnato la vittima a casa dei finanziatori per facilitare l'ottenimento di un prestito a tassi illegali, ricevendo in cambio una percentuale sulle rate mensili, definita aggio. La difesa sosteneva che l'uomo si fosse limitato a indicare e accompagnare il soggetto senza un reale interesse criminale. I giudici hanno respinto questa tesi, stabilendo che anche l'attività di procacciatore configura una partecipazione attiva al reato. Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'indagato, confermando la misura cautelare degli arresti domiciliari e condannandolo al pagamento delle spese processuali.
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Prescrizione del reato: perché la Cassazione blocca i ricorsi
L'Imputato, condannato per furto, truffa e associazione per delinquere, ha impugnato la sentenza d'appello lamentando una carenza di motivazione sull'esistenza dell'associazione criminosa. La Corte d'Appello aveva già dichiarato la prescrizione del reato per l'associazione e le truffe, riducendo la pena per i furti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno stabilito che, in presenza della prescrizione del reato, non è possibile lamentare vizi di motivazione in sede di legittimità. Un eventuale annullamento con rinvio contrasterebbe infatti con l'obbligo di immediata declaratoria di estinzione del reato. L'Imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Associazione per delinquere: condannati anche i prestanome
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di tre imputati condannati per associazione per delinquere, riciclaggio e reati tributari. Il sodalizio utilizzava il sistema abusivo "hawala" per trasferire denaro all'estero, ripulire capitali illeciti ed emettere fatture false. La Suprema Corte ha chiarito che l'esistenza di una struttura organizzata, anche rudimentale, e un programma criminoso indeterminato configurano il reato di associazione per delinquere, superando la tesi del semplice concorso di persone. Inoltre, l'amministratore di diritto risponde di dichiarazione fraudolenta anche in presenza di un amministratore di fatto, poiché il dolo specifico del reato tributario è compatibile con il dolo eventuale di chi accetta il rischio dell'evasione fiscale. Di conseguenza, i tre ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Danneggiamento in concorso: se il gruppo distrugge, pagano tutti
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di due soggetti per i reati di percosse e danneggiamento all'interno di un locale commerciale. La Ricorrente lamentava la mancata concessione di un termine per effettuare le condotte riparatorie, ma i giudici hanno rilevato la sua totale inerzia risarcitoria durante il processo. Il Coimputato contestava la responsabilità per il reato di danneggiamento in concorso, sostenendo che occorresse individuare con precisione l'oggetto distrutto da ciascun partecipante. La Suprema Corte ha rigettato questa tesi, stabilendo che in un'azione violenta di gruppo tutti rispondono dell'intero danno causato. Di conseguenza, il ricorso della Ricorrente è stato rigettato e quello del Coimputato dichiarato inammissibile, con condanna di entrambi al pagamento delle spese processuali e, per il secondo, anche di una sanzione pecuniaria.
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Ricettazione in auto rubata: condannato anche il passeggero
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per resistenza a pubblico ufficiale e ricettazione. I due viaggiavano a bordo di un'auto rubata e, all'alt dei carabinieri, erano fuggiti opponendo violenza. Il passeggero sosteneva l'estraneità al reato, affermando che il conducente fosse l'unico autore del furto. Tuttavia, la Suprema Corte ha confermato la condanna per entrambi. La condotta di fuga e la mancanza di spiegazioni attendibili sulla provenienza del veicolo dimostrano la piena consapevolezza dell'origine illecita del mezzo. La ricettazione si configura infatti anche per il passeggero quando vi è una pregressa disponibilità comune del bene e la coscienza della sua provenienza delittuosa, desumibile da elementi indiretti come il comportamento elusivo tenuto durante il controllo delle forze dell'ordine.
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Truffa contrattuale on-line: conta il clic, non la carta
Nel corso di un procedimento per truffa contrattuale on-line, i difensori degli imputati eccepivano l'incompetenza del Tribunale di Chieti. Sostenevano che il reato si fosse consumato a Crotone, luogo di attivazione della carta ricaricabile su cui era confluito il pagamento. La Corte di Cassazione, risolvendo il rinvio pregiudiziale, ha invece confermato la competenza del Tribunale di Chieti. I giudici hanno stabilito che, nei casi di truffa contrattuale on-line con ricarica di carte prepagate, il reato si consuma nel tempo e nel luogo in cui la vittima effettua il versamento del denaro. In quel preciso istante si realizzano sia l'ingiusto profitto per l'autore del reato, che ottiene l'immediata disponibilità della somma, sia il danno effettivo per la persona offesa.
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Reato di truffa: i controlli del truffato non salvano il reo
Un uomo, utilizzando false generalità, ordinava merci per conto di una società pagando con assegni sistematicamente protestati. La difesa sosteneva l'insussistenza del reato di truffa poiché le aziende vittime avevano svolto controlli preventivi prima di consegnare la merce. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che i controlli preventivi non escludono il reato di truffa se i raggiri hanno comunque creato una falsa apparenza di solidità commerciale. Inoltre, la Corte ha stabilito che anche l'agente di commercio, in quanto terzo danneggiato dal reato per aver concluso la vendita ingannevole, è pienamente legittimato a presentare querela.
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Danno di speciale tenuità: la rapina con minaccia non ha sconti
L'Imputato, condannato per il reato di rapina aggravata, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata concessione della circostanza attenuante del danno di speciale tenuità. La difesa sosteneva che il bene sottratto avesse un valore economico irrisorio. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, nel reato di rapina, per la configurabilità dell'attenuante del danno di speciale tenuità non basta il modesto valore economico del bene sottratto. Trattandosi di un reato plurioffensivo, occorre valutare anche la gravità della violenza o della minaccia esercitata sulla vittima, che nel caso specifico consisteva in una grave minaccia di morte. Di conseguenza, l'Imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Rapina in concorso: la Cassazione nega sconti e conferma condanne
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per i reati di rapina in concorso, tentata estorsione e lesioni personali. I giudici di merito avevano accertato che i due imputati avevano sottratto con violenza il telefono cellulare alla vittima, causandole lesioni. La difesa contestava la ricostruzione dei fatti, l'assenza di prove sulla violenza e chiedeva la concessione di attenuanti, tra cui la lieve entità del danno. La Suprema Corte ha confermato la condanna, rilevando che i motivi di ricorso erano generici e ripetitivi rispetto a quelli già respinti in appello. La ricostruzione della dinamica criminosa e dei ruoli dei colpevoli è risultata logica e insindacabile. Di conseguenza, i condannati dovranno pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Effetto estensivo dell’impugnazione: annullata la disparità
Un uomo e una donna vengono condannati in primo grado per truffa in concorso. La donna presenta appello contestando la sussistenza del fatto. Successivamente, la vittima decide di ritirare la denuncia (remissione di querela) nei confronti della donna, determinando l'estinzione del suo reato. La Corte di Appello nega però lo stesso beneficio all'uomo, non appellante, confermando la sua condanna. L'uomo ricorre in Cassazione chiedendo l'applicazione dell'effetto estensivo dell'impugnazione. La Suprema Corte accoglie il ricorso: poiché i motivi d'appello della donna riguardavano l'inesistenza del fatto (motivi oggettivi e non personali), l'effetto estensivo dell'impugnazione opera pienamente. La Cassazione annulla quindi la condanna senza rinvio anche per l'uomo, dichiarando il reato estinto per remissione di querela.
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