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Tribunale Di Sorveglianza — Anno 2026

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323 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Tribunale Di Sorveglianza

Provvedimenti

Detenzione domiciliare per motivi di salute o rientro in carcere?
Il Tribunale di sorveglianza ha negato la proroga della detenzione domiciliare per motivi di salute a un detenuto affetto da diverse patologie (tra cui HIV e pregresso linfoma), ritenendolo compatibile con il regime carcerario. La relazione medica dell'azienda sanitaria locale ha infatti evidenziato una stabilità clinica complessiva e la possibilità di somministrare le terapie necessarie all'interno del carcere. Il detenuto ha proposto ricorso in Cassazione lamentando un difetto di motivazione. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che la detenzione domiciliare per motivi di salute spetta solo in caso di imminente pericolo di vita o di patologie non curabili in carcere. Poiché le cure e il monitoraggio del detenuto possono essere garantiti nella struttura penitenziaria, il provvedimento di diniego è legittimo e il ricorrente deve scontare la pena in carcere.
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Produzione documentale in udienza: documenti ammessi senza limiti
Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto le richieste di misure alternative alla detenzione avanzate da un condannato, rifiutando di acquisire la documentazione medica presentata dalla difesa durante l'udienza perché non depositata nei cinque giorni precedenti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del condannato, stabilendo che la produzione documentale in udienza è sempre consentita. Il termine di cinque giorni previsto dalla legge si applica infatti solo alle memorie scritte e non ai documenti. Di conseguenza, il rifiuto dei giudici ha violato il diritto di difesa. La Suprema Corte ha quindi annullato il provvedimento, ordinando un nuovo giudizio che tenga conto delle condizioni di salute del condannato.
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Revoca della detenzione domiciliare: salute contro sicurezza
Il Tribunale di sorveglianza di Bari aveva rigettato la richiesta di revoca della detenzione domiciliare per un condannato che aveva gravemente violato le prescrizioni, fuggendo di casa alla guida di un'auto senza patente e sotto l'effetto di farmaci. Il Tribunale aveva valorizzato le gravi condizioni di salute psichica del soggetto. La Procura Generale ha impugnato la decisione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, rilevando una palese contraddizione logica: il giudice di merito ha accertato la gravità della condotta e l'inidoneità del domicilio, ma ha comunque mantenuto la misura. La Suprema Corte ha annullato l'ordinanza con rinvio per un nuovo esame.
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Permesso di necessità: sì alla visita se la madre è malata
Il Tribunale di Sorveglianza ha confermato la concessione di un permesso di necessità a favore di un detenuto per far visita alla madre gravemente malata. Il Procuratore Generale ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che la patologia cronica della donna non costituisse un evento eccezionale o un imminente pericolo di vita, e sottolineando la pericolosità sociale del ristretto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che il permesso di necessità può essere concesso anche in caso di progressivo aggravamento di una malattia cronica del familiare, qualora l'impossibilità di viaggiare impedisca i contatti ordinari in carcere, incidendo profondamente sulla sfera affettiva del detenuto.
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Revoca dell’affidamento in prova: il recupero crediti costa caro
La Corte di Cassazione ha confermato la revoca dell'affidamento in prova disposta nei confronti di un condannato. Il Tribunale di Sorveglianza aveva revocato la misura alternativa dopo che le forze dell'ordine avevano sorpreso l'uomo nei pressi dell'abitazione di un presunto debitore per riscuotere un credito, configurando un'ipotesi di tentata estorsione. Il condannato ha impugnato la decisione sostenendo l'assenza di prove sul reato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, stabilendo che per la revoca dell'affidamento in prova non serve la prova certa di un nuovo reato, ma basta un motivato pericolo di recidiva che dimostri il fallimento del percorso rieducativo. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Revoca della detenzione domiciliare: no a sconti per chi viola le regole
Il Tribunale di Sorveglianza ha disposto la revoca della detenzione domiciliare nei confronti di un condannato a causa delle sue ripetute violazioni delle prescrizioni e del fallimento di un precedente affidamento in prova. Il Condannato ha proposto ricorso per cassazione, contestando la decisione del giudice di merito e segnalando un errore materiale nella data del provvedimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità hanno rilevato che i motivi di ricorso erano generici e non contrastavano la logica della decisione impugnata, la quale aveva correttamente evidenziato l'inaffidabilità del soggetto. Un semplice errore materiale sulla data non invalida il provvedimento se la ricostruzione dei fatti rimane chiara. Di conseguenza, la revoca della detenzione domiciliare è stata confermata e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Misure alternative alla detenzione: no al trasferimento all’estero
Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione contro il provvedimento del Tribunale di Sorveglianza che ha concesso solo parzialmente le misure alternative alla detenzione. Il soggetto chiedeva di poter scontare la detenzione domiciliare in Slovenia presso il figlio. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno ritenuto logica la decisione del Tribunale di mantenere la misura in Italia, dove il Condannato viveva gi in affitto e lavorava regolarmente. Il trasferimento all'estero avrebbe infatti interrotto un percorso positivo di reinserimento sociale gi avviato sul territorio italiano. Il ricorrente stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Legittimo impedimento del difensore ignorato: udienza nulla
Il Tribunale di sorveglianza ha respinto la richiesta di misura alternativa alla detenzione avanzata da un condannato, ritenendolo irreperibile. L'udienza si è svolta senza il difensore di fiducia, il quale aveva tempestivamente documentato e comunicato via PEC la propria impossibilità a partecipare per un altro impegno di lavoro. Il Tribunale ha ignorato la richiesta di rinvio e ha nominato un difensore d'ufficio. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del condannato, stabilendo che l'omessa valutazione dell'istanza per legittimo impedimento del difensore determina la nullità assoluta dell'udienza per difetto di assistenza. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la decisione impugnata e ha disposto un nuovo giudizio.
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Sorveglianza particolare: legittima la durata decisa dai giudici
Il Tribunale di Sorveglianza di Milano ha rideterminato in quattro mesi la durata della sorveglianza particolare applicata a un detenuto. Quest'ultimo ha proposto ricorso per Cassazione contestando la durata della misura, ritenendola eccessiva poiché la legge non prevede un limite minimo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che i giudici di merito hanno valutato correttamente la personalità e la condotta del detenuto. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Regime di 41-bis: la Cassazione nega i contatti con il clan
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto da un detenuto contro la decisione del Tribunale di Sorveglianza, che confermava l'applicazione del regime di 41-bis per la durata di quattro anni. Il ricorrente lamentava l'assenza di prove concrete circa i suoi collegamenti con la criminalità organizzata. La Suprema Corte ha chiarito che il ricorso per cassazione in questa materia è limitato alla sola violazione di legge. Nel caso specifico, i giudici di merito hanno motivato adeguatamente il provvedimento, evidenziando una precedente condanna per associazione mafiosa e il ruolo di vertice ricoperto dal fratello del detenuto nel clan, ancora attivo. Di conseguenza, sussiste un concreto e attuale pericolo di ripristino dei contatti con l'esterno. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Permesso di necessità: negato al detenuto con figlio disabile
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato a un detenuto, collaboratore di giustizia, il permesso di necessità per far visita al figlio affetto da ritardo mentale lieve e sofferente per la sua assenza. Il detenuto ha fatto ricorso sostenendo che la disabilità del figlio integrasse una situazione eccezionale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che il permesso di necessità richiede eventi di eccezionale gravità o emergenza, non potendo essere usato come strumento ordinario per mantenere i rapporti familiari, per i quali esistono i permessi premio. Nel caso specifico, la patologia del minore è lieve e non impedisce i normali colloqui in presenza o a distanza.
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Affidamento in prova al servizio sociale: dal recupero al carcere
Il Tribunale di Sorveglianza ha revocato l'affidamento in prova al servizio sociale a un condannato, a seguito del suo arresto per reati associativi legati al traffico di stupefacenti. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando vizi di motivazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la legittimità della revoca. I giudici hanno chiarito che la commissione di nuovi reati durante la misura alternativa dimostra un totale disinteresse per il percorso di riabilitazione e una persistente inclinazione a mantenere legami con la criminalità. Di conseguenza, il ricorrente perde definitivamente il beneficio ed è condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Affidamento in prova: no al carcere per il malato psichiatrico
Il Tribunale di sorveglianza dichiarava la cessazione della misura dell'affidamento in prova per un condannato affetto da gravi patologie psichiatriche, disponendo il suo rientro in carcere a causa di comportamenti pericolosi e deliranti. La Cassazione ha accolto il ricorso del condannato, stabilendo che il giudice non può disporre automaticamente il ritorno in carcere senza prima valutare la possibilità di sostituire l'affidamento in prova con una misura custodiale presso una struttura psichiatrica specializzata. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato il provvedimento e ha rinviato il caso per un nuovo giudizio.
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Revoca detenzione domiciliare: violazioni e ricorso inammissibile
Un condannato, che stava scontando una pena in detenzione domiciliare, ha visto revocata la sua misura alternativa dal Tribunale di Sorveglianza. La revoca è avvenuta a causa di nuove violazioni, nello specifico un'aggressione. Il condannato ha presentato ricorso in Cassazione, contestando vizi nella motivazione e la mancata notifica al suo difensore di fiducia per l'udienza di revoca. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ritenuto che le motivazioni del Tribunale di Sorveglianza fossero logiche e coerenti, e che la questione della notifica al difensore di fiducia non fosse fondata, in quanto la nomina del difensore di fiducia per la richiesta iniziale di misura non si estende automaticamente al procedimento di revoca detenzione domiciliare. Il condannato è stato condannato alle spese.
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Affidamento in prova terapeutico: Pericolosità sociale vs. Recupero
Un Condannato, in espiazione di pena per reati legati ad armi, droga e resistenza a pubblico ufficiale, ha chiesto l'affidamento in prova terapeutico. Il Tribunale di Sorveglianza ha negato la misura, evidenziando la gravità dei reati e la pericolosità sociale del soggetto, nonostante un parere favorevole dell'Equipe multidisciplinare. Il Condannato ha presentato ricorso alla Corte di Cassazione, contestando la motivazione. La Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che l'affidamento in prova terapeutico non può essere concesso a chi è ritenuto socialmente pericoloso, poiché la prevenzione dei reati è prioritaria. Il Condannato dovrà pagare le spese processuali e una sanzione alla Cassa delle ammende.
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Revoca lavoro esterno: Detenuto spara, beneficio perso
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità della revoca del lavoro esterno per un detenuto. Il soggetto, già in espiazione di pena per gravi reati, aveva sparato colpi di fucile mitragliatore contro una palazzina mentre godeva del beneficio del lavoro esterno. Il Tribunale di Sorveglianza aveva già respinto il suo reclamo contro la revoca. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo la gravità dei fatti e la correttezza della decisione di revocare il beneficio, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una somma alla Cassa delle ammende.
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Revoca Beneficio Penitenziario: Lavoro Esterno e Violazione Regole
Un Detenuto, in espiazione di pena per gravi reati, aveva ottenuto un beneficio penitenziario: l'ammissione al lavoro esterno. Tuttavia, ha violato le prescrizioni usando un mezzo privato senza autorizzazione. Il Magistrato di sorveglianza ha revocato il beneficio. Il Detenuto ha presentato reclamo al Tribunale di sorveglianza, che lo ha respinto. Ha poi fatto ricorso in Cassazione, lamentando vizi procedurali e sproporzione nella decisione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la revoca del beneficio penitenziario. La decisione ha ritenuto le motivazioni del Tribunale di sorveglianza corrette e proporzionate alla violazione.
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Misure alternative alla detenzione: Cassazione conferma il no per pericolosità sociale
Un condannato per detenzione di armi clandestine e spaccio di droga ha chiesto al Tribunale di Sorveglianza l'applicazione di misure alternative alla detenzione, come l'affidamento in prova o la detenzione domiciliare. Il Tribunale ha respinto la richiesta, evidenziando la persistente pericolosità sociale del soggetto, i contatti criminali all'estero e la mancanza di un percorso di risocializzazione credibile. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, ritenendo la motivazione del Tribunale adeguata e non illogica. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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Affidamento in prova negato: Cassazione conferma il no per violenza sessuale
Un condannato per gravi reati, inclusa violenza sessuale su minorenne, ha chiesto l'affidamento in prova al servizio sociale. Il Tribunale di Sorveglianza ha negato questa misura, evidenziando la gravità dei fatti e la mancanza di un percorso critico da parte del soggetto. Il condannato ha presentato ricorso in Cassazione, contestando la decisione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la decisione del Tribunale. Ha ritenuto che il ricorso fosse manifestamente infondato e mirasse a una rivalutazione dei fatti non consentita in sede di legittimità.
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Sanzione disciplinare detenuto: accusa la polizia, perde il ricorso
Un detenuto riceve una sanzione disciplinare, consistente nell'esclusione dalle attività comuni per cinque giorni, per aver falsamente accusato di aggressione due agenti di polizia penitenziaria. Dopo il rigetto del suo reclamo da parte del Tribunale di Sorveglianza, ricorre in Cassazione. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile, confermando la sanzione disciplinare al detenuto. La decisione si basa sul fatto che il ricorso mirava a una nuova valutazione dei fatti, non consentita in sede di legittimità. Il ricorrente viene quindi condannato al pagamento delle spese processuali e di una multa di 3.000 euro.
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