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Tribunale Di Sorveglianza

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2315 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Misure alternative alla detenzione: no al trasferimento all’estero
Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione contro il provvedimento del Tribunale di Sorveglianza che ha concesso solo parzialmente le misure alternative alla detenzione. Il soggetto chiedeva di poter scontare la detenzione domiciliare in Slovenia presso il figlio. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno ritenuto logica la decisione del Tribunale di mantenere la misura in Italia, dove il Condannato viveva gi in affitto e lavorava regolarmente. Il trasferimento all'estero avrebbe infatti interrotto un percorso positivo di reinserimento sociale gi avviato sul territorio italiano. Il ricorrente stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Legittimo impedimento del difensore ignorato: udienza nulla
Il Tribunale di sorveglianza ha respinto la richiesta di misura alternativa alla detenzione avanzata da un condannato, ritenendolo irreperibile. L'udienza si è svolta senza il difensore di fiducia, il quale aveva tempestivamente documentato e comunicato via PEC la propria impossibilità a partecipare per un altro impegno di lavoro. Il Tribunale ha ignorato la richiesta di rinvio e ha nominato un difensore d'ufficio. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del condannato, stabilendo che l'omessa valutazione dell'istanza per legittimo impedimento del difensore determina la nullità assoluta dell'udienza per difetto di assistenza. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la decisione impugnata e ha disposto un nuovo giudizio.
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Sorveglianza particolare: legittima la durata decisa dai giudici
Il Tribunale di Sorveglianza di Milano ha rideterminato in quattro mesi la durata della sorveglianza particolare applicata a un detenuto. Quest'ultimo ha proposto ricorso per Cassazione contestando la durata della misura, ritenendola eccessiva poiché la legge non prevede un limite minimo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che i giudici di merito hanno valutato correttamente la personalità e la condotta del detenuto. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Regime di 41-bis: la Cassazione nega i contatti con il clan
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto da un detenuto contro la decisione del Tribunale di Sorveglianza, che confermava l'applicazione del regime di 41-bis per la durata di quattro anni. Il ricorrente lamentava l'assenza di prove concrete circa i suoi collegamenti con la criminalità organizzata. La Suprema Corte ha chiarito che il ricorso per cassazione in questa materia è limitato alla sola violazione di legge. Nel caso specifico, i giudici di merito hanno motivato adeguatamente il provvedimento, evidenziando una precedente condanna per associazione mafiosa e il ruolo di vertice ricoperto dal fratello del detenuto nel clan, ancora attivo. Di conseguenza, sussiste un concreto e attuale pericolo di ripristino dei contatti con l'esterno. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Permesso di necessità: negato al detenuto con figlio disabile
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato a un detenuto, collaboratore di giustizia, il permesso di necessità per far visita al figlio affetto da ritardo mentale lieve e sofferente per la sua assenza. Il detenuto ha fatto ricorso sostenendo che la disabilità del figlio integrasse una situazione eccezionale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che il permesso di necessità richiede eventi di eccezionale gravità o emergenza, non potendo essere usato come strumento ordinario per mantenere i rapporti familiari, per i quali esistono i permessi premio. Nel caso specifico, la patologia del minore è lieve e non impedisce i normali colloqui in presenza o a distanza.
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Affidamento in prova al servizio sociale: dal recupero al carcere
Il Tribunale di Sorveglianza ha revocato l'affidamento in prova al servizio sociale a un condannato, a seguito del suo arresto per reati associativi legati al traffico di stupefacenti. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando vizi di motivazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la legittimità della revoca. I giudici hanno chiarito che la commissione di nuovi reati durante la misura alternativa dimostra un totale disinteresse per il percorso di riabilitazione e una persistente inclinazione a mantenere legami con la criminalità. Di conseguenza, il ricorrente perde definitivamente il beneficio ed è condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Affidamento in prova: no al carcere per il malato psichiatrico
Il Tribunale di sorveglianza dichiarava la cessazione della misura dell'affidamento in prova per un condannato affetto da gravi patologie psichiatriche, disponendo il suo rientro in carcere a causa di comportamenti pericolosi e deliranti. La Cassazione ha accolto il ricorso del condannato, stabilendo che il giudice non può disporre automaticamente il ritorno in carcere senza prima valutare la possibilità di sostituire l'affidamento in prova con una misura custodiale presso una struttura psichiatrica specializzata. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato il provvedimento e ha rinviato il caso per un nuovo giudizio.
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Revoca detenzione domiciliare: violazioni e ricorso inammissibile
Un condannato, che stava scontando una pena in detenzione domiciliare, ha visto revocata la sua misura alternativa dal Tribunale di Sorveglianza. La revoca è avvenuta a causa di nuove violazioni, nello specifico un'aggressione. Il condannato ha presentato ricorso in Cassazione, contestando vizi nella motivazione e la mancata notifica al suo difensore di fiducia per l'udienza di revoca. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ritenuto che le motivazioni del Tribunale di Sorveglianza fossero logiche e coerenti, e che la questione della notifica al difensore di fiducia non fosse fondata, in quanto la nomina del difensore di fiducia per la richiesta iniziale di misura non si estende automaticamente al procedimento di revoca detenzione domiciliare. Il condannato è stato condannato alle spese.
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Affidamento in prova terapeutico: Pericolosità sociale vs. Recupero
Un Condannato, in espiazione di pena per reati legati ad armi, droga e resistenza a pubblico ufficiale, ha chiesto l'affidamento in prova terapeutico. Il Tribunale di Sorveglianza ha negato la misura, evidenziando la gravità dei reati e la pericolosità sociale del soggetto, nonostante un parere favorevole dell'Equipe multidisciplinare. Il Condannato ha presentato ricorso alla Corte di Cassazione, contestando la motivazione. La Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che l'affidamento in prova terapeutico non può essere concesso a chi è ritenuto socialmente pericoloso, poiché la prevenzione dei reati è prioritaria. Il Condannato dovrà pagare le spese processuali e una sanzione alla Cassa delle ammende.
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Revoca lavoro esterno: Detenuto spara, beneficio perso
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità della revoca del lavoro esterno per un detenuto. Il soggetto, già in espiazione di pena per gravi reati, aveva sparato colpi di fucile mitragliatore contro una palazzina mentre godeva del beneficio del lavoro esterno. Il Tribunale di Sorveglianza aveva già respinto il suo reclamo contro la revoca. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo la gravità dei fatti e la correttezza della decisione di revocare il beneficio, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una somma alla Cassa delle ammende.
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Revoca Beneficio Penitenziario: Lavoro Esterno e Violazione Regole
Un Detenuto, in espiazione di pena per gravi reati, aveva ottenuto un beneficio penitenziario: l'ammissione al lavoro esterno. Tuttavia, ha violato le prescrizioni usando un mezzo privato senza autorizzazione. Il Magistrato di sorveglianza ha revocato il beneficio. Il Detenuto ha presentato reclamo al Tribunale di sorveglianza, che lo ha respinto. Ha poi fatto ricorso in Cassazione, lamentando vizi procedurali e sproporzione nella decisione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la revoca del beneficio penitenziario. La decisione ha ritenuto le motivazioni del Tribunale di sorveglianza corrette e proporzionate alla violazione.
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Misure alternative alla detenzione: Cassazione conferma il no per pericolosità sociale
Un condannato per detenzione di armi clandestine e spaccio di droga ha chiesto al Tribunale di Sorveglianza l'applicazione di misure alternative alla detenzione, come l'affidamento in prova o la detenzione domiciliare. Il Tribunale ha respinto la richiesta, evidenziando la persistente pericolosità sociale del soggetto, i contatti criminali all'estero e la mancanza di un percorso di risocializzazione credibile. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, ritenendo la motivazione del Tribunale adeguata e non illogica. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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Affidamento in prova negato: Cassazione conferma il no per violenza sessuale
Un condannato per gravi reati, inclusa violenza sessuale su minorenne, ha chiesto l'affidamento in prova al servizio sociale. Il Tribunale di Sorveglianza ha negato questa misura, evidenziando la gravità dei fatti e la mancanza di un percorso critico da parte del soggetto. Il condannato ha presentato ricorso in Cassazione, contestando la decisione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la decisione del Tribunale. Ha ritenuto che il ricorso fosse manifestamente infondato e mirasse a una rivalutazione dei fatti non consentita in sede di legittimità.
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Revoca Affidamento Terapeutico: Violenza in comunità annulla tutto
La Corte di Cassazione ha confermato la revoca dell'affidamento terapeutico a un uomo che, durante il percorso in comunità, ha tenuto comportamenti violenti e trasgressivi. Il Tribunale di Sorveglianza aveva ritenuto la sua condotta incompatibile con la prosecuzione della misura, giudicandolo inaffidabile. Nonostante la difesa avesse evidenziato un'attività lavorativa proficua, i giudici hanno stabilito che la gravità delle violazioni rendeva impossibile una prognosi positiva. L'appello è stato dichiarato inammissibile, rendendo definitiva la decisione di interrompere il programma alternativo al carcere. La sentenza sottolinea che la compatibilità del comportamento con le regole della comunità è un requisito fondamentale per il successo della misura.
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Differimento pena per motivi di salute: no a cure inadeguate
Un detenuto con un quadro clinico complesso chiede il differimento pena per motivi di salute. Il Tribunale di Sorveglianza rigetta la richiesta, ritenendo le sue patologie gestibili in carcere. La Corte di Cassazione annulla questa decisione. I giudici supremi stabiliscono che non basta una valutazione generica della compatibilità. Il giudice deve effettuare un'analisi concreta e comparativa tra la pericolosità sociale del detenuto e la gravità delle sue condizioni, verificando se le cure in carcere siano realmente adeguate e non causino sofferenze eccessive. La decisione viene quindi rinviata a un nuovo Tribunale per una valutazione più approfondita.
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Grave cardiopatia: negato il differimento pena per motivi di salute
Un detenuto, affetto da gravi patologie cardiache, ha richiesto il differimento pena per motivi di salute. La Corte di Cassazione ha respinto la sua richiesta. La decisione si è basata su una perizia medica che, pur riconoscendo le malattie, ha giudicato le condizioni del detenuto stabili e gestibili con le cure disponibili nel circuito penitenziario. Secondo i giudici, non sussisteva un'incompatibilità assoluta con il regime carcerario. Anche la richiesta di detenzione domiciliare come collaboratore di giustizia è stata ritenuta prematura, in quanto il suo percorso di ravvedimento necessitava di un periodo di osservazione più lungo.
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Ascolto telefonate detenuto: la Sicurezza prevale sulla Privacy
Un detenuto in regime di alta sicurezza contesta l'autorizzazione all'ascolto delle sue telefonate con i familiari, nata da una segnalazione confidenziale. La Corte di Cassazione ha respinto il suo ricorso, stabilendo un principio fondamentale sull'ascolto telefonate detenuto: per chi è condannato per reati gravi (art. 4-bis), la legge impone già la registrazione di tutte le conversazioni. Di conseguenza, un successivo provvedimento che ne autorizza l'ascolto per motivi di ordine e sicurezza è pienamente legittimo. Il detenuto, richiedendo il colloquio, accetta implicitamente questa condizione, facendo prevalere le esigenze di sicurezza sulla sua privacy.
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Revoca Misura Alternativa: il Passato Criminale Annulla il Beneficio
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità della revoca di una misura alternativa, specificamente la detenzione domiciliare, anche in assenza di violazioni da parte del condannato. La decisione si è basata sulla scoperta di nuove, gravi informazioni relative a reati di narcotraffico commessi dall'individuo prima della concessione del beneficio. Questi fatti, emersi da nuove misure cautelari, hanno modificato radicalmente la valutazione della sua pericolosità sociale, dimostrando che la prognosi favorevole iniziale era errata. La sentenza stabilisce che la revoca della misura alternativa è giustificata quando elementi preesistenti ma sconosciuti al giudice vengono alla luce, rendendo il soggetto incompatibile con il beneficio.
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Rigetto Affidamento in Prova: Lavoro non basta contro la recidiva
La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto dell'affidamento in prova per un detenuto, nonostante una promessa di assunzione e una relazione carceraria positiva. La decisione si fonda sulla sua elevata e attuale pericolosità sociale. L'uomo, con un passato criminale significativo, era stato nuovamente arrestato per reati gravi (droga, resistenza e lesioni) subito dopo essere uscito di prigione dopo una lunga condanna. Secondo i giudici, la ricaduta immediata nel crimine dimostra il fallimento del percorso rieducativo e la mancanza di una revisione critica del proprio passato, rendendo la detenzione in carcere l'unica opzione adeguata per il momento.
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Assolto ma torna in cella: negata riparazione per ingiusta detenzione
Un uomo, mentre sconta una pena in affidamento in prova, viene colpito da una misura cautelare per nuove accuse. A causa di ciò, il Tribunale di Sorveglianza gli revoca la misura alternativa, facendolo tornare in carcere. Successivamente, l'uomo viene assolto dalle nuove accuse e chiede la riparazione per ingiusta detenzione. La Corte di Cassazione respinge la richiesta. Il principio sancito è che non spetta alcun indennizzo se la detenzione è stata subita anche 'in forza di altro titolo', ovvero la condanna definitiva preesistente. La revoca dell'affidamento, infatti, è una decisione autonoma del giudice di sorveglianza e non una conseguenza automatica della misura cautelare ingiusta.
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