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Tribunale Di Sorveglianza

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2315 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Patrocinio in Cassazione: l’errore del legale costa caro
Il Tribunale di Sorveglianza di Torino rigettava la domanda di ammissione a una misura alternativa presentata da un soggetto condannato. Il difensore di fiducia del condannato proponeva ricorso per cassazione, qualificandolo erroneamente come opposizione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché sottoscritto da un avvocato privo del necessario patrocinio in Cassazione, ovvero della specifica abilitazione per le giurisdizioni superiori. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Consegna di fotografie al detenuto: vietata senza documenti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto contro il provvedimento che vietava la consegna di fotografie inviate per posta. La decisione conferma che la consegna di fotografie al detenuto è subordinata a rigide regole di sicurezza. In particolare, le immagini devono essere accompagnate dall'indicazione dell'identità del soggetto raffigurato e da una copia del suo documento di riconoscimento. Tali adempimenti devono essere preventivi e non possono essere sanati successivamente. La Suprema Corte ha ribadito che il controllo mira a impedire l'ingresso in carcere di immagini di soggetti non identificati o di messaggi criptati. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Liberazione anticipata negata: la malattia non scusa la violenza
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato la liberazione anticipata a un detenuto a causa di numerosi comportamenti illeciti e sanzioni disciplinari accumulati sia durante la detenzione domiciliare che in carcere, tra cui spaccio, evasione, danneggiamenti e aggressioni ai compagni. La difesa ha impugnato la decisione sostenendo che le gravi condizioni psichiche del condannato giustificassero tali condotte. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità hanno chiarito che, nonostante i problemi di salute mentale, i gravi comportamenti oggettivi dimostrano la totale mancanza di partecipazione al percorso di rieducazione. Di conseguenza, il provvedimento di diniego del beneficio è stato confermato e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Proroga del regime di 41-bis: il boss in cella perde il ricorso
Il Tribunale di Sorveglianza ha confermato la proroga del regime di 41-bis per un detenuto, ritenuto capo di un clan camorristico. La difesa ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che la pericolosità non fosse attuale a causa dei molti anni trascorsi in carcere e della mancanza di collegamenti recenti. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la Cassazione non può rivalutare i fatti, ma solo verificare la logicità della motivazione. Nel caso specifico, il Tribunale ha giustamente evidenziato la persistente operatività del clan, l'uso di linguaggi criptici nei colloqui e l'assenza di una reale dissociazione del detenuto, confermando la legittimità del carcere duro.
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Liberazione anticipata: le sanzioni passate bloccano lo sconto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto contro il diniego della liberazione anticipata per tre semestri di pena. Il Tribunale di sorveglianza aveva negato il beneficio a causa di cinque infrazioni disciplinari commesse dal condannato, ritenendole sintomatiche di una mancata partecipazione al percorso di rieducazione. La difesa sosteneva che nell'ultimo semestre non fossero state commesse violazioni e che le sanzioni precedenti non incidessero sul periodo finale. La Suprema Corte ha invece stabilito che la gravità delle infrazioni passate proietta i suoi effetti negativi anche sul periodo successivo, confermando che la valutazione della condotta deve essere complessiva. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Detenzione domiciliare negata: la condotta in carcere decide
Il Tribunale di sorveglianza ha negato la detenzione domiciliare a un condannato a causa della sua condotta negativa all'interno del carcere. Il detenuto ha infatti collezionato numerose sanzioni disciplinari e denunce durante la carcerazione, oltre ad avere gravi precedenti penali per reati contro la persona e il patrimonio. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione contestando la decisione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che il giudizio sulla personalità del reo era corretto e motivato. Di conseguenza, il ricorrente non ha ottenuto la detenzione domiciliare ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Permesso premio negato: la Cassazione punisce il ricorso inutile
Il Tribunale di sorveglianza ha negato a un detenuto la concessione di un permesso premio. Il detenuto ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando una mancata valutazione del suo percorso rieducativo. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno evidenziato che il ricorrente mirava a una inammissibile rivalutazione dei fatti. Il diniego si fonda sulla gravità dei reati commessi, sulla persistente pericolosità sociale e sulle relazioni negative della direzione del carcere, che testimoniano una insufficiente revisione critica del proprio passato criminale. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Liberazione anticipata: no al diniego se il cellulare è altrui
Il Tribunale di sorveglianza negava la liberazione anticipata a un detenuto poiché nella sua cella condivisa era stato trovato un telefono cellulare. Nonostante un altro detenuto si fosse assunto l'intera responsabilità del possesso, i giudici consideravano il silenzio del ricorrente come prova di mancata rieducazione. La Corte di Cassazione ha annullato questa decisione, stabilendo che il diniego della liberazione anticipata non può fondarsi sulla mancata denuncia di illeciti commessi da altri. Il detenuto non ha infatti alcun obbligo giuridico di impedire l'evento o denunciare i compagni di cella. Il caso torna ora al Tribunale di sorveglianza per una nuova valutazione.
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Liberazione anticipata: no al diniego automatico per nuove denunce
Il Tribunale di sorveglianza nega la liberazione anticipata a un condannato agli arresti domiciliari a causa di due pendenze penali per diffamazione e minacce, ritenute sintomatiche di una mancata rieducazione. Il condannato ricorre in Cassazione eccependo che il procedimento per diffamazione si era concluso con remissione di querela dopo scuse e risarcimento, e che il giudice non aveva valutato le prove difensive, come le dichiarazioni della madre. La Cassazione accoglie il ricorso: in tema di liberazione anticipata, specie per chi espia la pena ai domiciliari, il giudice deve compiere una valutazione globale e concreta della condotta del soggetto, senza automatismi, esaminando tutti gli elementi allegati dalla difesa. La sentenza viene annullata con rinvio.
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Detenzione domiciliare speciale: ricorso chiuso senza spese
Il Tribunale di sorveglianza aveva inizialmente negato a una condannata la detenzione domiciliare speciale. La donna ha proposto ricorso in Cassazione ma, nelle more del giudizio, ha ottenuto la detenzione domiciliare ordinaria da un altro provvedimento del giudice di sorveglianza. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso per sopravvenuta carenza d'interesse, poich! l'obiettivo di evitare il carcere era gi stato raggiunto. Di conseguenza, non ! stata applicata alcuna condanna alle spese processuali o alla Cassa delle ammende, non essendoci una reale soccombenza della parte.
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Proroga del regime di 41-bis: tra isolamento e legami criminali
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto da un detenuto contro la proroga del regime di 41-bis per la durata di due anni. Il ricorrente lamentava una motivazione apparente da parte del Tribunale di Sorveglianza, sostenendo che non si fosse tenuto conto del lungo periodo di detenzione speciale e contestando i rilievi sui colloqui con i familiari. La Suprema Corte ha invece confermato la validità del provvedimento, evidenziando che la decisione si fonda su informative aggiornate degli organi inquirenti, sul ruolo apicale del detenuto e sull'attuale operatività del clan criminale di appartenenza. Poiché il ricorso in Cassazione in questa materia è limitato alla sola violazione di legge, le contestazioni di merito sono state ritenute inammissibili, con conseguente condanna del ricorrente alle spese e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Particolare tenuità del fatto: negata a chi evade con la droga
Il Soggetto Sottoposto a Misura, autorizzato ad allontanarsi da casa tra le 10:00 e le 12:00, è stato sorpreso in auto fuori dal Comune autorizzato e in possesso di sostanze stupefacenti. Il ricorrente ha impugnato la decisione lamentando il mancato riconoscimento della causa di non punibilità per la particolare tenuità del fatto. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato che la condotta non presenta una scarsa offensività, data la violazione dei limiti territoriali imposti dal Tribunale di Sorveglianza e la contestuale detenzione di droga. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Espulsione del cittadino straniero: respinti i legami familiari
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino straniero contro il provvedimento di espulsione emesso come misura alternativa alla detenzione. Il ricorrente lamentava un vizio di motivazione e la mancata considerazione dei propri legami familiari in Italia. La Suprema Corte ha chiarito che il ricorso si limitava a ripetere le obiezioni già respinte, senza contestare la documentazione della Questura né fornire prove contrarie. Di conseguenza, l'espulsione del cittadino straniero è stata confermata e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Risarcimento per sovraffollamento: negato se la cella ha 3 mq
Il Detenuto ha richiesto un risarcimento per sovraffollamento lamentando di aver scontato la pena in condizioni disumane all'interno della Casa circondariale di Pavia. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la domanda poiché la relazione tecnica del carcere ha dimostrato che l'uomo disponeva di almeno tre metri quadrati di spazio libero all'interno della cella. Il Detenuto ha proposto ricorso in Cassazione, contestando la valutazione dei giudici di merito. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che la valutazione dello spazio minimo era corretta e non illogica. Di conseguenza, il ricorrente ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Misure alternative alla detenzione: no se il domicilio è falso
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato a un condannato l'accesso alle misure alternative alla detenzione (affidamento in prova e detenzione domiciliare) a causa dei suoi precedenti penali e dell'inidoneità del domicilio indicato. Gli accertamenti dell'ufficio di esecuzione penale esterna hanno infatti rivelato che all'indirizzo fornito risiedeva l'ex coniuge, la quale ha smentito qualsiasi convivenza. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando la mancata valorizzazione della buona condotta e della brevità della pena residua. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, poiché volto a ottenere una inammissibile rivalutazione dei fatti già correttamente esaminati dai giudici di merito. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Liberazione anticipata negata: la violenza cancella il riscatto
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato la liberazione anticipata a un detenuto per il periodo tra il 2012 e il 2017. La decisione si fonda su due gravi sanzioni disciplinari: un'aggressione fisica ai danni di un compagno di cella nel 2013 e gravi insulti rivolti a una collaboratrice di giustizia durante un'udienza nel 2016. Secondo i giudici, tali episodi dimostrano che l'adesione al percorso rieducativo è stata solo formale e non sostanziale, giustificando il diniego del beneficio anche per i semestri intermedi. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del detenuto, confermando che la valutazione complessiva della condotta è stata logica e motivata, e lo ha condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Revoca del permesso premio: la madre non può fare da garante
Il Tribunale di Sorveglianza ha disposto la revoca del permesso premio precedentemente concesso a un detenuto. La concessione originaria era subordinata alla presenza di un volontario come accompagnatore. Tuttavia, l'indisponibilità del volontario ha modificato le condizioni di fatto poste alla base del beneficio. Il difensore ha proposto ricorso, sostenendo che la madre del detenuto avrebbe potuto sostituire il volontario. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità della decisione. I giudici hanno chiarito che i provvedimenti di sorveglianza sono adottati allo stato degli atti e possono essere revocati se mutano i presupposti di fatto. Inoltre, la madre è stata ritenuta non idonea a svolgere la necessaria funzione di controllo.
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Legittimazione ad impugnare: Procura locale ko in Cassazione
Il Pubblico Ministero presso il Tribunale di Marsala ha proposto ricorso per cassazione contro un provvedimento del Tribunale di Sorveglianza di Palermo riguardante un soggetto sottoposto a controllo. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il Pubblico Ministero locale non possiede la legittimazione ad impugnare le decisioni del Tribunale di Sorveglianza. Questo potere spetta esclusivamente al Procuratore Generale presso la Corte d'appello, che rappresenta l'accusa davanti a tale organo. Di conseguenza, il ricorso è stato respinto senza esame nel merito, confermando la decisione originaria a favore del soggetto interessato.
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Utilizzo del computer in carcere: no se manca la necessità medica
Un detenuto ha richiesto l'utilizzo del computer in carcere per ventiquattro ore al giorno, sostenendo che motivi di salute gli impedissero la scrittura manuale. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto l'istanza poiché i medici della struttura carceraria hanno escluso la necessità clinica di sostituire la penna con la videoscrittura. Il detenuto ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che i motivi presentati erano semplici contestazioni di fatto già correttamente valutate nei gradi precedenti. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Proroga del regime 41-bis: il boss ricorre ma perde in Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un detenuto contro il provvedimento del Tribunale di Sorveglianza di Roma. Il provvedimento impugnato aveva disposto la proroga del regime 41-bis a carico dell'uomo, ritenuto esponente di vertice di un clan mafioso attivo sul territorio campano. I giudici hanno confermato la legittimità della decisione, rilevando la persistente capacità del soggetto di mantenere collegamenti con la criminalità organizzata, la sua elevata pericolosità sociale e l'assenza di un reale percorso di risocializzazione. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato il carcere duro e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende.
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