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Art. 110 Codice Penale — Sezione Quarta Penale

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911 provvedimenti

Altri anni per Art. 110 Codice Penale

Associazione finalizzata al narcotraffico: confermato il carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di essere il capo di un'organizzazione criminale dedita allo spaccio. Il ricorrente contestava l'esistenza di una vera e propria associazione finalizzata al narcotraffico, sostenendo si trattasse di semplici episodi isolati o di rapporti familiari. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, ribadendo che per configurare il reato associativo non serve una struttura complessa, ma basta un accordo stabile tra almeno tre persone con una minima organizzazione di mezzi. Inoltre, la Corte ha confermato la sussistenza del pericolo di recidiva, giustificato dal ruolo di vertice dell'indagato e dall'uso di telefoni criptati per sfuggire ai controlli delle forze dell'ordine.
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Rinuncia all’impugnazione: il dietrofront costa caro ai ricorrenti
Due imputati, condannati dal Tribunale per reati in materia di stupefacenti a seguito di patteggiamento, hanno proposto ricorso per Cassazione. Successivamente, entrambi hanno depositato una formale rinuncia all'impugnazione firmata di proprio pugno. La Corte di Cassazione ha chiarito che la rinuncia all'impugnazione è un atto formale e irrevocabile che comporta l'immediata inammissibilità del ricorso. Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi e ha condannato i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Errore materiale nel decreto di rinvio a giudizio: condanna salva
La Corte di Cassazione ha esaminato i ricorsi di due soggetti condannati per detenzione di stupefacenti. Il Primo Ricorrente lamentava la nullità della sentenza per un errore materiale nel decreto di rinvio a giudizio, corretto dal giudice senza udienza. La Corte ha stabilito che l'omissione del nome era una semplice svista grafica, facilmente riconoscibile e che non ha leso il diritto di difesa. Il Secondo Ricorrente sosteneva la tesi della semplice connivenza non punibile, ma i giudici hanno confermato la sua partecipazione attiva, avendo egli custodito la droga. La Cassazione ha quindi rigettato il ricorso del primo e dichiarato inammissibile quello del secondo, confermando le condanne.
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Concorso nel reato: l’auto esca non salva il complice
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per il trasporto di dieci chilogrammi di droga. L'imputato viaggiava su un'auto con funzione di "staffetta" per depistare le forze dell'ordine e proteggere il carico illecito. La difesa contestava la competenza territoriale e la notifica degli atti, sostenendo inoltre la minima importanza della condotta per escludere il concorso nel reato. I giudici hanno confermato la competenza del Tribunale di Ravenna, dove il convoglio era stato organizzato, e hanno ribadito che il ruolo di esca configura a tutti gli effetti un concorso nel reato. La Suprema Corte ha confermato la condanna, escludendo la prescrizione e le attenuanti generiche, e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Pena illegale per furto: la Cassazione annulla la condanna
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di quattro imputati condannati per furto. Per due di essi, la Corte d'Appello aveva applicato una pena base di quattro anni di reclusione. Tuttavia, a seguito del bilanciamento in equivalenza tra aggravanti e attenuanti, la sanzione doveva rientrare nei limiti del furto semplice (massimo tre anni). I giudici di legittimità hanno quindi riscontrato una pena illegale, poiché superiore al massimo edittale previsto dalla legge. Inoltre, per uno dei ricorrenti, i giudici d'appello avevano omesso di proseguire il dibattimento dopo il rigetto del concordato. La Cassazione ha annullato senza rinvio la sentenza per i due ricorrenti principali, disponendo la trasmissione degli atti ad altra sezione per la rideterminazione della sanzione, mentre ha dichiarato inammissibili i ricorsi degli altri due imputati.
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Giudizio abbreviato: addio eccezioni, confermata la condanna
Tre soggetti sono stati condannati per la coltivazione di una vasta piantagione di marijuana, con l'aggravante di aver agevolato un'associazione criminale. Due di loro, identificati come il promotore e il collaboratore familiare, e un terzo, operante come consulente tecnico, hanno presentato ricorso in Cassazione. Tra i motivi di ricorso, l'esperto ha contestato la competenza territoriale del giudice. La Suprema Corte ha rigettato i ricorsi, confermando che la richiesta di giudizio abbreviato sana le nullità non assolute e preclude qualsiasi contestazione sulla competenza territoriale del giudice. Di conseguenza, le condanne sono state confermate e i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e, per i primi due, anche a una sanzione pecuniaria.
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Concorso nel reato di spaccio: condanna per il complice in treno
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per un uomo accusato di concorso nel reato di spaccio di 131 grammi di cocaina. Lo stupefacente era occultato nel corpo della complice durante un viaggio in treno. La difesa sosteneva la tesi della semplice connivenza passiva e richiedeva la riqualificazione del fatto come ipotesi di lieve entità. I giudici hanno respinto il ricorso, evidenziando che le intercettazioni telefoniche dimostravano il ruolo attivo dell'imputato nell'organizzazione del trasporto e nell'acquisto della droga. Inoltre, la Cassazione ha escluso la lieve entità a causa del quantitativo elevato, della stabilità dell'attività di spaccio e della finalità di lucro. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna alle spese e alla cassa delle ammende.
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Spaccio di lieve entità: no allo sconto per la rete organizzata
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino straniero condannato per spaccio continuato di eroina. La difesa chiedeva il riconoscimento dello spaccio di lieve entità, sostenendo si trattasse di piccolo spaccio occasionale. I giudici hanno invece confermato la gravità del fatto, evidenziando una struttura organizzata, cessioni ripetute a numerosi clienti e l'uso di utenze telefoniche dedicate. La Corte ha ribadito che per escludere lo spaccio di lieve entità basta anche un solo elemento negativo, come la continuità dell'attività o la pericolosità della sostanza. Di conseguenza, sono state negate le attenuanti generiche ed è stata confermata l'espulsione dal territorio nazionale, oltre alla condanna al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Traffico di sostanze stupefacenti: intercettazioni decisive
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di cinque soggetti condannati per traffico di sostanze stupefacenti. Gli imputati, divisi tra fornitori e spacciatori locali, erano stati incastrati da intercettazioni telefoniche, ambientali e riprese video che documentavano passaggi di ingenti quantitativi di droga (cocaina e hashish) in Sicilia. La Suprema Corte ha ribadito che la valutazione e l'interpretazione dei colloqui intercettati spettano esclusivamente al giudice di merito e non possono essere ridiscussi in sede di legittimità, a meno di palesi illogicità. Di conseguenza, le condanne precedenti sono state confermate e i ricorrenti condannati anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Ne bis in idem: spaccio ripetuto e sconti di pena negati
L'Imputato veniva condannato per plurimi episodi di spaccio di cocaina commessi in diversi giorni. La difesa eccepiva la violazione del principio del Ne bis in idem, sostenendo che l'imputato fosse già stato condannato in via definitiva per l'ultimo episodio di spaccio avvenuto il giorno dell'arresto. La Corte di Cassazione ha rigettato questo motivo, chiarendo che le cessioni di droga avvenute in giorni diversi e a soggetti differenti costituiscono reati autonomi. Tuttavia, la Suprema Corte ha accolto il ricorso sul calcolo della pena, rilevando che la Corte d'Appello ha omesso di applicare la riduzione prevista per il rito abbreviato. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato la sentenza limitatamente al trattamento sanzionatorio, rinviando alla Corte d'Appello per ricalcolare correttamente la pena, mentre la condanna per i reati contestati è diventata definitiva.
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Spaccio e aggravante del metodo mafioso: no alla lieve entità
Tre imputati sono stati condannati per spaccio continuativo di marijuana all'interno di una piazza di spaccio controllata da un noto clan camorristico. La Corte d'Appello ha applicato l'aggravante del metodo mafioso, poiché l'attività illecita prevedeva il pagamento di un dazio al clan per finanziare l'organizzazione. Gli imputati hanno fatto ricorso in Cassazione contestando tale aggravante e chiedendo la riqualificazione del fatto come di lieve entità. La Suprema Corte ha rigettato i ricorsi, confermando che la gestione organizzata di una piazza di spaccio impedisce la concessione della lieve entità. Inoltre, ha ribadito che l'aggravante del metodo mafioso si applica anche ai concorrenti consapevoli del contesto intimidatorio, indipendentemente dal loro fine di profitto personale.
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Attenuanti generiche negate al corriere: la paura non scusa il silenzio
Il Trasportatore "e stato condannato per la detenzione a fini di spaccio di oltre duecento grammi di cocaina e sette chili di hashish. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione lamentando l'eccessivit"a della pena e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. Il ricorrente sosteneva che il silenzio sui nomi dei complici fosse giustificato dal timore per la propria vita. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la concessione delle attenuanti generiche rientra nella discrezionalit"a del giudice di merito. La scelta di non collaborare, anche se motivata dalla paura, dimostra la volont"a di non recidere i legami con la criminalit"a organizzata, confermando l'elevata gravit"a del fatto e la pericolosit"a del soggetto.
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Responsabilità del prestanome: firma l’atto ma evita la condanna
Una donna, formale amministratrice di una società ma di fatto semplice prestanome, viene condannata per l'omessa presentazione della dichiarazione IVA. La difesa impugna la decisione evidenziando la totale estraneità della donna alla gestione aziendale, già accertata in un altro processo. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso e annulla la condanna con rinvio. I giudici chiariscono che la responsabilità del prestanome per i reati tributari non può basarsi solo sull'assunzione della carica. Per la condanna occorre la prova del dolo specifico, ossia la consapevolezza e la volontà di favorire l'evasione fiscale dell'amministratore di fatto. Il processo d'appello dovrà quindi essere rifatto per valutare questo specifico elemento psicologico.
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Lieve entità dello spaccio: fatto unico o responsabilità divisa?
Tre imputati hanno proposto ricorso in Cassazione contestando il mancato riconoscimento della lieve entità dello spaccio per alcuni reati di droga commessi in concorso con altri soggetti, ai quali era stata invece applicata la fattispecie più favorevole. La Quarta Sezione Penale ha rilevato un profondo contrasto giurisprudenziale: un primo orientamento ammette che lo stesso fatto di spaccio possa essere qualificato diversamente per i singoli concorrenti in base al loro specifico ruolo; un secondo orientamento ritiene invece che la qualificazione debba essere unica e oggettiva per tutti i partecipanti. Per risolvere la questione, la Corte ha rimesso la decisione alle Sezioni Unite.
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Connivenza non punibile e concorso: la linea sottile
La Corte di Cassazione ha confermato la misura cautelare degli arresti domiciliari per una donna, respingendo la tesi difensiva basata sulla connivenza non punibile. Durante una perquisizione nell'abitazione del compagno, la donna ha tentato di ostacolare l'ingresso delle forze dell'ordine e di distrarle per nascondere droga, bilancini e denaro. Inoltre, all'interno del suo cassetto della biancheria intima e stata rinvenuta una pistola clandestina. I giudici hanno stabilito che tali azioni non costituiscono una semplice presenza passiva, bensi un concorso attivo nei reati di detenzione di stupefacenti e armi. Il ricorso della difesa e stato dichiarato inammissibile, confermando la responsabilita concorsuale della donna.
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Custodia cautelare in carcere: no al braccialetto elettronico
Un indagato ha impugnato l'ordinanza che disponeva la custodia cautelare in carcere per traffico di cocaina. La difesa lamentava la mancata concessione degli arresti domiciliari con il braccialetto elettronico e l'errata valutazione del pericolo di recidiva. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che ritenere inadeguati i domiciliari esclude automaticamente l'utilità del braccialetto elettronico. Inoltre, la gravità dei fatti, i precedenti specifici e i collegamenti con la criminalità organizzata giustificano pienamente la custodia cautelare in carcere, confermando la decisione del Tribunale del Riesame.
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Concorso di persone nel reato: da coinquilini a complici attivi
I Carabinieri arrestano tre coinquilini per detenzione e spaccio di eroina e cocaina. La droga viene trovata in parte in una tazzina in cucina e in parte in un sacco della spazzatura. Gli indagati contestano la custodia cautelare, sostenendo di essere stati semplici spettatori dell'attività illecita di un quarto soggetto. La Corte di Cassazione dichiara inammissibili i ricorsi. I giudici confermano la sussistenza del concorso di persone nel reato: l'atteggiamento ostruzionistico all'arrivo dei militari, i sussurri sospetti e il tentativo di nascondere la droga nella spazzatura dimostrano una partecipazione attiva e consapevole, non una mera presenza passiva. I ricorrenti perdono la causa e vengono condannati a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Droga nel bar: senza gravi indizi di colpevolezza salta l’obbligo
La Procura impugnava l'annullamento della misura cautelare dell'obbligo di firma per due gestori di un bar, indagati per spaccio di droga. Durante una perquisizione, le forze dell'ordine avevano rinvenuto cocaina e strumenti di confezionamento nel locale e nel cortile. Il Tribunale del Riesame aveva escluso i gravi indizi di colpevolezza, ipotizzando che la droga potesse appartenere ai clienti o a terzi estranei. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Pubblico Ministero. I giudici di legittimità hanno chiarito che non spetta alla Cassazione rivalutare i fatti o proporre letture alternative delle prove, ma solo verificare la logicità della motivazione. Poiché la decisione del Riesame non era manifestamente illogica, l'annullamento della misura cautelare è stato confermato, segnando la vittoria dei due indagati.
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Assolto ma colpevole di imprudenza: no all’ingiusta detenzione
Il Cittadino, dopo essere stato assolto con formula piena dall'accusa di narcotraffico, ha richiesto la riparazione per l'ingiusta detenzione subita durante la custodia cautelare. La Corte d'Appello ha respinto la domanda, ravvisando una colpa grave nella condotta dell'uomo. Egli aveva infatti accompagnato in auto il cognato e un cittadino straniero dalla Calabria a Bergamo per un viaggio finalizzato al traffico di droga, senza accertarsi dei motivi del viaggio. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, stabilendo che la condotta del Cittadino, sebbene non penalmente rilevante, è stata talmente imprudente da generare il sospetto di complicità. Di conseguenza, l'indennizzo per ingiusta detenzione non spetta a chi ha colposamente concorso a causare il proprio arresto.
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Carcere annullato: mancano gravi indizi di colpevolezza
Il Tribunale del Riesame aveva confermato la custodia in carcere per L'Indagata, accusata di concorso in spaccio di stupefacenti con il compagno. La difesa ha fatto ricorso in Cassazione, contestando la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza per i reati commessi tra dicembre 2021 e marzo 2022. Gli elementi di prova (intercettazioni e pedinamenti) dimostravano infatti una sua condotta attiva solo a partire da metà marzo 2022. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, evidenziando che il giudice non può presumere una partecipazione retroattiva basandosi solo su comportamenti successivi. L'ordinanza è stata annullata con rinvio per una nuova valutazione.
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