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Tribunale Di Sorveglianza

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2315 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Libertà vigilata: negato il cambio casa, decide il Tribunale
Un uomo sottoposto alla misura della libertà vigilata, dopo aver ottenuto la liberazione condizionale, ha chiesto al Magistrato di sorveglianza l'autorizzazione a trasferire il proprio domicilio da Roma alla Sicilia per convivere con la compagna. Il giudice ha respinto la richiesta poiché la compagna conviveva con soggetti legati a un comitato locale e il padre di lei era un ex brigatista con relazioni qualificate con ambienti terroristici. L'uomo ha proposto ricorso in Cassazione lamentando un difetto di motivazione. La Suprema Corte ha stabilito che i provvedimenti del Magistrato di sorveglianza riguardanti le prescrizioni della libertà vigilata non si impugnano direttamente in Cassazione, ma tramite appello davanti al Tribunale di sorveglianza. Pertanto, la Corte ha riqualificato il ricorso in appello e ha trasmesso gli atti al Tribunale competente.
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Sospensione condizionata della pena: scontro tra giudici risolto
La Corte di Cassazione ha risolto un conflitto di competenza tra la Corte di appello e il Tribunale di sorveglianza di Napoli. Al centro della vicenda vi era la revoca della sospensione condizionata della pena concessa a un condannato. Entrambi i giudici rifiutavano la competenza a decidere sul caso. La Suprema Corte ha stabilito che spetta al Tribunale di sorveglianza decidere sulla revoca del beneficio. La legge prevede infatti che la competenza appartenga al giudice di sorveglianza del luogo in cui la misura viene eseguita, garantendo così una gestione coerente e specializzata della fase esecutiva della pena.
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Regime carcerario 41-bis: no alla revoca se il clan è attivo
La Corte di Cassazione ha confermato la proroga del regime carcerario 41-bis per una detenuta ritenuta esponente di spicco di un clan criminale. La ricorrente contestava la decisione del Tribunale di Sorveglianza, lamentando una motivazione basata su fatti datati e la mancanza di prove sulla sua attuale operatività. I giudici di legittimità hanno respinto il ricorso, chiarendo che per la proroga del regime carcerario 41-bis non occorre la certezza assoluta dei collegamenti con l'esterno, ma basta una ragionevole probabilità basata su elementi concreti. Nel caso specifico, sono stati valorizzati i tentativi della donna di inviare messaggi in codice ai familiari e la commissione di reati aggravati dal metodo mafioso anche durante la detenzione. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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Correzione errore materiale: quando Roma diventa Ancona in Cassazione
La Corte di Cassazione ha disposto la correzione errore materiale contenuta nel ruolo di udienza relativo a un ricorso presentato da un cittadino. Nel documento ufficiale era stato erroneamente indicato il Tribunale di sorveglianza di Roma come autorità che aveva emesso il provvedimento impugnato, anziché il Tribunale di sorveglianza di Ancona. Rilevato che tale svista non incideva sul contenuto sostanziale della decisione, la Suprema Corte ha applicato l'articolo 130 del codice di procedura penale, ordinando la correzione formale del ruolo e disponendo le necessarie annotazioni in cancelleria. Il procedimento si è concluso con l'accoglimento della richiesta di rettifica senza alcuna modifica alla decisione finale.
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Notifica al difensore di fiducia errata: la decisione è nulla
Il Tribunale di Sorveglianza aveva concesso la detenzione domiciliare a La Condannata, rigettando però l'affidamento in prova. Il Difensore ha proposto ricorso in Cassazione evidenziando che la PEC di convocazione conteneva un allegato riferito a un'altra persona, configurando una mancata notifica. La Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la mancata o errata notifica al difensore di fiducia dell'avviso di udienza camerale determina una nullità assoluta e insanabile dell'intero procedimento. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato l'ordinanza e ha disposto il rinvio al Tribunale di Sorveglianza per un nuovo giudizio.
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Permesso premio: la Cassazione respinge il detenuto ribelle
Il Detenuto ha proposto ricorso in Cassazione contro il rifiuto del Tribunale di Sorveglianza di concedergli un permesso premio. I giudici di merito avevano respinto la richiesta a causa della condotta indisciplinata dell'uomo, caratterizzata da gravi violazioni delle regole carcerarie, sanzioni disciplinari e un carattere fortemente impulsivo evidenziato nella relazione di sintesi. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché riproduceva semplicemente le medesime obiezioni già respinte in precedenza, senza contestare validamente la decisione. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato il diniego del beneficio e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Affidamento in prova: buona condotta contro 45 furti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una condannata contro il diniego dell'affidamento in prova. Nonostante i nove anni di reclusione già scontati, la condotta esemplare in carcere e il parere favorevole del direttore dell'istituto, i giudici hanno ritenuto legittimo il rifiuto del Tribunale di sorveglianza. La decisione si fonda sulla gravità del profilo della donna, che conta ben quarantacinque precedenti per furto aggravato, precedenti revoche di misure alternative, la mancanza di un'attività lavorativa futura e un'infrazione disciplinare passata. Inoltre, le figlie della ricorrente risultano anch'esse pregiudicate. La Cassazione ha confermato che la gradualità del trattamento penitenziario, avviata con la concessione di permessi, esclude automatismi per misure più ampie. La ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato di evasione: condannato chi viola gli orari di lavoro
Il Ricorrente, sottoposto a una misura restrittiva con autorizzazione ad allontanarsi solo per motivi di lavoro, è stato sorpreso all'esterno della propria abitazione in orari non consentiti e quando l'attività lavorativa era ormai cessata. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del soggetto, confermando che il rintraccio fuori casa al di fuori delle fasce orarie autorizzate integra pienamente il reato di evasione. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Liberazione condizionale: l’ergastolano non risarcisce e perde
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un detenuto condannato all'ergastolo che chiedeva la liberazione condizionale. Il Tribunale di sorveglianza aveva negato il beneficio a causa della mancanza di un sicuro ravvedimento. Il condannato sosteneva che la sua proclamazione di innocenza e la revoca della costituzione di parte civile da parte delle vittime giustificassero il mancato risarcimento. La Suprema Corte ha chiarito che, sebbene protestarsi innocenti non sia un ostacolo assoluto, la liberazione condizionale richiede un effettivo e dimostrato percorso di revisione critica. Questo percorso deve manifestarsi anche attraverso l'attenzione, materiale o morale, verso le vittime del reato. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato il diniego del beneficio, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
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Liberazione condizionale: negata se si ignorano le vittime
Il Tribunale di sorveglianza ha negato la liberazione condizionale a un ex collaboratore di giustizia, condannato all'ergastolo per gravi reati. Nonostante la condotta regolare e la detenzione domiciliare attiva dal 2011, l'uomo non ha mai mostrato interesse a risarcire o supportare, anche solo moralmente, le vittime dei suoi crimini. La Corte di Cassazione ha confermato il diniego, stabilendo che la liberazione condizionale richiede un "sicuro ravvedimento". Questo requisito non si limita alla buona condotta formale, ma esige un'effettiva volont di riparare i danni causati. Poich il condannato lavorava e non aveva impedimenti economici, la sua totale indifferenza verso le vittime dimostra l'assenza di un reale cambiamento interiore. L'uomo perde il ricorso e deve pagare le spese processuali.
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Sanzione disciplinare in carcere: il pacco con droga costa caro
Il Tribunale di Sorveglianza ha confermato la sanzione disciplinare in carcere di dieci giorni di esclusione dalle attività comuni inflitta a un detenuto. La sanzione era stata applicata dopo il ritrovamento di sostanze stupefacenti in un pacco inviatogli dalla moglie. Il detenuto ha proposto ricorso per Cassazione, sostenendo l'apparenza della motivazione e la mancata verifica della sua effettiva responsabilità. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il provvedimento del Tribunale di Sorveglianza è ricorribile solo per violazione di legge e non per contestare la ricostruzione dei fatti. Le giustificazioni del detenuto erano generiche e prive di prove. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Liberazione anticipata: la salute non scusa le infrazioni
Il Condannato ha richiesto la liberazione anticipata per il periodo dal 2018 al 2022. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la domanda a causa di ben sedici infrazioni disciplinari commesse in carcere. Il Condannato ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che le violazioni dipendessero dalle sue precarie condizioni di salute e che non avessero compromesso il suo percorso di rieducazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che l'elevato numero di sanzioni e la mancanza di un nesso chiaro tra lo stato di salute e le infrazioni giustificano il diniego del beneficio. Il Condannato perde il ricorso ed è condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Affidamento in prova al servizio sociale negato per recidiva
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato a un condannato l'affidamento in prova al servizio sociale e la detenzione domiciliare per una pena di due anni legata a reati tributari. La decisione si fonda sul fallimento di una precedente misura alternativa, che dimostra la mancanza di affidabilità del soggetto. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando un'errata valutazione del suo percorso di recupero e del suo passato criminale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, poiché il giudice di merito ha motivato in modo logico e coerente il diniego. La Cassazione non può riesaminare i fatti già valutati. Di conseguenza, il ricorrente perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Trattamento disumano e degradante: la Cassazione nega i danni
Il Detenuto ha proposto ricorso lamentando un trattamento disumano e degradante durante la carcerazione a Spoleto e L'Aquila. Le sue lamentele riguardavano l'assenza di una porta divisoria tra i servizi igienici e la camera di pernottamento, oltre alla presenza di uno spioncino nel bagno che violava la sua riservatezza. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato che la sorveglianza tramite spioncino risponde a esigenze di sicurezza e che la riservatezza era comunque garantita dal fatto che la cella fosse singola. Inoltre, le dimensioni e la ventilazione della cella rispettavano gli standard igienico-sanitari. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla cassa delle ammende.
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Citofono rotto e liberazione anticipata: negato lo sconto
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato la liberazione anticipata a un condannato per via di una contestata evasione avvenuta durante il semestre in valutazione. Il condannato si era giustificato adducendo il guasto del citofono di casa, ma non aveva risposto nemmeno al telefono cellulare durante i controlli. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del condannato, confermando che la valutazione sulla liberazione anticipata spetta autonomamente al giudice di sorveglianza. La condotta inerte del soggetto, che non ha agevolato i controlli né segnalato il guasto, dimostra la mancanza di un sincero sforzo di partecipazione al percorso di rieducazione, rendendo legittimo il diniego del beneficio.
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Video colloquio 41-bis: il carcere duro si apre alla tecnologia
Un detenuto sottoposto al regime di carcere duro ha richiesto di poter svolgere i colloqui mensili con i propri familiari tramite sistemi di video collegamento, a causa delle restrizioni agli spostamenti imposte dall'emergenza sanitaria da COVID-19. L'Amministrazione Penitenziaria si è opposta, sostenendo che tale modalità fosse esclusa per chi si trova in regime speciale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'amministrazione, confermando la legittimità del provvedimento favorevole al detenuto. I giudici hanno stabilito che il video colloquio 41-bis è ammissibile in caso di assoluta impossibilità o grave difficoltà a svolgere incontri in presenza, poiché la sicurezza è garantita dall'uso di piattaforme certificate e dal collegamento da un'altra struttura carceraria vicina ai familiari.
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Affidamento in prova al servizio sociale: negato senza riscatto
Il Tribunale di sorveglianza ha negato a un condannato l'affidamento in prova al servizio sociale. La decisione si è basata sulla sua ricca storia criminale, sulla mancanza di un lavoro stabile e sull'assenza di un reale cambiamento di vita. Il condannato ha presentato ricorso in Cassazione, sostenendo che i giudici avessero dato troppo peso alla disoccupazione e ignorato la disponibilità di un alloggio offerto da un conoscente. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità hanno chiarito che la valutazione del percorso di reinserimento spetta esclusivamente al giudice di merito. Di conseguenza, il ricorrente perde il ricorso e deve pagare le spese processuali, oltre a tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Revoca dell’affidamento in prova: dal beneficio al carcere
Il Tribunale di Sorveglianza ha disposto la revoca dell'affidamento in prova nei confronti di un soggetto, stabilendo che il periodo già trascorso in misura alternativa non venisse computato come pena espiata. Durante la prova, infatti, l'uomo aveva commesso gravi violazioni, tra cui la detenzione di diciannove chili di esplosivi, quarantamila euro in contanti nascosti e sostanze stupefacenti. Il condannato ha proposto ricorso lamentando l'effetto retroattivo della revoca. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la revoca dell'affidamento in prova con effetto retroattivo è legittima se la condotta complessiva del soggetto dimostra una totale e costante assenza di adesione al percorso rieducativo sin dall'inizio della misura. Di conseguenza, il ricorrente perde il beneficio del periodo scontato fuori dal carcere e deve pagare le spese processuali.
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Affidamento in prova al servizio sociale: annullato il diniego
Il Tribunale di sorveglianza negava l'affidamento in prova al servizio sociale a un cittadino condannato per reati contro il patrimonio, ritenendolo irreperibile sulla base di ricerche superficiali della polizia. Il condannato proponeva ricorso in Cassazione, dimostrando di non aver mai fatto perdere le proprie tracce: la sua nuova carta d'identità, rilasciata prima delle ricerche, riportava un indirizzo aggiornato e l'uomo risultava regolarmente iscritto all'anagrafe. Inoltre, subito dopo il diniego della misura, le forze dell'ordine lo avevano rintracciato e arrestato con estrema facilità. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, evidenziando che l'irreperibilità era un falso presupposto dovuto a indagini lacunose. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato il provvedimento di diniego, disponendo il rinvio al Tribunale di sorveglianza per un nuovo e corretto esame della richiesta.
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Misura di sicurezza dell’espulsione: no al ricorso diretto
Il Tribunale ha condannato Lo Straniero per spaccio di marijuana. Il Procuratore Generale ha impugnato la sentenza lamentando la mancata applicazione della misura di sicurezza dell'espulsione dal territorio dello Stato. La Corte di Cassazione ha stabilito che le impugnazioni riguardanti esclusivamente le misure di sicurezza devono essere decise dal Tribunale di Sorveglianza. Di conseguenza, la Suprema Corte ha riqualificato il ricorso in appello e ha trasmesso gli atti al Tribunale di Sorveglianza competente. I giudici hanno chiarito che la misura di sicurezza dell'espulsione è facoltativa e richiede una specifica valutazione della pericolosità sociale del soggetto, non potendo quindi essere contestata direttamente in Cassazione per violazione di legge.
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